Una storia Pornografica

Stoya

Alcune persone cercano la meraviglia a tutti i costi. Inseguono dragoni immaginari vestiti con indumenti di cartone e brandendo spade di plastica in raduni di onanisti. Come le seghe di gruppo a quattordici anni, si ritrovano in prevalenza maschi, attorno alle mura di qualche città storica.

E’ davvero una società che lascia solo all’immaginazione la possibilità di trovare una via di fuga. Il dramma è la scarsa distribuzione della fantasia nell’uomo contemporaneo.

Perchè appassionarsi alle banalità trite e ritrite dell’occultismo, dei templari, degli alieni, del fantasy per ricercare qualcosa che non esiste, qualcosa di meglio della pochezza in cui viviamo.

Sono coesistiti uomini e dinosauri? No. Ma sono coesistiti, per un breve periodo, Adolf Hitler e Silvio Berlusconi. Ecco, ve la do io una notizia sensazionalistica al limite del fantasy. Hitler è morto nel ’45, Berlusconi è nato nel ’36.

La realtà offre spunti incredibili e fantasmagorici senza ricercare misteri insolvibili.

Il mistero è tutto intorno a noi.

Ma anche io l’ho dimenticato per un lungo periodo. Con il senno di poi si fa presto a predicare bene.

Era un tempo in cui invece di amare cristianamente il prossimo mio come me stesso, amavo me stesso pensando intensamente al prossimo mio. Dopo le 22.

Ma ovviamente, come i cacciatori di dragoni immaginari, la fantasia non mi bastava più.

Mi iscrissi ad un sito di incontri, alla ricerca non dell’anima gemella, ma di una scopata facile. Mi rispose una donna del Molise, di Isernia credo. La luce infondo al tunnel portava in Molise.

No, che dico, portava a Roma. Ci trovammo lì, a metà strada, in un albergo sulla Salaria. Macchè Hotel, era un Motel. Con la M. Come la Metro e McDonald’s. Ma più truce. “Sister’s Motel” si chiamava.

Fuori, sulla Salaria, battevano la strada le rumene e le albanesi. Dall’altra parte della strada viveva una famiglia di tre persone, sotto al riparo creato da una sopraelevata.

Io guardavo la strada dalla finestra del Sister’s Motel. Il riflesso del neon magenta si proiettava sulle pozzanghere battute da una pioggia fitta e insistente di fine gennaio.

Poi lei entrò in camera con il doppione delle chiavi preso alla reception. Mi voltai ad osservarla. Scopabile.

Un metro e sessantacinque, vestita con dei pantaloni di pelle sintetica e un paio d’anfibi, una maglia a rete larga, nera, che lasciava intravedere un reggiseno di pizzo. Pesava a malapena cinquanta chili, ma ben distribuiti. Labbra carnose, forse una fronte troppo alta e i capelli poco folti. All’orecchio sinistro aveva un ambaradan di orecchini e piercing. Un tipo mediterraneo, sicuramente sensuale.

Scopabile – pensai nuovamente.

Uscimmo a cena, nel quartiere Trieste. Mangiammo in un ristorante ebraico kosher. Era una giornalista de “L’eco di Isernia”. Cronaca nera. Morti ammazzati ce n’erano pochi nella sua zona. Nel tempo libero scriveva racconti erotici. Dietro, casualmente aveva una copia del suo primo libro: “Penetrazioni” edito per tale casa editrice “Lombroso”. Lessi a tavola, con la mente, un paragrafo dal primo capitolo: “Sesso mestruale”. Recitava così, scritto dalla prospettiva maschile:

Ti contrari e scivoli, poi di nuovo stretta. Mi alzo aderendoti completamente addosso, alla ricerca del massimo contatto possibile. Scivolo con la bocca sotto le tue labbra, al collo e sulla pelle delle tue spalle. Sulle braccia, internamente. Tu continui a muoverti portandomi ad un centimerto dall’orgasmo. Senza aprire mai gli occhi, concentrandomi sul piacere di cui hai il comando. Fino ad un estasi completa, dischiudendo le labbra e abbandonandomi ad quella sospensione nella quale l’aria è solo l’odore della tua pelle, la terra è solo il tatto della tua pelle sotto le mani e il graffio delle tue sulla mia schiena, innamorato del gusto delle tue labbra, sopraffatto da questo piacere di averti

Trasalii per la quantità di stronzate, ma diedi la colpa al pessimo vino che avevamo ordinato. Primitivo di Manduria versione Tavernello. Di quelli che se ne bevi un bicchiere di troppo ti anestetizza l’uccello al momento della chiamata alle armi.

Uscimmo, andammo a bere a Trastevere un vino che il cameriere si ostinava a chiamare Cabernet, così come si scrive. E poi decidemmo di prendere una stanza in luogo più chic, zona Monti.

Tutti questi intellettualismi l’avevano caricata, per me erano un eccessivo preambolo. Giravamo in Taxi per Roma da ore in tre. Io, lei e il mio cazzo duro.

Era andata a cambiarsi mentre io la attendevo seduto su un divanetto nella stanza.

Tornò indossando dei calzoni corti. Dei calzoni corti da tennista anni ’80. Rosa.
“Fammi un ditalino”. Sul divano. Il divano che volle girare contro la finestra grande che dava sul palazzo davanti.
Perchè è bella la vista mentre ti faccio un ditalino, sì. Le misi una mano sotto. Ed è tutto ciò che ottenni. Venne e mi si addormentò sbavando su una spalla. Io e il mio cazzo rimasimo lì, a guardare il palazzo di fronte.

Il giorno dopo facemmo colazione. Io ero alterato, visibilmente insoddisfatto. Lei promise cose mirabolanti per rimediare. Dando la colpa dell’improvvisa dormita al pessimo Primitivo di Manduria.

Avevo erezioni da 12 ore ormai. Lei volle fare un giro per i negozietti vicino alla nuova camera d’albergo. Comprammo del gorgonzola e della crema spalmabile alla nocciola.

Solo il pomeriggio capii l’utilizzo. Tornammo in stanza verso le 2. Mi slacciò i pantaloni e prima di farmi un pompino mi spalmò il gorgonzola sulle coscie e l’inguine. Cristo, perchè? Che senso ha?

Ma lo fece comprendendo il mio disappunto: “Dopo mi spalmi la nocciola, me la spalmi sulle tette”.
Quattordici euro di crema alla nocciola raffinatissima piemontese.
Quella avanzata è ancora nella mia credenza a casa.

Erano le 15 e mi sentivo un humpa lumpa. Lei aveva le tette piccole e non è un gran risultato se senza reggiseno sono pure grinzose. Sapore di nocciola, sapore di figa. Mi tolsi i peli pubici rimasti tra i denti.

Alla fine scopammo. La presi di peso e la lanciai sopra il materasso. Avevo le palle piene di tutti questi preamboli. Era una di quelle volte in cui ci metto una vita a venire. Il preservativo non aiutava.

“Ma quanto duri ancora? Ho la candida e mi brucia se usi il guanto. Entra senza dai, che facciamo prima. Poi quando ci sei ti faccio una sega io e puoi venirmi addosso”.

Fu così che presi la candida, credo.

Quella sera tornammo al Sister’s Motel. Avevamo ancora una mezza giornata, l’indomani. Lei voleva fare qualcosa di “speciale”.

Dormimmo in questa topaia con le lenzuola macchiate e ci tirammo su l’indomani. Lei era raggiante.

Fino a quell’incontro ero una persona di una certa rettitudine. Ma la smarrii.
Lei indossò pantaloni di latex e un maglione deforme e disse: “Andiamo al parco, a Villa Ada”
Andammo e ci sedemmo su di una panchina davanti ad un compleanno di bambini filippini.
Con i genitori che grigliavano salsicce una domenica pomeriggio.

Mi prese la mano e se la mise sotto al maglione. Il maglione deforme che le arrivava alle ginocchia.

Poi se la mise dentro ai pantaloni di latex. Strettissimi.
Così stretti che mi slogai il polso.  E le strappai le mutandine per giungere al suo tesoro.
Mentre lei mi sussurrò, con la schiena appoggiata sul mio petto: “Non lo vedi quanto sono bagnata?”

Tutto intorno giocavano a pallone e stappavano Seven Up.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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