Sporco affare di sangue. Cinquantotto. 5. BAMBINI SPERDUTI.

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-continua da 4.58-

 

Armando serra la mascella pronunciata quando la vede uscire dalla stazione della metropolitana. Anita cammina a passo svelto. Senza un attimo di esitazione, il volto protetto dai grandi occhiali scuri, si dirige verso la macchina. Apre lo sportello e siede dietro senza dire una parola.

Nina l’ha seguita su per le scale.

Appariva confusa nello scalpiccio rimbombante della gente che l’accompagnava. Il traffico umano dell’ora di punta. Sorretta dai corpi altrui, inseguendo Anita.

Erano emerse così dalla terra assieme alla folla di persone che come loro era stata vomitata fuori dai vagoni della metro.

-una bella seccatura- dice Armando mettendo in moto.

-è il genere di cosa che preferirei non mi capitasse- Anita guarda fuori dal finestrino. Accende una sigaretta e inonda la cabina di fumo in quattro boccate.

-avreste dovuto parcheggiarla meglio allora- risponde lui.

-certo, non avremmo davvero finito più allora, se mi fossi anche dovuta mettere a cercare parcheggio-

Anita si sprofonda nel sedile.

-io- comincia Armando –ho un amico che ha un dono, per i parcheggi-

-entusiasmante- Anita non avrebbe detto più niente.

-davvero Anita, non sto scherzando, ovunque lui si trovi la macchina la riesce a parcheggiare. Quando cerco parcheggio mi basta pensare intensamente al suo volto, e ripetere il suo nome e in un quarto d’ora al massimo ho trovato.-

-mi sembra una sciocchezza- dice Nina divertita guardando fuori dal finestrino.

-non lo è affatto, ti assicuro che si tratta di un dono.-

-e come si chiama questo tuo amico?-

-se te lo dicessi finiresti per usare il suo nome a sproposito, e la magia si guasterebbe. E poi.. funziona solo se ci credi..- le risponde ammiccando.

Nina si volta a guardare Anita che storce la bocca sul sedile posteriore, le mani in grembo, le gambe accavallate. La giacca dalla piega perfetta, nonostante l’omicidio, la metro, il caldo. I capelli folti che le incorniciano il volto affilato. Dietro le lenti scure gli occhi sono un ombra inquietante. La brace della sigaretta che le orna la bocca rossa.

Anita Spencer, pensa Nina osservandola, il sorriso incantato dalle doti affascinanti di Armando si spegne, lasciandole le labbra strette in una smorfia inconsapevole. Quello che sa dell’organizzazione, quello che sa dei suoi genitori (comunque non molto) e quello che sa di se stessa è stata Anita a dirglielo. Ma di Anita nessuno le ha parlato mai.

Anita Spencer.

Armando tace ora. Anche per lui Anita è un mistero insolvibile che incute timore, più che una persona. Un buio umano. Una macchina. Per questa ragione tace, non vuole rischiare di provocarla. Anita. Seria, suscettibile ma fredda. Reazioni insondabili. Gli occhi perennemente nascosti a causa di una malattia, strascichi del passato oscuro dal quale proviene, che la segue ovunque, che fa accapponare i capelli sulla nuca, e la pelle, ma di cui nessuno sa nulla. Forse nemmeno Benedetta. Forse solamente Sasha.

Non vuole provocare Anita. Ha capito quanto lei e Sasha siano intimi ben oltre i limiti che dovrebbero essere consentiti dalle relazioni che è permesso loro instaurare. È giovane. Ma non stupido. Loro, quelli come loro. Come lui, Monica, Desoto, come Nina. Anche se Nina è diversa. Nina è differente. Nina sembra sempre confusa, vagamente strafottente come una bambina che voglia attirare l’attenzione. È qualcosa che si sente, dal suo tono di voce, si intuisce dagli sguardi che si lancia intorno. Cerca la complicità di Anita, forse l’unica che sembra davvero capirla. Nina e Anita. Potrebbero essere sorelle, se solo Armando non sapesse che la relazione che le unisce è ben diversa. È giovane. Ma non stupido.

Tutti e tre restano in silenzio, Nina studia Armando, sempre conscia della presenza di Anita, dietro, che studia entrambi.

Lui è giovane, carino. Sembra che non perda troppo tempo a mantenere le distanze. È giovane. Più giovane di lei. Giovane eppure, come ognuno di loro, vecchio.

Ma, come nota abbastanza facilmente Nina, non ha ancora perso quella freschezza che lei continua a fingere sperando di accompagnare la sua giovinezza un pochino più in là. La sua fanciullezza portarla oltre. Oltre il giorno del suo compleanno per poter rubare a Benedetta qualche anno della sua vita. Seduta sul sedile, accanto ad Armando, lei non può evitare di sentire paura, e imbarazzo. Non ha mai avuto scelta. Non le è stato mai permesso di scegliere se avvicinarsi o meno. Lei è stata costretta a mantenere le distanze. Quel ragazzo è spaventosamente libero rispetto a lei.

Appoggia il palmo della mano al petto. La piccola croce dorata che sua madre le ha messo al collo da bambina è rovente per il sole che le batte su.

Sua madre. Suo padre. Non c’è mai una scelta.

Sua madre era un medico. Ma non una persona colta. Possedeva molti pregi, per suo carattere e per educazione. Ma non era una persona di cultura. Non un’amante dell’arte e della letteratura. Non come Benedetta. Non come Nina. Il collegio, l’educazione impartitale in collegio, l’aveva resa sensibile alla bellezza. Amante della bellezza. Come sua zia avrebbe desiderato crescesse. Sua madre qualcosa di quel genere, un amore, una passione di quel genere non la poteva nemmeno immaginare. La passione, secondo sua madre era nelle persone. L’ammirazione per la vita la riponeva, la indirizzava nella bellezza perfezione mozzafiato dell’organismo umano, non dell’animo.

Nel corpo. Quel che si può aggiustare. Migliorare, modificare.

Nina sbircia Armando. Guida tranquillo. Le mani asciutte, sente il suo odore e la sua presenza. Lui sembra a suo agio. Di tanto in tanto tira fuori una frase banale, nel tentativo di intavolare una conversazione ma entrambe le passeggere sono troppo stanche. Sembra a suo agio. Come se fosse abituato a trattare con gli estranei. A trattare gli estranei come se ci fosse intimità tra lui e loro. Sente il suo odore, segue i movimenti del braccio, delle dita, la mano aperta sul cambio. I muscoli sotto la pelle.

Il corpo.

L’organismo, quel miracolo che sembra funzionare senza sforzo, scivola di azione in azione. Là dove la mente si intoppa il corpo conosce la strada. La intuisce. È in questa macchina stupefacente che sua madre riponeva la sua fede.

Non nell’ambiguità dell’animo umano, così basso e così alto insieme. E sua madre conosceva la bassezza dell’animo delle persone. Il luogo da cui veniva non lo poteva dimenticare, e anche avesse potuto ora che era medico, e poteva permettersi di far stare i suoi in un appartamento in una bella zona della città, anche adesso che forse con qualche sforzo avrebbe potuto provare a credere che la sua vita fosse sempre stata quella, certo non scintillante e meravigliosa, ma dignitosa, non umiliante, anche fosse riuscita a far questo, il male insito nell’animo umano, quello stesso male che abitava i bambini che la emarginavano a scuola perché la povertà le si vedeva addosso, il male dell’anima umana s’insinua nella sua quotidianità: bambini e donne massacrati di botte dagli uomini, ragazzi ubriachi, vittime di incidenti stradali, di droga. Prostitute, barboni, ragazzine strafatte vestite come signorine della notte, e ragazzi dalle labbra spaccate i tratti del volto stravolti dai pugni. La violenza domestica. La violenza psicologica, che accompagna isteria, depressione alcolismo. L’alcolismo. Risse provocate per divertimento, per odio razziale. Per odio e basta. Certo, conosceva la bassezza dell’animo umano, e nessuno gliene aveva mai mostrato l’altezza. Era cresciuta in un luogo dove la parte angelica che compone ogni spirito era sotterrata dall’avidità cieca e ignorante dei morti di fame senza morale. Molto peggio che animali. E la solitudine, il senso di colpa, l’avevano resa fredda, calcolatrice, egoista, la superbia era un tratto del carattere che condivideva con tutte le donne della sua famiglia. Ma era un medico. Quella freddezza, quel senso di superiorità, quell’austera integrità d’animo che tanto la inondava di autocompiacimento quando ne constatava la mancanza negli altri, la rilassatezza dei costumi che pervadeva la società, e in un passato che sembrava ora un’altra vita anche sua sorella aveva portato via, quel suo carattere serio, e distaccato, la personalità densa di amor di se e amor di Dio insieme, nella giusta mescolanza, facevano di lei un bravo medico. Un medico che non versava una lacrima, non avrebbe potuto versarne nemmeno se avesse voluto. Non ne aveva versate per una vita e per una vita aveva lottato contro l’autocommiserazione o contro quella cupidigia, quel desiderio di lussuosa ricchezza che dappertutto aveva circondato anche lei come sua sorella durante gli anni delicati della sua infanzia e della sua adolescenza ma che non l’avevano vista perdersi in quel circo degli orrori, schiava di uomini, di soldi, di potere, schiava di tutto quel che non era altro che un luccichio sul mare, una barca che si ormeggiava al largo del porto, il pontile dalle rifiniture cromate scintillanti al sole estivo. Un miraggio.

Come lei e Benedetta avevano dovuto sacrificare le loro anime di bambine, nel luogo dove erano cresciute (per poter essere libere di abbandonare il luogo dove erano cresciute), sacrificare la loro innocenza, così nell’intricato cumulo buio di rovi che era la strada, il cammino dell’uomo sulla strada della scienza, la luce della compassione, la luce dell’animo umano, dell’arte, della bellezza, non poteva rischiarare la strada quanto il sacrificio. Non si possono fare frittate senza rompere le uova. Senza il sacrificio, senza la razionale selezione che conduce ad operare scelte giuste, dove si troverebbe ora il cammino della medicina se non fermo ad un ristagnate momento etico? Quello che è giusto è quello che progredisce. E si progredisce sulle ossa del passato.

Nessun dubbio poteva distrarre Elena dalla sua professione. Nulla ne sviava le decisioni o diluiva la decisione. Sapeva bene quanto le sue certezze dovessero essere ferme per giungere al successo professionale, sapeva che la severità con la quale si era impegnata nello studio doveva essere la stessa con la quale le sue emozioni venivano messe da parte per lasciarla libera di giudicare oggettivamente caso per caso.

Sua figlia è ben diversa.

Suo marito era un uomo ben diverso.

Massimo Di Giorgio era un ragazzo sveglio, dai capelli scuri, gli occhi grandi allungati, orientali, e il sorriso aperto, un infermiere più giovane di lei e dai sentimenti meno asciutti, che si batteva violentemente perché ci fossero servizi di supporto psicologico alla famiglie a disposizione all’interno dell’ospedale, che amava mangiare bene, e gli animali, amava i piccoli piaceri, i piccoli lussi che poteva concedersi, le belle donne, e il vino. Non era una persona profonda, non era una persona particolarmente dotta, ma risiedeva il suo fascino nell’allegria spontanea che sapeva comunicare, e permetteva ad Elena di dimenticare tutti i suoi doveri,  a volte.

Lei non aveva mai fumato. Beveva molto poco e molto di rado, e durante il periodo trascorso all’università non era riuscita a fare grandi amicizie quanto piuttosto a disfare quelle già lente e di basso numero che aveva stretto durante il liceo. Era con una sorta di vergogna, e imbarazzo e senso di colpa che si permetteva di provare piaceri sciocchi e da poco, e si impediva di desiderarne altri.

Elena non aveva mai fumato, ma scappava fuori dalla porta di servizio, dove gli infermieri si sedevano a fumare sui gradini del cortile sempre in ombra e fresco d’umidità, i muri macchiati e qualche gatto steso tra le piccole piante infestanti scappava là fuori a riprendersi qualche momento della sua vita, scappare dalla responsabilità di essere medico, di mantenere i propri genitori, di dover evitare che le emozioni le facessero perdere la testa. Scappare dai dubbi che a volte sorgevano, scappare dal fatto di non fumare. Scappare lontano dal ricordo di sua sorella scomparsa una notte di fine estate, scomparsa con le barche come un delfino che si faccia abbindolare dalla promessa di pesce. Scappare dal ricordo del giorno in cui Benedetta era tornata. Scappare fuori a respirare. E allora ritornava in sé.

Anita resta in silenzio mentre Armando poco a poco riesce a far scordare a Nina il suo imbarazzo. Ora ha smesso di rigirarsi nevroticamente tra le dita il ciondolo, sorride, l’aria che entra a getto dal finestrino ha asciugato il sudore della sua pelle, i contrattempi, gli imprevisti che lei e Anita hanno incontrato durante la giornata sembrano lontani e superati, e non le incutono più quel timore, senso di smarrimento dovuto alla strana pungente sensazione che qualcosa stia sfuggendo al suo controllo. Anita resta in silenzio mentre Nina si scioglie in chiacchiere rituffandosi in quella persona che era da ragazzina, in collegio, allegra, spensierata, scioccamente esaltata dalla vita, quella bambina che era stata a tratti, quando i momenti che passava con Anita non la riconducevano alla realtà, una realtà impostata, un destino che inarrestabile consumava i giorni che lei trascorreva al collegio.

Ecco affiorare ora, invece, mentre la città scorre fuori dai finestrini e come una pellicola si srotola sotto il suo sguardo, oppure le viene incontro dal parabrezza, ecco riemergere quell’eccitazione infantile. Anita rimane in silenzio. Anita come sua madre non riesce a recuperare in sé quella bambina interrotta che si porta dentro, capricciosa e spaventata, lei come tutti i bambini sperduti che sono capitati tra le mani di Benedetta.

Sua madre, Elena, nemmeno allora che avrebbe potuto permettersi la felicità era riuscita a recuperare la sua giovinezza. Ed oltre questo, Elena portava sulle spalle il ricordo di sua sorella, di quella notte. L’ultima volta che l’aveva vista, quando Benedetta le aveva finalmente sputato in faccio tutta la sua rabbia ed aveva rifiutato la sua comprensione. Allora, finalmente medico, il suo aiuto nessuno si sarebbe potuto permetter di rifiutarlo.

Dopo quella notte, quando Benedetta aveva lasciato la sua famiglia per lanciarsi nel mondo, lasciandosi alle spalle la loro vita insieme, qualcosa di Elena si era perduto. Come diluito nel tempo che aveva speso ad aspettare che lei tornasse. Studiava senza posa. E nella notte si permetteva di sognare una vita diversa. Sua sorella la disprezzava. Ed Elena sperava che le cose le andassero male, e che lei tornasse a casa, ad abbracciarla. Ma conosceva l’anima di sua sorella come la propria. Conosceva quella superbia che lei mascherava, e che avrebbe impedito a Benedetta di tornare a casa.

Ma non era stato così.

Era passato parecchio tempo.

Ma Benedetta era tornata.

Elena era un medico. E tanto s’era impegnata tanto da guadagnarsi un impiego tale da potersi permettere di portare i suoi genitori in città, comprar loro un appartamento luminoso. Sua madre non era riuscita a farsi una ragione della sparizione di Benedetta. E gli ultimi anni, prima che lei cominciasse a lavorare erano diventati enormemente più difficili. Una tortura. Quel martoriare se stessa era un lavoro a tempo pieno. Fino a che non aveva incontrato lui.

Scappata fuori, in cortile, ansimante, le era andata contro. Massimo l’aveva presa al volo, con il suo sorriso da copertina, gli occhi scuri, definiti dalle lunghe ciglia, lo sguardo acuto di furbizia, il fisico slanciato e modellato dalla sua passione per l’arrampicata. La pelle bruna. L’aveva presa al volo, e lei si era scusata per essergli piombata tra le braccia.

Ma lui non era riuscito a lasciarla rientrare in ospedale senza strapparle di bocca la promessa di una cena insieme.

Armando le da un leggero buffetto sulla guancia. Quel ragazzo giovane, che sembra uno studente universitario e non un criminale di professione, mette Nina in imbarazzo eppure non riesce ad evitare di comportarsi come una stupida.

Comportarsi come se non fosse se stessa.

Come se i tempi dei giochi nei corridoi del collegio dove guidava la sua banda innocua alla conquista dei grossi alberi da frutto del giardino le fossero ripiombati addosso, più veri che mai. Non sente più la stanchezza. Anita sembra sia una statua di gesso. Sembra che nemmeno respiri. Ma non le sfugge un gesto, una parola della conversazione. I bambini sperduti raccolti in giro da Benedetta. Quel senso di fanciullezza repressa che li stringe l’uno all’altro. Ma a stringersi troppo stretti si rischia di dimenticare quel che davvero è importante. E distrarsi una volta, anche una volta sola lasciarsi sorprendere può essere letale, e non per la persona, ma per l’organizzazione intera. Armando è un ragazzo sveglio. Di cui Sasha è il tutore. Come lo è stato di Anita. E Sasha ripone molta fiducia in Armando, ma ora, vederlo guidare e sedurre senza sforzo Nina, Anita si chiede quanto lei e Sasha possano fare affidamento su quel sensuale Peter Pan.

Armando accosta.

Anita scende dalla macchina, mentre Nina perde altro tempo a congedarsi.

Bambini sperduti, orfani. Bambini comprati in Russia, in America latina. In Africa. E loro si stringono in quell’abbraccio sapendo di condividere lo stesso destino e sapendo, dentro, nel cuore, di non poter andare mai abbastanza a fondo l’uno nell’altro.

Armando non si sbaglia. Nina non è nata in un paese straniero, né cresciuta nelle condizioni in cui sono cresciuti loro. Nelle condizioni in cui è cresciuta Anita. Nina è stata una è privilegiata. Anita ha sempre creduto di poterne avere il controllo. Di conoscerla. Di manovrarla. Che per lei l’anima di Nina fosse trasparente come uno specchio d’acqua. Ora la stanchezza, il caldo, la rapidità con cui si stavano muovendo e l’importanza di quello che c’era ancora da fare, la rendono paranoica al punto di desiderare di non aver mai cresciuto quella ragazzina. Potrebbe ritorcersi contro di lei.

In fin dei conti chi di loro poteva dire di amare Benedetta?

Nina ora le appare diversa. Forse ha sbagliato con lei. Forse hanno sbagliato con lei. Forse nel fondo del suo cuore non c’è pietra ma ancora quel tanto di tenerezza che basta a renderla una creatura vulnerabile. E allora il sospetto di Benedetta che ci fosse la possibilità che Nina facesse qualche sciocchezza non sembra un idea così astrusa. Oppure è semplicemente Anita ad aver perso l’umanità che avrebbe dovuto conservare, da qualche parte in sé, nonostante tutto. Almeno per Sasha. Ma come avrebbe potuto?

I bambini sperduti, soli, violentati dalle mire degli adulti erano cresciuti tutti come criminali. Il suo destino non sarebbe potuto essere diverso. Non aveva avuto scelta. Come Benedetta, come Elena, era stata costretta a sacrificare tutta l’innocenza dell’infanzia che non aveva avuto modo di vivere.

-magari un giorno di questi ti invito a cena- Nina lascia andare la crocchia che teneva stretta sulla nuca, slacciando la cintura di sicurezza e tirando a sé la borsa di pelle guarda Armando sorriderle.

-in che senso?- gli risponde.

-tra un omicidio e l’altro dovrai pur mangiare no?-

Scende dalla macchina.

-se davvero vuoi che mi liberi per te perché non ti stampi una copia della lista?-

-cosa?- alza un sopracciglio, sorride, rughe dolcissime alle estremità degli occhi come raggi di sole.

-potresti alleggerirci il lavoro. Prima mi libero prima avrò tempo per cenare fuori con un ragazzo carino..-

-ci penserò- strizza l’occhio.

-ci vediamo.- dice lei abbassandosi in una cascata bionda sul finestrino aperto del lato del passeggero.

-ti chiamo-risponde lui. E parte.

-Allora- dice a Nina accendendosi una sigaretta –a chi tocca ora?-

-Nina resta a guardare la macchina allontanarsi, refrigerata, resuscitata da quel poco tempo passato con una persona. Una persona normale.

-Francesca e Giulio Bassani- risponde.

 

Chiara Silvani

chiarasilvani@gmail.com

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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