Sporco affare di sangue. cinquantotto. 8. IL COLLEGIO

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-leggi dal primo capitolo-

-continua da: 7.COME SI ALLEVA UN RAPACE-

 

– posso offrirti del gelato, Nina? –

sono nell’ufficio di Benedetta. Alle sue spalle Anita la spinge verso i divani.

– devi perdonarmi per il mio costante assenteismo Nina.- Le dice sua zia distrattamente, come per convincerla ad avvicinarsi, per placarla –  Quando sarai al mio posto, a tempo debito, capirai che qui c’è molto lavoro da fare. Non esistono domeniche – come se lei fosse in collera.

L’aveva guardata attentamente

– comunque, posso offrirvi del gelato? –

Anita aveva preso del prosecco e aveva acceso una sigaretta. Benedetta lo stesso, il grosso tondo accendisigari da tavolo faceva compagnia al gatto sulla scrivania.

Un nero alto e pelato senza espressione aveva portato i flute su di un piccolo vassoio, e a Nina la coppa di cristallo.

–  allora-  aveva proseguito Benedetta dopo un sorso del suo vino frizzante – immagino Anita ti abbia già preparata a quello che voglio dirti, quindi..-

Nina aveva posato sul piano del tavolo basso di fronte al piccolo divano di pelle la sua coppa.

– Anita ha fatto un ottimo lavoro. Ma io non voglio prendere il tuo posto nell’organizzazione –

 

Non era la prima volta che vedeva sua zia. Costante assenteismo era un eufemismo. Era stata da bambina, più di una volta nel palazzo di vetro. A guardare giù, le auto minuscole nel parcheggio insieme ad Anita, aspettando che sua zia tornasse dentro, per offrire loro del gelato, le solite cose. Tutta quella magnificenza non l’aveva mai impressionata.

 

Uscendo dall’ufficio nell’ampio corridoio che funge da sala d’aspetto, seduti sui divani, ragazzi e ragazze come lei, orfani, accompagnati al primo incontro dal loro tutore al primo incontro con il capo.

-Cosa guardi- l’aveva tirata via Anita

-è stato così anche per te?-

-è stato così per tutti- risponde Anita, fermandosi con gli occhi negli occhi di Sasha.

Sasha. Sente la sua voce. I ricordi cominciano ad affiorare prima ancora che apra gli occhi. La macchina, Sasha, quella che crede essere stata un’iniezione sul collo. Sbatte le palpebre, sulle prime la luce le provoca una lancinante fitta alla testa, come se le stessero spaccando in due il cranio, ma lentamente il dolore si placa, diventa tenue e sordo. Si guarda intorno. Conosce quella stanza. Corre alla finestra spalancata, da cui entra violenta la luce del sole, il caldo, fuori il giardino è esattamente come lo ricorda. Sul letto, appeso al muro, il crocifisso di legno, uguale a tutti gli altri sparsi un po’ dappertutto nell’edificio. Non ha mai dormito in una di quelle stanze. Quando esce dalla porta sa orientarsi, ha esplorato a suo tempo il collegio in lungo e in largo, ed anche se non si trova nei dormitori sa bene come muoversi per i corridoi e le scale dell’antica costruzione. In giardino, in fondo, alla fontana, quasi nascosti dalla vegetazione Anita e Sasha seduti con la madre superiora ridacchiano. Sembrano allegri, spensierati. Eppure lei sa che è successo qualcosa, la notte prima. Deve essere successo qualcosa. Un minuto prima stanno facendo saltare in aria un ospedale e l’attimo dopo di ritrova in una delle stanze per i visitatori nel collegio in cui è cresciuta. Perché avrebbero dovuto drogarla per portarla lì? Che senso aveva quella storia?

Vorrebbe affrontare di petto la situazione ma è troppo confusa. Non li raggiungerà in giardino, non prima di essere passata per il refettorio. Man mano che scende le scale, a piedi nudi, tiene le scarpe  per il cinturino con le dita della mano destra, i rumori si fanno più intensi, più nitidi. Le bambine non sono a lezione, sono in giro per il collegio, e per il giardino. Fuori gli schiamazzi, le sente correre sulla ghiaia dalle finestre dei corridoi, e le bambine in uniforme che le corrono intorno, stupite della sua presenza, mormorando e ridacchiando alle sue spalle sembrano i personaggi di un film, di qualche vecchia commedia. I capelli raccolti nelle trecce, le gonne dalla piega perfetta che arrivano al ginocchio, le camicette chiuse fin sotto il collo. Ci sono elementi più trasandati, poco fuori dagli schemi, ma in linea di massima pare di avere a che fare con un piccolo esercito, del quale lei aveva fatto, tempo prima, parte. Alla metà di luglio inizieranno le vacanze, ma le bambine non sono molte, e probabilmente è già da giugno che i genitori hanno cominciato ad andarle a prendere. Ricorda com’era questo periodo dell’anno, quando viveva lì.

Il refettorio, la stanza gigantesca, è quasi cupo, vuoto e con le tende pesanti invernali ancora alle finestre, i tavoli di legno con le tovaglie di carta sono ancora occupati per una buona metà dagli avanzi della colazione e dalle tazze sporche, e le ragazze di turno silenziosamente sistemano quello che devono.

Ricorda bene quanto si divertiva con Caterina e Giulia e le altre bambine, quando erano di turno in refettorio, a caricare i grossi carrelli di piatti e svuotarli in cucina nelle vasche dell’acqua, per poi una volta svuotati utilizzarli come giganteschi monopattini sui lisci pavimenti della sala da pranzo. Le tende alle finestre erano le stesse, e il menù della colazione, sembra, anche. Erano delle incredibili combina guai, finivano per ritrovarsi sempre con ore di lavori aggiuntivi come punizione. Allora aveva capelli corti, una grossa massa, una criniera da leone attorno alla testa. Le suore odiavano quei capelli indomabili, suor Carmela le aveva strillato contro per ore quando l’aveva trova nei bagni con la coda di capelli in una mano e le forbici nell’altra. Aveva gridato tanto da perdere la voce, quando la chiamava alla lavagna, durante le lezioni di matematica invece di ascoltarla risolvere problemi suor Carmela le fissava la capigliatura con gli occhi ridotti a due fessure tra le rughe del viso. Emetteva un sorta di ringhio. La rimandava a posto con la sufficienza senza nemmeno dare un’occhiata a quel che aveva scritto con il gesso bianco sull’ampio quadro nero. L’unica giovane era suor Giulia, l’insegnante di musica. Alla quale doveva l’amore per il piano, e il suo talento con il violino. Con suor Giulia erano salite fino alla soffitta della torre dei dormitori (gigantesche sale a pianta quadrata) a tirare giù tutti gli strumenti per i concerti di natale e capodanno. L’aveva nell’anima quel posto. Era il luogo nel quale era cresciuta, e quei muri, quelle stanze, quegli odori, quegli alberi, tutto, tutto quel che poteva vedere, è parte di lei, così come lo sono tutte le suore che ricorda, la sua grande famiglia. Per parecchio aveva intuito che se ne sarebbe dovuta andare, prima o poi, senza saperlo veramente. Certo, tutti gli anni c’erano cerimonie, le ragazze grandi venivano festeggiate, da tutto il collegio e dalle loro famiglie, ed era in quell’occasione che le suore piangevano tutte, quanto aveva pianto suor Carmela quando era partita Nina. Vedeva anno per anno le ragazze grandi lasciare il collegio, non tornare più, dopo le vacanze estive. Ma lei era diversa. Tanto per cominciare le sue vacanze estive, come quelle invernali, non le trascorreva con la famiglia. Anita, la sua baby-sitter, era quanto di più simile ad una madre avesse dall’età di quattro anni. La notte di natale Anita la portava da sua zia. E questo era tutto. Nulla in confronto ai grandi divertimenti dei quali godeva durante i lunghi mesi trascorsi in collegio con Valentina e Giulia, le altre due orfane della sua età. No, il mondo fuori non la interessava, e non l’aveva interessata veramente il suo futuro fino a che suor Francesca e suor Federica non erano andate di classe in classe a dare la notizia che da quella sera avrebbero avuto il cinema in collegio. Tre volte alla settimana c’erano le proiezioni. Le bambine mangiavano un ora prima per lasciare il tempo alle suore di sgomberare il refettorio e riempirlo di sedie. I suoi eroi erano gli eroi buoni dei film americani. James Bond, Indiana Jones, eroi buoni. Non era cristiana. Provava del sollievo, la sera, a dire le preghiere, anche se sdraiata sotto le coperte e non più inginocchiata a letto come un tempo, così come aveva sentito dentro qualcosa allentarsi ogni mattina, quando riunite nella sala comune tutte insieme masticavano quelle cantilene, una dopo l’altra. Ma non è una credente. Non come Sasha, per esempio.

Non trova in sé la fede. L’ha a lungo cercata, ma più le insegnavano a studiare meno credeva che alle storie del Cristo che le venivano raccontate. Voleva dare soddisfazione alle suore. Voleva bene a quelle persone. Ubbidiva, si comportava come loro desideravano. Ma non è una credente. La figura del crocifisso, le preghiere, le immagini sacre, le storie del vecchio e del nuovo testamento, tutte queste cose le erano diventate familiari. L’unica verità posseduta in esse era quella di aver realmente composto la sua infanzia. Di aver fatto da cornice alla sua adolescenza. Nina ruba una mela da un cesto, da uno dei grandi tavoli di legno. Le bambine di turno subito di riuniscono lontane da lei il più possibile a confabulare. S’affaccia alla porta, là, oltre la porta in metallo dove spariscono i carrelli carichi di piatti sporchi. In cucina c’è qualche giovane inserviente, qualche ragazza nuova che non la conosce, che prova a farla uscire. Vede la schiena di suor Maria irrigidirsi al suono della sua voce. Suor Maria attacca un pianto greco, rigirandosi in bocca benedizioni e frasi senza senso in mezzo alle quali spunta a tratti il nome di Nina. L’abbraccia, la fa sedere, le versa il latte, le fa dare pane e marmellata.

-e chi l’avrebbe detto che ti avremmo rivista?-

-a chi lo dici suor Maria-

-qua in cucina le notizie non arrivano mai, scommetto che la Madre superiora ha riunito tutte stamattina, e dopo le preghiere ha detto loro che saresti arrivata.. ma buon Dio..- e le stringe le mani tra le sue, grasse, gonfie e arrossate.

-Buon Dio,- ripete –non sei cambiata d’una virgola, ancora tutta in disordine, scarruffata come un pulcino, oh! E come sei vestita, a suor Francesca prenderà un colpo quando ti vedrà.. ma sei così bella, così bella, e io che credevo che non avresti mai messo su un pochino di carne, ti ricordi che uccelletto eri da bambina? Sempre a tirar su una babilonia pur di divertirti, eh no! Non avevi proprio tempo d’ingrassare, oh! Mi si spezza il cuore di gioia a vederti-

e di nuovo benedizioni, e baci e abbracci, e di quanto fosse raro rivedere la loro bambine che una volta cresciute prendevano il volo, e di come mai un orfana fosse tornata a trovarle, e di come fosse diventata bella e come le si fosse addolcito il viso e lo sguardo, e di come ogni Natale quando cucinava le palline fritte di pasta dolce al miele lei, suor Maria, ricordasse il suo visetto di bambina curiosa, scesa in cucina per noia e rimasta lì per aiutarla. E poi ancora, quanto le cose fossero cambiate, avevano portato loro i computer, avevano portato loro nuovi libri, nuove diete, nuove regole. E lei? Cosa faceva lei?

-sono un killer a pagamento per conto di mia zia-

risponde Nina

-hai sempre voglia di scherzare Nina, ancora aspetto che mi inviti alla tua laurea in medicina-

-già- dice finendo il latte –chissà che faccia farà suor Carmela..-

-oh!- suor Maria si ritrae, nel grasso della sua figura, appena, come se fosse stata sfiorata da qualcosa di freddo e poi si protende di nuovo verso Nina, le stringe la mano (che non ha mollato tutti il tempo) più forte.

-è morta, suor Carmela, Nina, l’anno passato.-

qualcosa in Nina si spezza. Qualcosa all’altezza del petto brucia. Stringe i denti.

-sono sicura- le dice dolcemente suor Maria –che sarebbe stata fiera di qualsiasi cosa tu stia facendo ora, stella mia..-

-forse non qualsiasi cosa- sussurra tra sé Nina.

 

Sta uscendo in giardino quando Anita le viene incontro con la Madre superiora.

– hai salutato tutti?- le chiede Anita

– ho fatto del mio meglio – risponde Nina, e poi abbraccia la Madre superiora che la stringe al petto.

– sono contenta di vederti Nina –

– oggi abbiamo da fare, ti aspetto in macchina – le dice, nemmeno la guarda, già si allontana..

-quanto ho dormito- chiede lei

-ti aspetto in macchina- e risponde brevemente Anita, ancora protesa verso di lei, stringendole il braccio per un tempo appena più lungo del dovuto.

Come Anita chiude la portiera Nina si rivolge alla Madre superiora con il sopracciglio alzato.

-cosa centra lei con questa storia?-

-di cosa parli Nina?-

-ieri sera è accaduto qualcosa, e oggi mi sveglio qui senza sapere perché-

-sì, sembravi abbastanza su di giri, ieri sera, ti ho dato un alka selzer, sembra che l’effetto sia stato una piccola perdita di memoria a quanto mi dici..-

-l’alka selzer non dà perdite di memoria..-

-allora sarà stato l’alcool, davvero Nina, cosa sta succedendo? Di cosa stai parlando?-

-davvero non lo sa?- sbuffa, raccoglie i capelli sulla nuca in un nodo stoppaccioso e disordinato. Al collo la croce si illumina di riflessi accecanti. Quel pezzo di metallo prezioso così leggero e così pesante.

-senti Nina, so solo che state avendo un momento complicato al lavoro e che hai espresso il desiderio di venire qui ieri sera, a parte questo..-

-ok, aspetti..- la interrompe Nina, un calo di pressione la costringe a strizzare gli occhi nella luce tagliente, il profumo dei gelsomini la stordisce –cosa sa lei del mio lavoro?-

-oh! Andiamo, tutto, hai voglia di scherzare? Ogni cosa, so che sei una segretaria e che lavori per uno studio di avvocati, so che hai grandi responsabilità..-

-uno studio di avvocati eh?-

-Nina, ora basta, per favore, credo tu sia più confusa di quanto pensi..-

Anita la guarda dalla macchina. Accende una sigaretta pigramente.

Una corrente d’aria calda smuove il suo caschetto. I capelli neri le volano intorno al viso. Nina socchiude gli occhi. una morsa gelata, d’acciaio le serra lo stomaco. Come un pugno. È costretta a lasciare il suo ciondolo (il ciondolo di sua madre) e stringere l’avambraccio contro lo stomaco. Anita non le leva gli occhi di dosso. Nessuno a cui chiedere aiuto. E ora il collegio, il giorno prima l’esplosivo, nella macchina. E l’ospedale.

-Dio ci perdona, è vero madre?- chiede Nina in un soffio alla madre superiora.

-certo. Dio ci perdona- risponde annuendo –ma deve vedere il nostro pentimento-

Anita stanca di aspettare mette in moto.

-va Nina, torna al tuo lavoro. Sei troppo importante per cedere adesso-

Nina indietreggia confusa e instabile con i suoi tacchi a spillo sulla ghiaia del giardino. Apre la portiera e siede in macchina con il cuore che batte all’impazzata nel petto. Il sudore le si è gelato addosso. Anita getta la sigaretta dal finestrino, parte. La ghiaia schizza via ovunque da sotto le ruote.

-continua con 9 LA STESSA VERITà- 

chiara  silvani

chiarasilvani@gmail.com

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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