Sporco affare di sangue. Inside war. 11 IL PATTO.

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-leggi dal primo capitolo-

-continua da 10. I FIGLI ILLEGITTIMI-

 

Nina non riusciva a fermare la sua mente in preda ad un’assordante confusione. In macchina con Anita guardava il paesaggio, fuori dai finestrini, greggi di pecore, come campi di margherite in lontananza, le vacche ruminare placide a pochi metri dal ciglio della strada, quella strada che le era così familiare, percorsa tante volte in compagnia di Anita. Nina non riusciva a fermare la mente, ad arginare le domande, che le sorgevano in testa come picchi di montagne dietro la svolta di una curva, improvvise, mastodontiche. Cosa diavolo stava succedendo. Qualcosa era cambiato nel modo in cui Anita la guardava. Qualcosa era andato storto, nella faccenda del pullman, e, solo ora se ne rendeva conto, era la prima volta che un affare di Anita andava male.

-dove andiamo?- aveva chiesto.

Si sentiva lucida, il corpo sveglio, rinnovato dal lungo riposo. Aveva stretto in una treccia i capelli biondi, aveva guardato Anita aspettando che lei rispondesse. Ma Anita non sembrava intenzionata a darle alcuna informazione. Anita sembrava piombata in una sorta di automatismo. Mano sul cambio, mano al volante. Lo sguardo sulla strada. Gli occhiali da sole ben calati sul viso.

-voglio sapere dove andiamo- aveva ripetuto Nina.

-un lavoro- aveva semplicemente risposto lei.

-un lavoro per Benedetta?-

-cambia poco no?-

No, non cambia poco. Pensa, ma non lo dice. Non può combattere contro Anita. Sa per esperienza che sapere più di quel che Anita vuol far sapere è impossibile. Impossibile. Impossibile capire quel che sta succedendo, e inutile provarci fino a che qualcuno non decida di farle sapere qualcosa. Si sente come se fosse ancora la bambina che è stata, trascinata aventi e indietro tra il collegio e la città, tra la città e il bosco. E quando avevano finalmente deciso di dirle che significato aveva la sua vita, la sorpresa non era stata piacevole. Non era libera, non era nulla. Era qualcosa che apparteneva a Benedetta. Come se ci fosse seduta sopra ricorda l’odore dei divani di pelle dell’ufficio di sua zia.

-Vuoi del gelato Nina?- aveva chiesto Benedetta Agradi a sua nipote. Anita era con lei. E, come se anche per lei, per Anita, qualcosa stesse cambiando, come se fosse troppo impegnata a tenere insieme i pezzi della realtà che si stava sgretolando, la presa di Anita sulla sua spalla era asciutta, fredda, impersonale. Una macchina. Per questa ragione ora Nina sospetta che qualcosa di serio le stia accadendo intorno, perché ricorda come fosse ieri le sensazioni che Anita le trasmetteva il giorno in cui la sua vita era finita. E poi ricominciata di nuovo. Diversa. Le stesse sensazioni che le trasmette adesso, seduta in macchina.

-sì, grazie- aveva risposto Nina a Benedetta. Uno dei ragazzi aveva servito loro il gelato e i drink ordinati da Anita e Benedetta. Nina aveva una piccola valigia con i pochi vestiti che ancora le stavano al termine della sua carriera scolastica, e della sua permanenza in collegio. Quella valigia, le avevano detto, era stata di sua madre. Nina era sempre stata una persona sensibile. Forte, ma incredibilmente sensibile. Sentiva quel che gli altri di se stessi magari nemmeno avvertivano. Capiva le persone. Era una capacità emersa quando ancora era piccola. La sera precedente a quell’incontro aveva piegato in ordine i vestiti che intendeva portare via con sé sul letto. Suor Giuliana era seduta nella sua piccola stanza, su una sedia. La guardava mentre, un capo dopo l’altro, piegava i pantaloni e le camicie scelte per lei da Anita, che le portava roba nuova più o meno ogni paio di mesi, al collegio. Piegata sulla valigia, la piccola croce che le pendeva sul seno. Suor Giuliana le aveva toccato un braccio, una fredda scossa elettrica. Era il momento di lasciarsi, di dirsi addio. Non aveva dormito quella notte. Tutti i suoi ricordi avevano deciso di condensarsi in sogni violentemente emotivi. E si svegliava di continuo, guardava la notte aleggiare cupa fuori dalla finestra, esausta si addormentava di nuovo.

-Anita ti accompagnerà nell’appartamento che, per un certo periodo sarà la tua casa.- aveva detto Benedetta –ti farai una doccia, ti metterai qualcosa di pulito, qualcuno ti verrà a prendere e tornerai qui, e cominceremo a parlare del tuo futuro nell’organizzazione. Probabilmente qualcuno dei tutor vorrà vederti, -aveva ammiccato –devo assicurarmi che Anita con te abbia fatto un buon lavoro- si vedeva, o comunque Nina poteva sentire, che Benedetta non aveva il minimo dubbio a riguardo. Quello che toccava a lei doveva essere, probabilmente, il discorsetto introduttivo che toccava a tutti i ragazzi che passavano per le mani di Benedetta Agradi.

-vorrei iscrivermi all’università- aveva detto Nina di colpo. Il gelato che si allentava nella coppa di cristallo, davanti a lei. Anita aveva voltato la testa di scatto. Un movimento inconsulto, fuori dal suo controllo, era rimasta senza fiato tanto quanto Benedetta, e quanto Nina stessa.

-per fare cosa, esattamente?- aveva chiesto Benedetta dopo una manciata di secondi.

-per fare il medico. Non hai bisogno di un medico zia? Qualcuno che faccia il medico per te? sono brava a leggere le persone. Brava a capire quello che sentono.- Anita lentamente aveva rivolto di nuovo il capo al suo grembo, ascoltando attentamente le parole di Nina. Che sciocca giovane ingenua, aveva pensato.

-mia madre era un medico. Mio padre infermiere. Sono sicura che qualcosa in me di loro sia rimasto- aveva concluso Nina, balbettando, vinta, azzittita dal senso di inferiorità che provava, suo malgrado, di fronte agli adulti che non conosceva. E Benedetta era un adulto che non conosceva.

-non mi serve un medico, Nina, mi serve un erede. Ti sto offrendo una posizione immensamente più emozionante. Chiedi a chi vuoi, chiedi ad Anita, tutti vorrebbero essere me.-

-io no- aveva risposto.

Benedetta aveva lentamente annuito. Aveva guardato Anita, gli occhiali da sole, il lucido caschetto di lisci capelli neri, il volto asciutto, appuntito, le labbra rosse che spiccavano nel biancore della pelle.

-quando conoscerai questo mestiere cambierai idea, Nina. Ti propongo un patto. Sei grande a sufficienza da capire quanto questo ti convenga-

Nina guardava sua zia, l’espressione impenetrabile nella quale Benedetta aveva riconosciuto la muta orgogliosa battaglia di sua sorella. Quella che aveva condotto per una vita contro la vita che era costretta a vivere. La stessa espressione indecifrabile di un gatto che aspetti solo il momento per balzare via, nell’ombra, a meditare un agguato. La sensazione che la mente di Nina fosse fuori dal suo controllo. Di avere di fronte solo un’altra, saggia sorella maggiore. Nina non sarebbe mai stata un medico, anche se questo doveva significare ucciderla. Nina si sarebbe piegata alla sua volontà, oppure Anita l’avrebbe uccisa. Ma l’aggressività è controproducente con i giovani. I giovani non sanno ragionare. I giovani reagiscono con violenza doppia a qualsiasi colpo, impulsivi, incapaci di valutare le conseguenze sul lungo periodo. Benedetta doveva dare a Nina la possibilità di crescere, di diventare adulta, di capire da che parte stare.

-tu lavorerai per me, per un anno. Sei giovane, e in un anno non si invecchia. Per l’università c’è tempo. Lavorerai per me, con Anita per un anno, se ti convincerai a prendere il mio posto, dopo un anno comincerai ad affiancarmi qui in ufficio. Se trascorso questo anno vorrai ancora fare il medico allora sarai libera di farlo, e lavorerai per me come medico. Finché vorrai.-

Nina aveva abbassato lo sguardo. I suoi capelli, gli stessi di sua madre, gli stessi di sua zia, le cadevano sulle spalle, la valigia, ai suoi piedi, con le poche cose che aveva deciso l’avrebbero accompagnata nella sua nuova vita. E al collo una catena d’ oro, un crocefisso a ricordarle che il suo passato non avrebbe smesso di pesarle sul petto. Anita impassibile, aveva acceso una sigaretta.

-sei d’accordo?- aveva chiesto Benedetta.

-ho qualche scelta?-

Benedetta aveva annuito soddisfatta.

-mi riesce molto gradevole costatare che tu abbia già capito come funzionano le cose qui- le aveva risposto.

Le due donne avevano d’un colpo vuotato i loro bicchieri, Nina non aveva toccato il suo gelato, un variegato lucido  laghetto nella coppa di cristallo.

Nina non aveva scelta. E durante l’anno trascorso a lavorare sul campo con Anita, che le aveva spiegato ogni cosa con la pazienza pacata e scevra d’ogni emozione di un libretto di istruzioni, aveva saputo nel profondo di non avere scelta sul serio. Libera non lo sarebbe stata mai. Mai se non avesse deciso di dedicarsi ancora un po’ a sua zia, di ripagare il suo debito, il fatto d’averla cresciuta nel benessere dopo che lei era rimasta orfana. Nina non lo sapeva, ma la macchina che tritava problemi come fossero grani di caffè, nella quale era ora coinvolta, si era messa in moto molto prima della sua nascita, quando le due sorelle Ferragli aveva fatto scelte diverse, e si erano separate per sempre.

Non aveva voluto vedere sua zia, se non per questioni di lavoro per un anno intero. E poi aveva chiesto un appuntamento alla segretaria che gestiva gli impegni di Benedetta Agradi. Gli uffici del decimo piano erano brulicanti di uomini elegantemente vestiti, e donne serie, compite, che sfogliavano dossier nei corridoi, pronte ad andare in missione, e tutte quelle persone si muovevano sotto il controllo di una sola persona, e, a volte, sotto il controllo dei suoi più intimi: Alexander e Anita. Alexander, Sasha. Il grosso uomo biondo dall’animo gentile e gli occhi velati da una rassegnata tristezza, che si accendevano di uno strano ammaliamento quando Anita era in sua presenza. Sasha aveva amato Nina dal primo momento in cui l’aveva incontrata, durante quell’anno, per una missione alla quale avevano dovuto lavorare insieme.

-Sono venuta a proporti un patto- aveva detto Nina a sua zia, seduta su una sedia imponente dal forte, penetrante odore di legno antico, alla scrivania. Sua zia era seduta di fronte a lei, interdetta dallo spazio occupato da Nina, era inusuale che i suoi ospiti decidessero di sedere di fronte a lei, soprattutto perché tendeva a farli accomodare sul divano. Ma Nina era entrata con tale determinazione che Benedetta non aveva avuto modo nemmeno d’offrirle qualcosa da bere, la sua mano era rimasta sospesa sull’interfono quando Nina l’aveva interrotta a metà della frase, sapendo di non desiderare affatto del gelato.

-sentiamo- Benedetta si era abbandonata sullo schienale, pronta ad ascoltare, pronta a scoprire cosa Nina aveva deciso di fare, e agire di conseguenza.

-lavorerò per te. Ho lavorato per te per un anno, continuerò a lavorare per te come Anita, per altri nove anni, e quando compirò ventotto anni voglio essere libera dai conti che abbiamo in sospeso. Sono abbastanza intelligente da capire che non hai assolutamente intenzione di permettermi di studiare medicina, di fare il medico, è così?-

-mi dispiace, non lavoro per la gloria, non mi serve quello che non mi serve, e tu mi servi qui, al mio fianco..-

-io non voglio essere come te, lo so ora come lo sapevo un anno fa-

-Nina- aveva preso a parlare con il tono condito da ironica condiscendenza Benedetta Agradi –hai visto sangue, e morti, e orrore, durante questo anno, il lavoro che svolgo qui è molto diverso, è un lavoro di responsabilità, è un lavoro impegnativo, ma non c’entra affatto con quello che hai passato..-

-è quello che fai qui che causa quello che ho visto là fuori, e io la responsabilità di quello che fai non la voglio avere-

-così sei certa di sapere distinguere il bene dal male, è così?-

-sono certa che questo sia l’unico accordo che possa soddisfarci entrambe. Lavorerò per te per nove anni. Quando compirò ventotto anni sarò libera.-

-perché non sei andata alla polizia?- aveva chiesto Benedetta Agradi.

-vuoi una scusa per farmi uccidere, è così?-

Benedetta aveva guardato sua nipote, già in piedi, la croce di Elena Di Giorgio al collo. Le aveva teso la mano, aveva detto: affare fatto.

-io non faccio affari con te- aveva risposto Nina Di Giorgio voltandosi, Benedetta era rimasta con la mano tesa alla sedia lasciata vuota da sua nipote, la figlia della sorella che aveva fatto ammazzare.

Uscendo dall’ufficio di Benedetta Nina era piombata addosso a Sasha, troppo presa dalle emozioni che quell’incontro le aveva causato. Liberarsi, o cominciare a liberarsi dal ricatto di sua zia, ripagarsi la libertà secondo le regole dell’organizzazione, le dava un senso di eccitato stordimento e nausea, allo stesso tempo, la sensazione rimastale addosso che lo strano bisogno di manipolarla, controllarla, che sua zia provava non avesse nulla a che fare con lei, con la storia di avere un erede, con il desiderio che l’organizzazione diventasse un bene di famiglia. La sensazione che sua zia si stesse vendicando di torti subiti in un’altra vita.

-è un magnum duble?- aveva chiesto Nina indicando il gelato ancora impacchettato che appariva inquietantemente piccolo tra le gigantesche mani di Alexander Golubev.

-magnum duble chocolate- aveva risposto lui compiaciuto, e poi aveva chiesto: ne vuoi?

-no, preferisco il duble caramel, e poi, basta con i gelati-

-basta con i gelati, brava ragazzina.-

-ti offro un caffè?- le aveva chiesto lei.

-purtroppo ho ancora qualche gelato da mandare giù, prima di essere libero di andare Nina-

Lei aveva sorriso.

Forse solo allora, veramente, avevano riconosciuto l’uno nell’altra la dolcezza con la quale erano stati cresciuti al collegio.

Dopo quell’incontro con Benedetta Agradi, Nina Di Giorgio lentamente aveva dimenticato. Aveva dimenticato la rabbia, aveva dimenticato il bisogno di ribellione, aveva dimenticato quanto quel gelato potesse essere velenoso e tossico, per l’anima. Si era adattata alla vita che doveva vivere. Senza rimorsi, senza domande, senza compassione. Come le aveva insegnato Anita. E solo all’avvicinarsi del suo ventottesimo compleanno aveva sentito in lei rinascere una luce fioca, una speranza di salvezza, la lama aguzza della luce del cambiamento che pungeva la vera Nina, che le si era nascosta dentro, nell’ombra per tanto tempo. Aveva cominciato a ricordare, ricordare la sua infanzia, i frammenti delle immagini che era riuscita a tenersi dentro di sua madre, suo padre, i suoi nonni. Ricordi talmente sbiaditi da sembrare irreali, e forse non erano che fotografie scattate dalla sua immaginazione sulla falsariga degli esempi di famiglia felice che vedeva nelle pubblicità in televisione. Aveva ricordato di voler fare il medico, desiderare di salvare le vite, come prima di lei aveva fatto sua madre. Aveva ricordato che prima di quella vita ne era esistita un’altra, l’unica alla quale desiderava davvero rimanere aggrappata. Aveva ricordato che c’era una parte di lei che non meritava di essere seppellita poco a poco assieme ai cadaveri delle persone che aveva ucciso, come stava avvenendo. Aveva ricordato tutto.

Nel frattempo un’altra grande forza, si era risvegliata nel ventre della grossa bestia che era l’organizzazione. Una forza mossa da ricordi differenti, da differenti sentimenti. Orchestrata da una persona che non poteva sentire sulla pelle il calore della speranza alla fine di quel tunnel che era la loro vita. Ma questa violenta forza doveva essere limata, e manipolata, e incanalata per la giusta via, prima di esplodere. Ed era lì dove Nina era cresciuta, al collegio, che si nascondevano i primi pallidi baluginii di quella forza. Il collegio dove Sasha era tornato, qualche anno dopo che Nina era entrata a far parte dell’organizzazione, in inverno.

Madre Virginia l’aveva accolto nel suo ufficio, intasato dalle scartoffie, appesi alle pareti i disegni delle sue allieve.

-ero molto in pensiero per te, Sasha. Una serie di circostanze mi hanno indotta a credere che ci fosse qualcosa di strano, nella tua situazione.-

-in un certo senso sono venuto a parlarle di questo- aveva detto Sasha con calma, dopo aver attentamente soppesato le parole di madre Virginia. Era giunto il momento che il piano di Anita si mettesse in moto.

-cosa vuoi dire?-

-sono venuto a parlarle della mia vita, dopo che mi avete rimandato a casa-

-Non avrei mai voluto.. avrei desiderato tenerti qui, era questa la tua casa, ma non potevo.. capisci quello che intendo. E ora mi sono interessata agli affari Agradi molto più di quanto, forse, fosse lecito, necessario. Non so. Mi sembra di parlare guidata da un delirio, ma non riesco a non essere sospettosa, anche di te, anche di te ora mi sembra di aver paura.-

-ma non deve aver timore di me Madre Virginia. Io le spiegherò ogni cosa, perché mi fido del fatto che lei sia guidata, nelle sue scelte, dalla volontà di Dio, e non dalla pazzia. Le racconterò tutto, perché ho bisogno dell’aiuto vostro, suo e delle sue sorelle. Sono venuto a raccontarle ogni cosa perché so che lei farà la scelta giusta. E sono venuto a presentarle una persona: Anita Spencer-

E così era cominciata, così le suore del collegio erano state coinvolte nel piano. Sasha e Anita avevano lasciato il collegio un paio di giorni dopo, mascherando quella piccola gita fuori come un viaggio di lavoro. Madre Virginia aveva convocato le suore in consiglio, e Anita e Sasha avevano mosso le loro richieste, e davvero se non Dio, il destino doveva aver determinato lo svolgersi degli eventi, poiché quando erano risaliti in macchina, e si erano guardati negli occhi erano marito e moglie, e oltre ciò avevano stretto con  le suore il patto, avevano concordato una linea d’azione, il cui concretizzarsi avrebbe cambiato il mondo.

In macchina, alle soglie della città, Nina aveva ritentato.

-voglio sapere dove andiamo Anita- aveva detto.

-da Julius- aveva risposto l’altra, e aveva chiuso il discorso.

-continua con: 12 JULIUS-

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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