Una storia di Resistenza

Con la fronte sudata ed un rigolo di sudore che gli scendeva dalla schiena, Eugenio si apprestava a superare l’ultima curva in salita del paese, pedalando a tutta velocità sulla scia della tiepida brezza primaverile. Il suo era un piccolo paese, uno di quei borghi medievali raffigurati sui dipinti degli artisti del secolo scorso. Aveva trascorso tutta la sua vita, fra le aspre salite e le ripide discese di queste verdi colline. Era un uomo semplice, che conduceva una vita tranquilla, in un tempo in cui non vi era posto per la monotonia. Durante la settimana infatti, Eugenio si recava puntualmente sul proprio posto di lavoro, fra suole da aggiustare e scarpe da lucidare. Dopotutto stava imparando un mestiere, e fare il lavorante da un mastro calzolaio, gli dava l’opportunità di affinare quella che lui considerava un’arte: l’arte di far camminare la gente nel migliore dei modi. Quel giorno però, dovette chiedere al mastro, un’ora di permesso per recarsi in Comune, dove il Sindaco del paese lo aveva convocato con urgenza. Arrivato di fronte al portone del Comune, ebbe solo il tempo di asciugarsi la fronte dal sudore, quando vide una macchia nera avvicinarsi dal fondo della vecchia strada in pietre. Una macchia nera che marciava ritmicamente, contraddistinta da un suono di stivali. Alcuni paesani uscirono dal bar ed una cerimonia funebre fu fermata all’imbocco della strada, da una marcia di uomini in divisa nera. L’immagine lasciò molti dei presenti estasiati ed attoniti. Finchè una voce, in mezzo al silenzio generale, risuonò nelle orecchie di Eugenio. “Ci porteranno alla rovina”, disse il matto del paese. Eugenio pensò, che il matto del paese stavolta aveva ragione. Pochi minuti dopo, Eugenio si ritrovo di fronte al Sindaco, compagno di scuola e amico ai tempi dell’infanzia. Era una brava persona, che faceva sempre piacere incontrare. Lo salutò affettuosamente e reciprocamente parlarono delle proprie mogli e dei vecchi ricordi d’infanzia. “Non ti ho convocato qui, solo per rivederti..” disse con la fronte aggrottata il Sindaco, che immediatamente mutò espressione. “Vedi, caro amico, ormai è sotto gli occhi di tutti che persino il nostro piccolo paese debba adeguarsi alla situazione che si è venuta a creare. In settimana ho dovuto segnalare alle autorità competenti, le persone che potrebbero essere scomode, al progresso della nazione. Tu mi conosci, io non sono Fascista, ma volente o nolente, ho dovuto far fronte a questa richiesta. Non penso altresì che i fascisti facciano sul serio, o almeno non su quelle cose che dicono di voler fare e che si leggono sui giornali…”. Eugenio lo interruppe: “Scusa, se ti posso sembrare fuori luogo, ma io che c’entro con questo discorso. Dovrei forse darti un mio parere? Se fosse così, ti dico che questa situazione non mi piace. L’altro giorno, questi signori, i fascisti, hanno devastato la serranda dell’osteria accanto al nostro laboratorio, solo perchè qualche sera prima lì, si era svolta una riunione di comunisti”. “Eugenio, su su non fare polemiche che non sei il tipo. Io ti ho convocato qui solo per darti un consiglio, un suggerimento o insomma chiamalo come ti pare. Nei prossimi giorni ti arriverà una convocazione a casa, ma stavolta non sarò io, bensì la Prefettura che ti inviterà a comprarti il materiale idoneo a prendere servizio. Io ho già chiesto al Prefetto che ti lascino qui da noi. L’ho fatto in segno della nostra amicizia, e probabilmente se non ci fosse stata la mia richiesta ti avrebbero mandato chissà dove”. Eugenio rimase fermo un istante, guardando il cielo limpido al di fuori della finestra di legno. Una sensazione di calore lo pervase e sentiva soffocarsi, come se qualcuno gli avesse messo un sacchetto in testa. Aprì la finestra, forse per il caldo, e l’aria che entrò nella stanza gli dette subito una sensazione migliore. “Ti ringrazio, ma io non mi voglio unire a quella gente. Non sono un grande intenditore di politica, dopotutto sono un uomo semplice, e non ho studiato a differenza tua, ma non mi piace quella gente e tantomeno la divisa che indossano e come si comportano con il popolo” disse Eugenio. “Ma non hai altra scelta, lo capisci? O con loro o contro di loro! Se continuerai a pensarla in questi termini, ti troveranno e ti puniranno. I fascisti non accettano i sovversivi..”. “Bene e così, dopo i comunisti, i contadini e gli ebrei, adesso anche chi non la pensa come loro è un traditore?”. “Non è questione di essere traditori o sovversivi, Eugenio caro. Io ti chiedo di prendere questa tessera di partito, di fare qualche marcia in paese e di partecipare alle manifestazioni che saranno organizzate. Niente di più per…per continuare ad essere libero” disse il Sindaco agitandosi sulla sedia. Eugenio si avvicinò ancora alla finestra, guardò di sotto: non era poi così alto pensò stranamente. “Ti ringrazio della proposta, ma a questo punto ho soltanto due soluzioni: prendere quella tessera ed essere schiavo pur essendo libero, o saltare questa finestra restando un uomo libero e basta”. Fu così che il salto nel vuoto, fece maturare in Eugenio la consapevolezza che fosse l’ora di procurarsi un paio di scarponi adatti per la montagna.

Matteo Pieracci
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