Sporco affare di sangue. Cinquantotto. 7. COME SI ALLEVA UN RAPACE

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leggi dal primo capitolo-

-continua da 6. L’OSPEDALE- 

 

 

-i falchi sono fedeli-

-anche io ti sono fedele- aveva risposto Benedetta. Era tra le sua braccia. Uno dei pochi momenti durante i quali si abbandonavano l’uno all’altra fuori dall’intimità del letto. Lei aveva sedici anni. Aveva imparato in fretta ad essere la concubina elegante sensuale, educata, colta, del massimo rappresentante della criminalità organizzata. Federico Agradi amava i suoi falchi. Di ognuno aveva seguito con attenzione la schiusa dell’uovo. Aveva educato quelle bestie una per una. Così come aveva educato lei.

 

-ti ho mai parlato di come si alleva un rapace Sasha?- chiede ora Benedetta, nella luce intensa e bruciante del mattino. Sasha in impeccabile completo davanti a lei, seduta alla scrivania, le mani dietro la schiena. Guarda lontano i palazzi, il cielo le nuvole ferme.

-naturalmente- risponde calmo. Benedetta fa a tutti lo stesso discorso. Prima di affidare un nuovo bambino ad un suo dipendente spiega per filo e per segno come desidera che il compito venga portato a termine.

 

-ti ho mai parlato di come si alleva un rapace, Benedetta?-

aveva scosso la testa, i capelli lunghi e biondi, curati, stretti in una coda bassa ed ordinata, un fermaglio sulla nuca, le avevano spazzato le spalle. Il vestito leggero le fasciava il corpo slanciato, e il seno.

-il nazismo è un capitolo molto oscuro, tetro, della storia umana. Immagino che questo tu lo sappia. Konrad Lorenz era iscritto al partito. Ma a quei tempi le cose erano differenti. Konrad Lorenz era mosso da una tenacia e una passione per la scoperta delle leggi che regolano il mondo animale tale che gli ha permesso di regalarci le teorie frutto dei suoi esprimenti. Cercavano, con sua moglie, di creare una razza canina dal carattere perfetto. Lo sapevi questo?

Immagino che fossero idee che serpeggiavano, all’epoca, s’insinuavano nella mente degli intellettuali. Superbo, non ti pare? Definire un essere vivente. Ma vedi questi falchi? Questi falchi mi riconoscono. Ed eseguono i miei ordini. Come i miei dipendenti. Non si tratta di selezionare geneticamente i tratti più idonei allo scopo. Non solo. Si tratta di essere l’unica realtà di questi animali. Veder schiudere le uova. Pronunciare la prima parola che sentiranno, il primo odore, la prima figura che percepiranno. Non c’è passato. Non c’è esistenza, al di fuori del mio volere. Come per te. Come per tutti i miei dipendenti. Il passato, quel che c’era prima nella tua vita, ora non esiste più. Non ci sono ricordi nei quali tu ti possa rifugiare. Nulla da rimpiangere. Questi bambini, i bambini che crescono per l’organizzazione, nell’organizzazione, non hanno più il mondo da cui vengono. Le famiglie a cui appartenevano. Conoscono solo il proprio tutore. Che conosce solo il mio volere. Come te. Come questi falchi. Come si alleva un rapace- le aveva detto Federico carezzando piano la testa di una di quelle bestie. –un rapace si alleva occupando il suo universo. E i rapaci non sono differenti dagli esseri umani-

 

I rapaci non sono diversi dagli esseri umani. Quello che esisteva prima della vita che viveva con Federico era stato spazzato via. Non era stato affatto lungo il tempo che le era servito per dimenticare tutto quel che c’era prima. Quella vita era facile, densa, gustosa. Terribilmente gustosa. Con Vincenzo lontano dagli occhi anche l’ultima briciola del suo passato era svanita. Qualche volta, distesa su una sdraio, in piscina, nel dormiveglia affioravano alla sua mente ricordi dei volti che avevano abitato la sua vita prima. L’odore della pelle di sua madre. Lo sguardo buono, mansueto, di suo padre, che esprimeva tutto il suo carattere arrendevole. E sua sorella. Il suo mutismo e la sua lotta pacifica contro la vita. Contro quella vita. Ma erano evanescenti come sogni. Un bagno nell’acqua celeste, profondo fino a toccare le maioliche lisce, sul fondo, con la punta della dita, era sufficiente a lavare via dalla testa quelle immagini. Ricordi. Chi aveva bisogno di ricordi? Il suo padrone la nutriva, e non con pezzi di carne cruda come faceva con i suoi uccelli. Si era abituata ad essere sempre circondata da camerieri e alti uomini vestiti di scuro, figure che come colonne si stagliavano contro il cielo, durante quei giorni estivi, i pilastri su cui si reggeva la loro sicurezza. I nemici di Federico si fermavano, venivano fermati, eliminati, sempre fuori dai cancelli. E anche quegli attacchi alla loro pace erano radi. Nulla metteva in dubbio il fatto che solo quella potesse essere l’esistenza che le spettava. Non c’erano locali notturni, c’era l’opera. Lussuosi ristoranti. Aveva imparato a mangiare vestire comportarsi per interpretare il ruolo che Federico desiderava interpretasse. Aveva studiato. Non come sua sorella, non come una missione, una vocazione, un sacrificio. Aveva studiato amando quel che studiava. Lo studio non era stato il suo nascondiglio. Non aveva alcun bisogno di nascondersi. Perché avrebbe dovuto?

Portava antichi orecchini lavorati di perle e brillanti. Collane. Spille. Gioielli costosi. Vestiti preziosi quanto gioielli. Comprava mobili, comprava palazzi. Comprava terreni, e suo marito le permetteva di decidere se costruirvi parcheggi, o centri commerciali. Sapeva sedere a tavola, circondata da miliardari. Tacere. Gustare i vini frizzanti, rosati, deliziosi. Era felice, in quella gabbia d’oro. Felice di aspettare il momento di saperne abbastanza, sul modo in cui si alleva un rapace, per far sparire Federico come lui aveva fatto sparire la bambina che era.

 

Sasha, ora, davanti a lei, tiene gli occhi nei suoi. E Benedetta vuole sapere come le cose potevano non aver funzionato. Come era stato possibile che fuori dal suo controllo l’ospedale fosse esploso. E l’esplosione della macchina di Anita non le pareva un incidente. Anita non era il tipo di persona che poteva andare incontro ad un imprevisto del genere. Le sue guardie fuori dalla porta a controllare che entrava e chi usciva. Lei in quella torre d’avorio che è il palazzo di vetro. Lei che combatte con un mondo che vuole distruggerla. Un mondo di uomini, il mondo dei vecchi contatti di suo marito che hanno dovuto rassegnarsi a rispettarla. Dopo che lui è passato a miglior vita. Sasha tiene gli occhi puntati in quelli di lei. Quando è stata la prima volta che ha visto quegli occhi? molto tempo prima. Guarda le sue mani, le unghie laccate lunghe e lucide. Gli anelli che porta alle dita. La fede all’anulare sinistro. Era una bambina, la prima volta che ha guardato Sasha negli occhi. Una bambina che da appena un anno aveva cominciato a godere di quella vita lussuosa. E già era diventata un’altra persona. Il tipo di persona che ama profumi, creme, belle cose. E che già guardava dall’alto in basso gli altri bambini. Aveva quattordici anni, e lui dieci. E quel bambino russo, di così grande corporatura per la sua età, prima di scomparire dietro all’uomo al quale Federico l’aveva assegnato dopo avergli offerto del gelato, l’aveva fissata dritta negli occhi, occhi color ghiaccio, come ora, e Benedetta aveva allora deciso chi l’avrebbe aiutata a realizzare il suo piano.

Ma perché questo avvenisse parecchi anni erano trascorsi, senza che nulla si muovesse.

Per un motivo o per un altro (ma il grande sospetto era una mancanza di lui) non avevano avuto figli. E Benedetta sapeva che era da quel figlio che non riusciva ad avere che la sua vita dipendeva. Appesa ad un filo. Lei, senza lui, non era nulla. Nessuno l’avrebbe rispettata. Non si trattava di un regno, che lei avrebbe giustamente ereditato. Si trattava di una dittatura e lei era esattamente come tutti gli altri. La sua fede, la fede che portava al dito, non l’avrebbe protetta dalle conseguenze che avrebbero accompagnato la morte di lui. la sua morte, o la sua ritirata. Sasha era cresciuto come lei, e non aveva potuto dimenticare quella bambina, non così diversa da lui, vista nell’ufficio agli ultimo piani del capo. Il capo. Qualsiasi giuramento avesse prestato, mai sarebbe potuto essergli veramente fedele.

 

Seduto in poltrona Sasha fuma. Sa di essere stato il primo ad udire quel discorso dalla bocca di Benedetta. Ora le cose sono molto cambiate. Benedetta è un’adulta. Alle spalle anni di esperienza. Il suo matrimonio, la sua vita, hanno cambiato il suo aspetto, il suo carattere. Le sue abitudini. Il suo modo di pensare. Ma nulla è riuscito a cancellare dal profondo del suo animo la paura di poter perdere tutto ciò che ha. Ha tenuto nascosta quella paura finchè ha potuto. Ma ora la situazione le sta sfuggendo di mano ed è impossibile fingere il contrario. Si chiede di chi possa ancora fidarsi. Di chi se non di Sasha. Ora che Anita è morta e Nina scomparsa le sue certezze vengono meno. Non avrebbe mai dovuto prendersi quella bambina. Dentro Nina sua sorella, con tutti i suoi giudizi e la sua determinazione, e suo padre e sua madre, vivevano ancora. E ora il suo passato le si ritorce contro.

 

-c’è una ragazza nella quale Federico riponeva molta fiducia. Teoricamente parlando- Benedetta aveva preso tempo. Non si sentiva sicura ad allontanare Sasha così presto. Così presto dopo la carneficina con la quale avevano eliminato Federico, e i suoi più fidati. Gente che non l’aveva mia vista di buon occhio, perché miravano loro ad ereditare quella gigantesca fortuna.

-vuoi che la vada a prendere?-

Lei aveva sospirato. Giovane. Era molto giovane allora. Le tratte di bambini usate da suo marito erano ora nelle sue mani, e sapeva che il prima possibile doveva trovare delle persone nuove. Gente che fosse fedele solo a lei. La fine di Federico era stata un bagno di sangue. Lei e Sasha avevano fatto fuori praticamente tutti. Tutti quelli più vicini. Quelli che avrebbero potuto ribellarsi. Tutti i fratelli di lui. Tutti. Tutti morti come i suoi falchi.

-sì, voglio che tu la vada a prendere. In Australia. Voglio essere sincera con te Sasha, non mi sento sicura. Non vorrei farti fare, adesso, un viaggio del genere. Ma abbiamo bisogno di persone che ci siano fedeli completamente.-

Sasha guardava a terra. Sapeva cosa significava. Sapeva cosa Benedetta intendeva dire. Cosa doveva significare fedeltà in quel momento di piccola rivoluzione.

-questa ragazzina non è così giovane come la vorrei. Con lei dovrai fare un lavoro molto serio-

-non è così giovane come la vorresti..- aveva ripetuto Sasha soppesando le parole.

La sua storia sarebbe potuta essere diversa. La storia di Benedetta. Si sarebbe potuta ritrovare in chissà che villa sperduta in una qualche campagna. In chissà che provincia sconosciuta, a spendere le briciole di un’eredità che le spettava di diritto. Se non avesse agito. Federico non poteva accettare che il suo impero passasse nelle mani di una donna, una che aveva rapito da bambina. Federico aveva fatto il grande sbaglio di confessarle che alla sua morte non sarebbe stata lei a diventare il capo. Non lei. Uno dei bambini sperduti, ormai cresciuti, che lavoravano per lui. ma Benedetta aveva da tempo organizzato la sua rivalsa, pronta alla volubilità delle opinioni umane, all’ingiustizia del mondo.

-sai come si alleva un rapace, Sasha?-

Sasha aveva scosso la testa. Benedetta aveva aspirato una boccata di fumo. La sua figura elegante nella luce di quel pomeriggio invernale, le gambe lunghe, i corti capelli biondi, soffici, gonfi, gli orecchini scintillanti. Le labbra dipinte di rosa pallido. Non più una moglie, non più una bambina schiava. una giovane padrona. libera.

-te lo insegnerò io-

 

Sasha spegna le sigaretta nel posacenere di cristallo. Non ci sono più bambini a cui dare del gelato. A cui dare una vita nuova. Benedetta tiene la testa tra le mani. In quel momento di sconforto si abbandona, alla ricerca di comprensione, ad una domanda stupida.

-come è potuto accadere? Dove abbiamo sbagliato? Come è potuto succedere che Anita sia morta? E che Nina mi abbia tradito a questo modo? E come può essere che io non abbia idea di quel che sta avvenendo?-

lo guarda, il suo corpo imponente, nella poltrona di pelle, le sue grandi mani, le dita  intrecciate sul ventre, i vestiti puliti, scuri.

-Come è stato possibile che tutto sia andato storto?-

Sasha si alza in piedi. Si avvicina alla scrivania e là, alla destra di Benedetta appoggia il posacenere di cristallo.

Dal basso, da seduta, lei cerca nel suo sguardo la sottomissione che credeva di avervi sempre trovato.

-nulla è andato storto, Benedetta.- risponde alla fine lui –semplicemente non hai considerato che i bambini non sono rapaci-

-continua con 8 IL COLLEGIO- 

Chiara Silvani

chiarasilvani@gmail.com

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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