Turpiloqui nel silenzio

Troppo oramai il tempo mi ha logorato,
quanto basta per porre fine alla veglia
che troppe notti ha incrinato le merle ossa secche
tentando a me medesimo di penetrarvi
dietro gli occhi dell’iride, a malo modo
si trova il silenzio, in quanto un turgido
e duro ghiaccio scivoloso portava a fremere,
precipitando dentro ogni flutto d’etra.

Terribilmente – io mi comprendo
e ignoro – ogni forma che la materia possa
assumere, deridendola.
Creatura d’areole spezzate – solo – tramonta.
Al trepidar  del terreno che oscilla,
allo zampettar frenetico de’ piedi vostri
mi oscillo e sbatto spalla e capo lungo pareti e spigoli
Cerco! In qualche modo di aggrapparmi
alle mani umide e appuntite, per poi

Osservare volti in una tiepida assenza.
Dentro me, il meriggio più caldo assopito
La freschezza del maestrale sortire da’ capelli
E gli occhi che riversano fiumi d’oceano
Sino ad inondare co enormi fiordi
di comete, le gole assetate ma già colme di sale,
affogando nel silenzio i loro turpiloqui.

Perdo, raccogliendo il diafano,
ogni forma d’ attesa in quanto potei,
con occhi certi e lucidi
costatare cost’ immenso vuoto che
a lungo mi ha pedinato, sino a sfiorarmi
il colletto impolverato d’ incenso
– spirando.
Per poi scrollarsi a stenti, porgendo lodi
a sassi e banchieri.

Ho taciuto da ogni giudizio
all’andirivieni scialbo che s’assopisce
nel capo ogni dì, profili in delle penombre assurde
assopiti pur loro in giostre di ruggine rosso vita,
guardando dall’alto dei grigi tetti
il germoglio di noccioli secchi.
E grigia è la nebbia che si sfoca a vedute
tra l’esile forma e il passo,
che nonostante s’avesse appreso fede
di tanto futile esistere
persiste inerrimo l’irremoto calco
del passo e il
come se niente fosse.

Mi anniento, con me i pezzi di storia
mi spengo lentamente nella marea
di un po’ di casa, ossequio ad’ore di Dio
di tutta quanto ci attanaglia e avvinghia
in tondo girando paio un’Arlecchino
senza toppe ne gelosie.

Toppe di rammarico e rammendo
al core di pover’uomo finito, eroso
deriso, taciuto da tutto e da sempre
giungendo al medesimo amo di latta
che taglia e frustra l’armento ingenuo
manco fossero fanciulli in arme.
E il mormorio anziano si dilegua lesto
Tra le docili membra di cartongesso
Giungendo torpido e dubbioso
in orecchie fanciulle,
astruso a primo udire
sibillino ad un secondo.

 

Pier Paolo Macchiavoskij

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