Una storia di vero amore.

 

Sono belle le majorettes che sfilano

con tutta la crudeltà agonistica dell’innocenza

allenate fino al minimo spasmo muscolare

acerbe e asciutte nella loro adolescenza.

 

Ho leccato lo scovolino del cesso

per sventolarti questo nastro davanti,

dicono i loro occhi di ghiaccio,

dunque fattelo piacere.

 

La popolarità è tutto le diceva l’amica,

e allora su il sedere, muovi i fianchi,

impara a fare

il doppio salto carpiato mortale.

 

Lui se ne stava negli ultimi banchi della fila

erano amici alla scuola elementare

ma poi lei aveva smesso di chiamarlo

ogni tanto lui la guardava e lei gli faceva schifo

ogni tanto la pensava e poi scopava un pezzo di fegato

lasciato a riscaldare

sul termosifone.

 

Lei smise di mangiare

e cominciò a prendere purganti ed emetici,

lui ingrassò dieci chili

aveva una scatola colorata di caramelle di psicofarmaci

e nel banco in ultima fila

disegnava teschi e scriveva

sceneggiature in stile Pulp Fiction.

 

Lei faceva cento addominali al giorno,

e quindicimila allenamenti,

lui si fece crescere la barba

e organizzò il cineforum studenti.

 

Ogni tanto lei lo guardava ancora

e pensava alla scuola elementare

lui le dava il panino alla mortadella

in cambio di un bacio sulle labbra.

 

Ora le facevano la ricarica per un pompino nel bagno,

o della coca per stare a novanta sul lavandino,

c’era anche qualche foto che girava su internet,

ma l’amica le aveva detto che la popolarità è tutto,

non importa come la si raggiunge.

 

Fu in una bellissima giornata di maggio

che lui la batté proprio in quel campo. Non se l’aspettava.

Era sempre stata lei la stella.

Lui lo zero in ultima fila.

Però quel giorno lui non venne a scuola.

E il giorno dopo si seppe che era caduto nel fiume,

l’avevano ripescato morto, e l’autopsia informò

che era pieno di farmaci e vodka

e che l’aveva fatto apposta

e che c’era la stampa di una foto porno

nel taschino della sua giacca,

la foto di una ragazza che pippava coca

a novanta sul lavandino,

e qualcuno disse che era morto

tirandosi l’ultima sega

e lei non rise.

 

Quel giorno,

tutto il giorno,

fissò il telefono,

aspettando qualcosa,

ma naturalmente

non accadde niente,

sollevò addirittura la cornetta,

ma non si poteva più telefonare,

era troppo tardi per telefonare.

 

Così il giorno dopo fece la sua sfilata delle majorettes,

fu spavalda ed eccezionale,

prese addirittura una parola di lode dal coach,

e tornò a casa e pianse,

si preparò un panino con la mortadella e poi lo vomitò,

e dieci anni dopo

divenne una puttana sola e triste,

laureata in Economia,

andò in sposa a un avvocato solo e triste,

e scodellò diversi bimbetti

che divennero ingegneri e dottori,

per molto pensò di non aver conosciuto il vero amore,

ma per ogni notte della sua vita

pensò al ragazzo grasso che si era suicidato,

e le mettevano tristezza i film di Tarantino,

i darkettoni, gli alternativi, le foto pornografiche,

e un giorno guardando suo marito invecchiato

capì d’aver amato un altro per un’intera vita,

capì di essersi smarrita,

che non esisteva il suicidio,

che era colpevole di omicidio

e che l’immagine del corpo gonfio ripescato dal fiume,

il suo odore,

era ciò che lei conosceva amore.

 

 

 

 

 

 

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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