Sporco affare di sangue. Cinquantotto. 4. 58

58

 

-leggi dal primo capitolo-

-continua da 3.giochi da bambini-

-ci hanno procurato una lista. –  dice Anita a Nina, lei guida la Panda bianca, Sasha le ha dato le chiavi, facendola scegliere tra una decina di modelli, ed è scomparso di nuovo in un ufficio in fondo al corridoio – i ragazzi sono davvero bravi, – prosegue Anita senza sollevare gli occhi dal foglio stampato, un elenco di nomi e indirizzi – ecco, credo che il più vicino sia questo Stefano Rosa. Devi andare verso via del porto fluviale. Non credo se ne sia andato in giro, saranno tutti più o meno confusi a causa del gas.. stasera penseremo all’ospedale, e domani devo risolvere una questione importante, dobbiamo andare fuori città.. –

-una questione importante?- le chiede Nina svoltando a sinistra –più importante di questa?-

-una questione abbastanza importante, comunque è solo un altro lavoro. Ma non ti riguarda.-

-non mi riguarda ma devo venire con te..-

-perché sono il tuo superiore Nina-  risponde pacata  -ecco, gira qua..-

-non sei nessuno..- un sussurro. Nina, la fronte aggrottata. Stanca.

-cosa hai detto?-

-ho detto che non sei nessuno, Benedetta è l’unico capo, e mi ha ingannata, mi ha detto che avrei potuto fare il medico, per l’organizzazione, e guarda, eccomi ad operare un massacro, e per che cosa? Mi ha rubato una vita intera..-

-cerca di non avvelenarti Nina, oppure prima o poi mi chiederà di piantare un colpo in testa anche a te..-

Nina accelera.

-cinquantotto, cinquantotto.- Anita studia la lista. Un nome sull’altro. Ognuno corrisponde ad un numero. Anche lei è stanca. Ma riesce a vedere la luce accecante alla fine di quel tunnel, una vittoria tale che per ottenerla quel bagno di sangue è un prezzo più che giusto. Ma Nina comincia ad essere confusa. È in procinto di chiudere il suo periodo di lavoro per Benedetta, e questo, lo sa per esperienza, porta chiunque a perdere la testa. Quanti ne ha dovuti ammazzare. Nessuno esce mai veramente dall’organizzazione. Ci si continua a chiedere, la bocca amara e la vita avvelenata, se davvero non si è avuta scelta. Oppure se si è colpevoli.

I nomi sono cinquantotto. Cinquantotto era l’oggetto della mail che Sasha ha ricevuto, il nome del documento che Sasha ha stampato per lei. Cinquantotto. Due numeri. Cinque e otto, in grassetto, e poi di seguito:

1. Stefano Rosa. Il primo.

58. Una cifra.

Niente di più.

Ebbene, li avrebbero fatti fuori tutti. Tutti e cinquantotto.

Stefano Rosa apre la porta del piccolo appartamento. L’ingresso è un corridoio lungo e stretto, conduce ad una porta che dovrebbe essere quella del soggiorno.

Anita Spencer sorride, sicura di sé nel suo completo firmato, tende la mano al ragazzo pallido e magro, con l’orecchio destro forato da un anellino di metallo scintillante e gli occhi scuri grandi, i tratti pronunciati e le spalle larghe. Le sopracciglia folte danno al suo sguardo una serietà innaturale per un ragazzo della sua età

Stefano Rosa. Ventuno anni. Programmatore. Viale Raffaello 52. Quarto piano.

Anita gli tende la mano ferma ma prima che possa cominciare a parlare, mentre stringe tra le sue dita quelle affusolate e forti e ferme del ragazzo sente un tremito scuotergli il braccio.

-tu eri su quel pullman- dice lui in un sussulto gli occhi hanno puntato Nina, le pupille dilatate di colpo, il volto freme. Tutto il terrore provato il giorno prima lo assale nuovamente.

Anita gli tappa la bocca con la canna della pistola. Strabuzza gli occhi, lo sguardo saltella da Anita a Nina.

-sta zitto, entriamo in casa.-

-Cristo Anita-

-cosa?-

-questo si è pisciato addosso-

Anita alza gli occhi al cielo e sbuffa. Sarà un lavoro infinito se continuano a perdere tempo. Già far scegliere una macchina a Nina è stato un errore. È come se non prendesse sul serio quella diavolo di storia che invece rischia di farle finire allo spiedo entrambe. Nina continua a farsi domande. Sembra tornata una ragazzina. Lei e Sasha non avevano calcolato che sarebbe stato così faticoso. È pazzesco che nonostante il gas che avrebbe dovuto confondergli almeno le idee Stefano Rosa abbia riconosciuto Nina in meno di un secondo, significa che sono in guai seri,  se la polizia decidesse di muoversi prima sarebbe una tragedia.

Percorrono tutti e tre lentamente il corridoio a ritroso, fino alla porta in fondo, che da sul soggiorno con cucina a vista. Il tavolo della cucina è sgombro. Anita con un calcio sistema una sedia in modo che Stefano abbia spazio per sedere.

-una bella casetta eh? Anita?- Nina si guarda intorno toccando vasi e aprendo le piccole scatole svuota tasche che le capitano a tiro, trovando solo viti e qualche pezzo di rame.

-allora, dice, che aspettiamo? Chiudiamo con questo numero uno così ci resteranno solo gli altri cinquantasette..- vuole sbrigarsi. Lasciarsi quella storia alle spalle. Quella e tutte le altre. Se mai sarà possibile.

-c’è qualcosa che non mi torna- le risponde Anita liberando le labbra del ragazzo e facendolo sedere al tavolo quadrato della cucina.

-cosa?-

-manca suo padre-

Roberto Rosa. Sessantun anni. Pensionato. Viale Raffaello 52. Quarto piano.

-come sarebbe a dire?- Nina le prende il foglio dalla tasca.

-ma qui non c’è nessuno, è vero ragazzo? Altrimenti l’avremmo già incontrato. Il bagno è vuoto, e nelle camere da letto non c’è nessuno.. vero?-

-come sai queste cose?-

Le chiede Nina sollevando un sopracciglio interdetta. È inutile, non sarebbe stata mai come lei. Non sarebbe stata mai come Anita Spencer. Una macchina. Un organismo. Nina è un essere umano. È ancora la bambina ribelle che tutti in collegio hanno amato per la sua fragilità.

-le so e basta- risponde lei. –allora, dov’è tuo padre?-

Stefano guarda Anita con astio.

-è morto nell’incidente-

-non è vero!- esplode Nina piccata -È fuori da qualche parte e tu cerchi di coprirlo, ma vedi noi lo troveremo lo stesso-

-come potrei dire una cosa così macabra se non fosse vera? Certo che è morto nell’incidente..-

-allora, Stefano- interviene Nina massaggiandosi le tempie –prova a fare con me questo ragionamento, la vedi questa lista? Si? Ebbene questa è la lista delle persone che noi dobbiamo far sparire, tutte quelle rimaste vive, con indirizzo e occupazione, e come vedi, c’è anche il tuo nome, qui, e sotto quello di tuo padre, su questo foglio, il che significa che non è morto nell’incidente, dal momento che rientra tra le persone che noi dobbiamo eliminare. Ci sei?-

-ti dico che è morto, e questo sarcasmo e tono da spia sfigata non lo farà tornare indietro.-

-dice che è morto- ripete Nina rivolta ad Anita che si è alzata e fruga nella madia della cucina alla ricerca di qualcosa da mangiare –e dice che sono una spia-

-ho sentito- dice –dice che sei una spia sfigata e che suo padre è morto. Ma noi sappiamo che non è così. giusto?-

-le informazioni che vi hanno fornito sono sbagliate!-

-ridicolo- risponde Anita

-ma per favore, ti dico che è morto, e che chiunque abbia scritto quella lista ha sbagliato-

-noi non sbagliamo mai-

-Cristo santissimo! Certo che sbagliate, altrimenti non stareste qui con una lista in mano!-

Anita si gratta pigramente il collo con le unghie lunghe, laccate e brillanti. Nonostante il caldo e la stanchezza è come sempre impeccabile, senza un capello fuori posto. Scuote vagamente e e lentamente la testa ragionando tra sé. Imprevisti di questo tipo non dovrebbero capitare. Stefano Rosa la guarda pallido e furente. Anche lui è estenuato dal succedersi di tutti quegli improbabili imprevisti. Non era stato abbastanza che fosse stato narcotizzato e rapito da una ragazzina bionda, non abbastanza che ci fosse stato l’incidente, che si fosse ritrovato confuso e dolorante in mezzo al niente, nel fango. Suo padre era morto e ora quelle due killer da quattro soldi venivano a fare una scenetta infamante e umiliante in casa loro, quando lui era ridotto talmente male da non sapere chi chiamare, per onorare la memoria del padre. Come poteva andare peggio di così? Ritrovarsi solo al mondo perché un branco di spie buone a nulla non era nemmeno stato in grado di concludere chissà che missione. Non c’è più nessuno nella sua vita. È solo un ragazzo ma si sente un vecchio senza speranza. Abituato com’è a vivere gomito a gomito con il padre, senza vita sociale, lavorando di notte, non riesce a immaginarsi la sua vita senza di lui.

-bene, vivo o morto il padre questo cretino comunque va ammazzato- interviene Nina spazientita. Se il primo genio dei computer viene a dir loro che sbagliano deve esserci davvero qualcosa che non va. Qualcosa di sbagliato nell’organizzazione. Così come l’incidente è stato un fuori programma. Uno sbaglio. Come se Benedetta stesse perdendo il controllo.

-molto giusto anche questo. Chiama Sasha. Digli di fare un controllo. Se è vivo mi deve trovare questo Roberto Rosa entro otto minuti. Prima di passare all’ospedale abbiamo una coppia da mandare al creatore.-

-vi dico che mio padre è morto, e che siete spie da due soldi, perché non esiste che veniate qui a fare tronfie con la vostra stupida lista se poi: ecco qui, vi siete perse un morto!-

-cosa c’è vuoi fare il simpatico? È il tuo momento di gloria?-

No,  non si trattava di vivere momenti di gloria, non voleva essere simpatico a quella gente. Ma suo padre non poteva essere morto per uno stupido sbaglio, per un incidente. Doveva esserci sotto qualcosa, qualcosa di serio. Qualcosa per cui valesse la pena morire, e uccidere. Quella sua piccola vita non poteva essergli portata via da un trentenne sudata e vestita come una prostituta e quella specie di avvocato placido dai capelli neri. Doveva meritare una storia più seria, la sua fine. La sua morte.

-senti, ragazzo- attacca Anita aprendo una scatoletta di tonno in un piatto decorato a piccoli fiori blu –questo è solo un lavoro, d’accordo? Ora, non penso che tu vada alle poste a pagare le tue bollette e renda la vita più difficile a tutti giusto? Non credo proprio, quindi ora lasciaci fare il nostro lavoro, e sta zitto se non vuoi che ti faccia saltare un orecchio mentre aspettiamo che tuo padre torni a casa-

-vi dico che è morto..e guardati, viene ad elemosinare scatolette a casa mia.. non vi danno da mangiare alla C.I.A.?-

-la C.I.A.?- Nina lo guarda con un sopracciglio alzato –ma tu sei tutto suonato, credi davvero che ti si presentino quelli dei servizi segreti americani a casa?-

-certo che siete dei servizi segreti, credete che io sia un cretino? E nonostante questo non sapete nemmeno farvi due conti!-

-spie! Ma come ti viene in mente? Hai passato troppo tempo davanti al computer-

-mio padre è morto e tu stai qui a farmi la predica! Sei solo una frustrata a cui tocca il lavoro sporco- risponde ad Anita che si pulisce la bocca con un fazzoletto di carta.

-sta’ zitto, potrei stufarmi di starti ad ascoltare, poi:

-allora?- Anita guarda Nina con aria interrogativa, lei ha sfilato il piccolo Motorola sottile nella borsa sformata, ed ora annuisce alle parole di Sasha nella cornetta: è vero, dice si sono sbagliati. Anita ha il tempo di sentire la voce di Sasha, calda e così familiare, dire ok, fallo fuori, dalla cornetta, e si ritrova il piatto che aveva poggiato sul tavolo in faccia. Reagisce in millesimi di secondi. Stefano Rosa si è tirato su, in piedi, e con un balzo degno di un film d’azione è dall’altra parte del tavolo. Sta imboccando di corsa il corridoio quando Nina saltandogli sulla schiena come una scimmia, o un felino che attacchi alle spalle, gli pianta un coltello da cucina tra collo e spalla.

Anita abbassa la canna della pistola quando Nina sfila il coltello dal corpo. Sanguina.

-ebbene, tutto è bene quel che finisce bene, o sbaglio?-

Anita ha il fiato corto per la sorpresa.

-non dobbiamo abbassare la guardia- dice.

Nina annuisce. Tutto è bene quel che finisce bene. Oltretutto c’è n’è anche uno di meno. Ora è sufficiente ammazzare gli altri cinquantasei.

-dov’è la macchina?-

-non so.. era qui, l’ho parcheggiata qui- Nina si guarda intorno.

-era in doppia fila- dice con voce stanca e pastosa la grassa tabaccaia che fuma sulla porta del suo negozio, avvolta in vestiti da due soldi e fradicia di sudore -l’hanno portata via- prosegue in un sorriso soddisfatto. C’è giustizia a questo mondo, le regole vanno rispettate e i delinquenti non rimarranno impuniti.

Anita guarda Nina con occhi fiammeggianti:

-hai parcheggiato in doppia fila!-

-ho parcheggiato dove mi hai detto tu!-

-è ridicolo!-

-eh no signora, è la legge- grida soddisfatta la tabaccaia infervorata dal senso etico.

-stia zitta per cortesia!-

-dovevate pensarci prima, che giungla sarebbe se tutti facessero come voi due? È una questione di principio, dovete avere rispetto per..-

-ma vada al diavolo!- sbotta Anita accendendo una sigaretta.

-hai degli spicci?- chiede Nina intrecciandosi i capelli e asciugandosi il petto dal sudore. Il caldo implacabile continua a battere sulla città, il temporale ha rinfrescato l’aria per qualche ora appena.

-perché?-

-per la metro-

Anita segue Nina sottoterra. Manda un messaggio a Sasha. Armando le verrà a prendere con una macchina in centro. Quella diavolo di sfortuna non ci voleva, un altro imprevisto da mandare giù. Presto avrebbero avuto tutto il sangue che stavano sputando indietro. Presto.

Lui la guarda affettare le zucchine sempre più rapidamente, e sempre più in lui cresce la paura che una delle lunghe dita sottili rimanga presa sotto la lama del coltello.

Il volto di lei è gonfio di pianto trattenuto, ma non vuole lasciarsi abbracciare, e lui rimane inerme, come se l’avessero schiaffeggiato. Inutile.

Non è stato l’incidente a rendere suo fratello così intrattabile. Lui, suo fratello non l’ha mai meritata. Mai. Lei dolce, spontanea, accudente, fragile. Sempre pronta a dare tutto per gli altri. E talmente sensuale. Quando suo fratello gliel’ha presentata ha sentito un tuffo al cuore. Lei avrebbe dovuto essere la sua ragazza. Sua moglie. Lui non l’avrebbe mai trattata come lui la tratta. E non ha mai smesso di amarla. Lei, un tac dopo l’altro rimbomba nel silenzio della cucina, la lama sul legno del tagliere, una zucchina dopo l’altra. Continuando a trattenere le lacrime tanto da farsi arrossare gli occhi. per anni l’ha vista soffrire, desiderandola, sapendo di poterla rendere felice. Ora, stanco di essere uno spettatore ferma la sua mano sul coltello stringendole il polso.

Giulio l’ha cacciata dalla camera in malo modo, mentre lei cercava d’aiutarlo. Ma lui non merita compassione o affetto, è un egoista. Le ha gridato dietro infamie irripetibili, e quando lei, Francesca, ha incrociato il suo sguardo, lo sguardo di Claudio, che l’ama da sempre, si è sentita doppiamente umiliata. È scappata in cucina ad affettare zucchine, nel suo leggero vestito azzurro cupo, i seni che s’alzano e s’abbassano rapidi ad ogni movimento del braccio. Claudio ora segue quell’impercettibile movimento della scollatura e si sente bruciare. Non è entrato nella stanza dove suo fratello, sdraiato sul letto continua ad imprecare, l’ha seguita in sala da pranzo, e poi in cucina. Le tiene il polso stretto tra le dita, le leva di mano il coltello e la costringe a guardarlo.

-devi credere che io sia una stupida- dice lei mentre gli occhi le si riempiono di lacrime, il petto ha un sussulto che mette a Claudio la pelle d’oca.

-perché stai con lui?-

-oh! Ti prego, io…- prova a rispondere tra le lacrime, ma lui si avvicina e preme le sue labbra su quelle di lei. Allora suona il campanello.

Francesca Bassani. Quarantuno anni. Biologa. Via cimino 37. Primo piano.

Giulio Bassani. Cinquantasei anni. Professore associato e architetto. Via cimino 37. Primo piano.

Anita e Nina sulla porta.

-buongiorno, anzi, scusi, buonasera signora. Polizia, siamo qui farle qualche domanda, sapeva che saremmo venuti-

Anita sorride tagliente con voce suadente, mostrando per qualche decimo di secondo un tesserino falso ai due alla porta.

-è la signora Bassani, giusto?-

-sì, io entrate..-

Risponde lei, Claudio le cinge la vita con un braccio, una leggera pressione del gomito di Anita sul fianco di Nina e il silenziatore lo atterra un sibilo. E subito dopo, al fianco di lui lei si accascia. Due colpi dritti alla testa.

-bene. Almeno questa l’abbiamo chiusa in fretta.-

Anita sta per chiudersi soddisfatta la porta alle spalle dopo aver fatto rientrare a calci i piedi e le gambe dei cadaveri nell’appartamento quando lo sente: un rantolo, dalla stanza in fondo.

-Francesca? Chi è-

-c’è qualcun altro..- sussurra.

-non sono affari nostri- risponde Nina piegata sulle gambe di Claudio che sono sbavate ancora fuori, nel pianerottolo quando Anita di colpo ha spalancato la porta.

-sì invece. Controlla i documenti di questo-

-accidenti- fa lei dopo un minuto

-cosa, cosa dicono?- chiede Anita

-non è lui il marito, è qualcun altro, non è Giulio, deve essere un parente.

-Francesca? Che sta succedendo?-

-il marito deve essere lui- sussurra Nina mordendosi le labbra.

Scavalcando il cadavere Anita gli rivolge un’occhiata pietosa.

-non desiderare la donna d’altri- sussurra. Poi attraversa la sala ed entra in camera da letto.

Nina rimane a fissare gli occhi chiari di Claudio. Le dita della mano sinistra strette nella mano di lei.

-non desiderare la donna d’altri- ripete piano. Le pozze di sangue come aureole dietro le loro teste già si spandono sul parquet. Dalla camera sente la voce di lui, chiede come, perché. Poca agitazione, poi più nulla. Un sibilo, un tonfo, poi più nulla.

-fantastico il silenziatore, vero?- dice ad Anita quando lei ricompare sulla porta della camera da letto.

-sarà, a me il rumore degli spari da più gusto-

-ma dai, potremmo sterminare gli inquilini del palazzo e nessuno se ne accorgerebbe per giorni.-

-ci manca solo che mi metto a sterminare gente che non mi serve di sterminare.. cosa c’è, non hai abbastanza lavoro?-

Il telefono di Anita squilla.

-bene- dice nella cornetta –fantastico- poi rivolta a Nina –cancella questi dalla lista, ed anche il numero quarantuno e trentacinque. Armando sta lavorando per noi.-

-quel ragazzo? Quello nuovo?-

scendono un piano di scale rapidamente

-stai serena che c’è da fidarsi- il portone sbatte alla loro spalle. È ora di cena, ma il sole ancora illumina la città proiettando lunghe ombre ai loro piedi mentre camminano sul marciapiede. Anita Spencer, una lunga donna in nero, affusolata nel completo stirato, e Nina Di Giorgio, le lunghe gambe burrose veloci rincorrono i suoi movimenti sgraziati e sensuali. La criniera bionda le ricade sulle spalle, la pelle lucida di sudore bianca brilla al sole della sera.

-d’accordo. Quanti ne mancano?- chiede salendo in macchina.

-cinquantadue. Ma non preoccuparti. I sedici in ospedale li faccio sparire in un attimo- le risponde Anita accendendo una sigaretta.

-continua con 5.BAMBINI SPERDUTI-

Chiara Silvani

chiarasilvani@gmail.com

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

Un pensiero riguardo “Sporco affare di sangue. Cinquantotto. 4. 58

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