Una candela bruciava. Infanzia (II)

INFANZIA (II)

Quando Chaim aveva due anni, Yona disse ad Ailke che era tempo di andarsene. La Germania era divisa tra Est e Ovest, loro, vivendo nella parte Ovest, avevano qualche possibilità di partire per l’America. In America c’era uno zio di Yona, Izaak, che li avrebbe ospitati, e avrebbe trovato un lavoro a Yona. Izaak viveva a Los Angeles, in California. Shmuel avrebbe pagato loro il viaggio.

Ailke non era molto convinta, inizialmente, di quest’idea di Yona. Sia Shmuel che i suoi genitori vivevano a Berlino e l’idea di una distanza così grande la spaventava. Chaim si sarebbe ricordato dei nonni? E se fosse successo qualcosa, e loro si fossero trovati oltreoceano? Erano molti i dubbi, e poche le vere ragioni per partire. Poi una notte a letto aveva domandato a Yona.

“Là è il futuro,” aveva detto Yona, “L’Europa sta decadendo.”

Non le bastava. Aveva domandato di nuovo.

“Vorrei rivedere lo zio Izaak,” aveva sussurrato Yona, “è l’unico che rimane della mia famiglia. E c’è un altro motivo,” e il celeste dei suoi occhi si era scurito “ho troppi ricordi legati all’Europa, Ailke.”

La famiglia di Yona e gli anni del lager erano un argomento tabù. Non ne parlava mai, e se qualcuno nominava l’argomento, guardava altrove e non rispondeva.

Ailke capì. Annuì. Il giorno dopo, si recò a prendere i visti.

 

La casa di zio Izaak a Los Angeles era bella: era una villetta bifamiliare con un giardino, vicino al centro della città. Lo zio Izaak, che aveva quarantacinque anni, era molto simpatico. Quando lui e Yona si erano rivisti aveva pianto.

“Ti tenevo in braccio,” aveva detto a Yona.

Per Ailke era stata una strana sensazione. Nessuno prima d’ora aveva mai riconosciuto Yona. Poi aveva preso in braccio Chaim. “È uguale a Esther,” aveva detto. Yona aveva annuito. Esther era stata la madre di Yona.

 

Vissero felici, in America. Yona lavorava. Lui e Ailke litigavano: per il bambino, per i soldi, per l’Europa. Gridavano tutto il tempo. Poi però facevano sempre pace e Yona regalava ad Ailke l’ultimo modello di caffettiera o di frullatore. Ad Ailke piacevano gli elettrodomestici. Le sembravano miracoli tecnologici.

 

Chaim frequentò le scuole elementari di Los Angeles e se non dimenticò la lingua d’origine fu perché i suoi in casa parlavano solo tedesco. Passò tutti i suoi anni di bambino in compagnia della figlia dei vicini, i Campbell, una bambina nera con le trecce scure legate strettissime e le labbra grandi, che aveva una predilezione particolare per uccidere piccole creaturine come insetti o lucertole. Quando lo faceva ne regalava sempre il cadavere a Chaim, che teneva una collezione di animali morti nascosta dietro il battiscopa di camera sua. Marcirono lì finché la puzza non attirò sua madre, che li buttò via, atto che causò un capriccio storico di Chaim. Per i nove anni, gli regalarono una bicicletta, dalla quale cadde in una cava rompendosi parte della cassa toracica. Per questo, subì un’operazione che lo costrinse tre mesi in ospedale.

 

Tolti quei tre mesi, la maggior parte dei ricordi d’infanzia di Chaim si sarebbe legata alla cucina in casa dello zio Izaak, sempre coperta di impasti crudi e farina, alle auto lunghe americane, ai grandi cartelloni pubblicitari, agli hippie, e a Tracey Campbell.

 

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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