Una lunga Weimar

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Recentemente il fumetto mi ha dato assai più chiavi di lettura sulla nostra situazione politica di qualsiasi strillone guru che si aggira sulle terre emerse.
L’occasione si è presentata quando, dopo anni di attesa, è stato pubblicato in Italia (dalla Coconino) la seconda parte di Berlin del fumettista americano Jason Lutes.
Anni fa mi capitò di parlare de “La città delle Pietre”, prima parte della saga, sulla compianta Good for Nothing, in qualche modo rivista madrina di BattiBit.

Mai avrei immaginato che, a distanza di un lustro, le vicende immaginate da Lutes nel contesto della Germania pre-nazista potessero risultare così paradigmatiche del mondo contemporaneo.
Infondo il nostro tempo non è altro che una lunga Repubblica di Weimar: istituzioni in crisi di fiducia ovunque, una lacerante crisi economica che da un lato falcidia i tassi di occupazione e dall’altra mina dall’interno i pilastri del capitalismo, l’ascesa di forza populiste dai toni aggressivi, l’inadeguatezza delle istituzioni che si dimostrano non solo invecchiate, ma incapaci di esercitare anche solo l’autorità e continuità istituzionale.

L’impasse di governo italiana è un esempio, non ultima, dopo diverse crisi istituzionali che hanno paralizzato molti paesi europei (Belgio, Olanda, Polonia, Ucraina, Grecia). Persino la Germania fu costretta qualche anno fa ad una soluzione di Große Koalition, a dimostrazione che gradualmente non vi è più un sentire maggioritario e netto tra l’elettorato occidentale. Anche le camere degli Stati Uniti sono spaccate tra Repubblicani e Democratici da diversi anni, con il frequente esito di paralizzare il processo legislativo.

In questo guazzabuglio, con i livelli di occupazione che crollano a picco, sorgono ovunque i classici movimenti dal basso da declino della civiltà.
E questo ci rimanda a Weimar, alle pietre divelte dai lastricati della città, raccontati in Berlin.
Alba Dorata, partito apertamente nazista nel cuore dell’Europa raccoglie circa un 10% di consensi trai greci – ancora abbastanza contenuti – salvo poi dimostrazioni muscolari di forza nelle sue adunate pubbliche partecipatissime.
Orban, primo ministro ungherese, è andato bel oltre riuscendo a stracciare la costituzione e mettere fuori legge l’opposizione, limitare la libertà di stampa e l’autonomia della magistratura. E prodursi in quella salamoia unta di idiozie tipiche da dittatura degli psicopatici: obbligo di dimora in Ungheria per 10 anni per tutti i neolaureati, carcere duro per chi dorme per la strada, divieto di fare umorismo sul patriottismo (reato equiparato all’alto tradimento).
E Orban, con il suo partito, siede comodamente nel Partito Popolare Europeo con Angela Merkel e Mario Monti.

Ma di Weimar e della sua aria da ultimi giorni della democrazia respiriamo anche quel generale clima di degrado dei costumi, ormai transnazionale. Non c’è il cabaret, non c’è frivolezza. Tralasciando le peripezie di Berlusconi nelle mutandine delle minorenni, o quelle di Strauss Kahn con le cameriere d’albergo, c’è ormai una compenetrazione tra criminalità e mercato che rende ormai i due sostantivi sinonimi. Le mafie controllano enormi potenze economiche mondiali (Gazprom ad esempio), tengono a busta paga politici prestanome ovunque, riciclano i proventi della criminalità in commercio lecito o finanziamento ai partiti che intendono condizionare. Da Roman Abramovich, noto più per essere proprietario del Chelsea che per essere un sospetto mafioso, è stato recentemente ascoltato dall’FBI per i suoi legami con altri oligarchi russi certamente mafiosi, implicati in una rete di spionaggio industriale.

E’ stato anche il decennio delle grandi catastrofi ecologiche causate da grandi compagnie private. Difficilmente la British Petroleum renderà conto del disastro petrolifero nel Golfo del Messico, difficilmente la Tepco risarcirà i giapponesi per il disastro di Fukushima.
Siamo entrati ufficialmente nel post capitalismo, della politica sopravvive l’involucro, l’illusione del voto come esercizio di diritto. Di fatto gli interessi privati dominano le scelte dei fantocci ovunque eletti e neanche più in grado di esercitare un minimo di autonomia decisionale. Sarà un domani gestito dalle corporation?
Probabilmente sì. Sempre nel solco che i profitti si privatizzano a vantaggio di pochi, le perdite si fanno ricadere, effetto domino, su tutti.

E come in tutte le epoche di grandi difficoltà sociali ed economiche è riesploso il gioco d’azzardo, il consumo d’alcool e stupefacenti.
William Cazzi, Bet & Win.
Insomma, come se il pulsante della storia fosse impostato su “pause”. E il passato sia stato rimosso. Dopo il muro di Berlino, il mondo vive un eterno presente, quando in realtà tutto scorre. L’illusione di una pace sonnolenta, mentre metà del mondo è investito da guerre aperte o endemiche per le risorse, il saccheggio delle risorse primarie da parte delle multinazionali, il lento e inesorabile declino dell’occidente e dei suoi modelli, sostituito da un incerto domani e attori già definiti (i BRICS?).
L’impressione è di stare seduti su una bomba ad orologeria. Le spacconate di Kim Jong Un sembrano innoque, ma il mondo conta ancora più di 5000 testate nucleari a disposizione di molti paesi.
Sarebbe nostro compito non eleggere degli psicolabili, perchè la clina della follia è sempre dietro l’angolo.
Per ora assistiamo ad un litigo, tutti contro tutti. L’Unione Europea ad un passo dalla disgregazione monetaria (quella politica non c’è mai stata), il declino del modello occidentale e del suo fascino in favore di una nuova illusione post capitalista, dall’India alla Cina.
Con il costo del lavoro che si abbassa ovunque e un ritorno al proletariato, senza che questo abbia intenzione di comportarsi come tale.

L’involuzione del dibattito culturale, ucciso dall’idea che lo si potesse democratizzare, l’asservimento dei saperi alla produttività, sono segni di un evidente declino. La fine di una coscienza civile e della memoria storica collettiva tra una generazione e l’altra ha esasperato il conflitto generazionale. Che non è conflitto, è solo frattura. Padri e figli separati da molteplici gap (linguaggio, tecnologia ma anche tempi e modi di relazionarsi) non si parlano e non si comprendono. L’illusione tecnologica interconnette gli individui col solo fine di registrare i dati personali e rivenderli – per ora solo questo – a fini di marketing.

Gran parte dell’umanità è esposta a un processo storico che finalmente ci sta preparando al futuro, senza alcuna consapevolezza.
E il timore, riagganciandoci al mondo del fumetto (Alan Moore su tutti), è che questa non sia altro che l’alba dell’avvento di un potere forte, falsamente democratico e risolutivo, che in qualche paese  prenda il comando della stanza dei bottoni, con la promessa di ristabilire ordine e garantirci un futuro, in cambio della nostra libertà individuale.

Chi sta pensando a Beppe Grillo, riveda la sua definizione di Dittatore.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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