Uno di quei film dove il futuro fa schifo.

 

Sembrava la scena di un film.

Vi giuro, il dialogo era proprio da film. Uno di quei film di guerra. Anzi, meglio, uno di quei film di fantascienza. Uno di quei film dove il futuro fa schifo e te lo fanno capire nei primi cinque minuti, poi succede qualcosa e inizia la storia. Erano i primi cinque minuti, quelli dove si capisce che schifo di futuro sia.

Dei ragazzi a tavola. Eravamo noi. Una cena tranquilla. Ottimo inizio di film, perché non fa vedere niente. Non come quelle boiate americane con i bazooka e i morti in mezzo alla strada. No, più sottile, un film europeo – o almeno, un regista europeo. Di quelli che l’angoscia e le informazioni fondamentali le fanno passare attraverso il dialogo. Di quelli che non ti mostrano la violenza, te la fanno intuire. Lo sparo nel buio, più bastardo e meno costoso degli effetti speciali col proiettile che entra nella testa a dieci milioni di pixel, ed infinitamente più efficace. Lo sparo nel buio stavolta però non c’era, siamo ancora nei primi cinque minuti. Perciò, ragazzi seduti a tavola, una cena tranquilla. Niente immagini di violenza, solo un breve dialogo per far gelare il sangue agli spettatori e fargli capire la situazione.

 

  • P1 “C’è stato un altro attentato. A Nizza. Proprio ora. Un tizio su un camion.”
  • P2 “Che bastardi.”
  • P3 “Quanti morti?”
  • P1 “Ottanta.”
  • P2 “Che bastardi.”
  • P4 “Aspettate un secondo, Bianca è a Nizza?”
  • P5 “No. No, è in Francia, ma non a Nizza.”
  • P4 “Meno male.”

 

E poi ho detto: “Sembra la scena di un film.”

Uno di quei film di fantascienza in cui il futuro è nero. Il nemico è globale, un unico nemico per il mondo intero. Uno di quei film di fantascienza in cui nei primi cinque minuti ti presentano la situazione e non sai ancora che ruolo avranno i personaggi. Chi saremo noi in questa guerra globale. Vittime? Eroi? Spettatori?

Un brutto film che ha per protagonisti gli spettatori inermi di un collasso geopolitico, di un declino planetario. Un film dalla trama improbabile ma dalla sceneggiatura precisa. Un film che chiama in causa addirittura Dio – da un lato invocato come ragione del proprio scempio e dall’altro invocato nell’eterna domanda: “Dio, dove sei?”

Uno di quei film che quando li guardi ti fanno venire un brividino, però poi pensi: è solo un film. È solo la scena di un film, e questa storia funziona sì, ma è troppo assurda, non potrà mai succedere nella realtà.

Solo che non era la scena di un film.

Sembrava la scena di un film.

Ma eravamo noi. A tavola.

E questo non è un film concepito per farci gelare il sangue davanti allo schermo.

Questa è l’inconcepibile realtà.

 

 

*Illustrazione di Ilya Shebunov

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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