Spiccioli, ovvero quello che resta

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*fotografia di Francesca Pucci

– Vediamo un po’ se abbiamo qualche spicciolo per un’ultima bevuta..

Con tre dita, quasi fossi un braccio meccanico, avvio la mia personale manovra finanziaria. Sfilo il portafogli dalla tasca interna della borsa e lo sguardo si ferma in qualche punto imprecisato, a misurare l’angolo tra il mio gomito e il miraggio del bancone. Raccolgo un paio di monete ed inizio a giocarci distrattamente tra le dita e il palmo della mano.
– No, no, lascia stare, ci penso io.. Un amaro per digerire, magari?

– Sì, basta che sia un amaro secco piuttosto che dolce, sì.
Di quegli amari in cui dolce è naufragare, sai. Di quegli amari amari, che non lasciano in bocca lo stucchevole retrogusto di caramella alle erbe (abbandonata sul cruscotto, sotto il sole, per ore, per chilometri di coda numero dieci, sulla A24, un quindici di agosto millennovecento eccetera eccetera).
L’eco dei nostri passi sul selciato della città vuota mi contava sulle dita i bicchieri di troppo e le sue mani magre non mi lasciavano pagare nemmeno quel liquore da due soldi, livido come lo sputo. Ubriache, mi massaggiavano i piedi; intontite, mi stringevano i polsi, raccontandomi che rumore fa entrare dentro qualche altro essere umano.
Peccato: avevo dimenticato il frigobar.. Altrimenti saresti potuta salire in stanza da me, già. Invece di vagare senza meta a fondovalle e chiuderci da un barista portoricano del tutto casuale per inzupparci di improbabili cocktail improvvisati. Aspetta, aspetta un attimo, fammi indovinare: ingredienti non pervenuti, eccetto quell’onnipresente e orribile retrogusto al cocco del Malibù.

Annuisco, sorrido silenziosa, sollevando soltanto un angolo della bocca.
– Per me senza ghiaccio, grazie.
Scivolo via dall’insistenza del momento, infilando lo sguardo tra le bottiglie alle spalle del barista, che ci prepara i due bicchieri. Chiamiamolo pure un interesse quasi scientifico, il mio: osservarmi da una posizione privilegiata e distante, seduta in prima fila allo spettacolo. Eccomi di nuovo distratta, fuori dal corpo. Nel frattempo lui continua a parlare, a combattermi sul filo delle parole. Ma, attenzione, la sua concentrazione, signore e signori, al momento sembra vacillare. Manca un colpo, rallenta il ritmo, ne manca un altro, forse è stanco, ma la conclusione del round ancora sembra lontana e soprattutto incerta. Dopo un paio di bicchieri di rosso sanguigno e due assaggi di liquore riconosco l’inquieto tragitto degli occhi dalla scollatura alle labbra e i loro passi indietro precipitosi non appena, quasi per caso, sfiorano i miei, fermi in un’istantanea beffarda di sfida e languida di un invito inconsapevole.

E poi mi prendeva la mano, stretta.
– Io, io volevo mantenere il controllo, non volevo fare nulla, ma tu.. Ma tu mi costringi.
Io? L’immobilità di questa mia mano? O il mio sguardo? Eppure sono certa che se avessi potuto vedermi allo specchio in quell’istante, mi sarei trovata addosso soltanto un’espressione spaventata, una maglietta e dei calzoncini corti: nessuna traccia di una seduzione, forse solo un lieve sorriso, indeciso e tremulo. Una diciottenne seduta a gambe incrociate su un divano rosso in una pigra mattina estiva: un soggetto qualunque in un istante privato.
Non avevo imparato, non ancora almeno, che è proprio la frizione tra l’ordinario e il desiderio, la cosa che chiamano intimità, a far scattare quel meccanismo irrefrenabile, quella scintilla di possesso.

Cambio scena: Esterno. Notte. Orario imprecisato. (Chissà, è anche possibile che nel mentre il tempo si sia raggomitolato in posizione fetale, in standby, un po’ come accade agli insonni). Lui e lei passeggiano silenziosi in una città che è il fermo immagine di se stessa. Il tratto dominante è quella che potremmo dipingere come una calma tanto assoluta quanto apparente. La possibilità di un protrarsi infinito degli attuali istanti nasconde infatti l’ansia sottile del momento della svolta, ammicca allo scontro imminente e inesorabile.
L’amaro è andato giù tutto d’un fiato, come ogni medicina che si rispetti. Ma per ingoiare la pillola non serviva un poco di zucchero? Accidenti, è vero!
Mancanza imperdonabile che causa finalmente la frattura dell’equilibrio, non appena i due passano, quasi per caso, di fronte ad un piccolo portone verde, stretto fra una bottega di alimentari e una pulciosa rivendita di alcolici del discount (prezzi convenientemente maggiorati del 200%).
Lui raccoglie coraggio e nonchalance dalla chiave che s’infila nella toppa:
– Ti va di salire?
E subito precisa, smussando gli angoli dell’invito
– È tardi, ma magari ci vediamo un film, qualcosa, ti offro un caffè, poi vai quando vuoi… Che dici?
Mi risveglio da me stessa nel mio “perché no” di risposta. Non particolarmente brillante, vagamente artificiale, un po’ da copione, ma un copione insolito, se non altro per me.

Mi aspetta un trilocale pulito, dove c’è quasi tutto il superfluo necessario. Una tivù col suo schermo piatto fa capolino dal muro di fronte al letto, tra le costole cromaticamente ordinate dei libri. Seguono, in ordine sparso: una macchina per l’espresso, una forchetta, un coltello, un bicchiere, uno sformato di provenienza familiare nel congelatore, una fila di oggetti tecnologici più o meno utili e/o dilettevoli.
Appena entrato in casa si mette comodo, dice lui, e di mettermi comoda anch’io, fare come se fossi a casa mia mi ripete in un ritornello cortesemente ossessivo. Gesticola, sorride, si accosta a me in un movimento circolare di avvicinamento e distacco, in un’orbita ellittica piacevole quanto priva di reale suspence. Ecco, in questo istante vorrei abbandonarmi alla corrente, ve lo confesso, e invece mi ritrovo a vivisezionare le stanze, le circostanze, gli occhi azzurri. Mi ritrovo ancora una volta a setacciare le parole nel tentativo di distinguere il grano dal loglio, la verità dalla seduzione. Infilo un’osservazione pungente dietro l’altra, ago paziente, disegno i profili di un nuovo ricamo, unisco i puntini da uno a novecentonovantanove nella fremente e scettica attesa di un risultato imprevisto, che disarmi il mio intuito o la mia disillusione.
Non c’è niente di sbagliato: la lista della spesa è piena di spunte. Positivo? Positivo, oppure no?
Anche quando si sfila la maglietta per ironizzare su un suo vecchio tatuaggio di dubbio gusto, il mio occhio resta fermo, clinico.
È a me che manca qualcosa, invece..
Sì, come se avessi perso quella goccia di menzogna necessaria alla distrazione, al turbamento, alla muta accettazione del biologico procedere degli eventi.

Accende il televisore, avvia un vecchio film, in una ricerca di intimità quasi infantile, forse sincera, forse da piccolo dramma da tubo catodico per teenagers annoiati. Dove sono finita? Come ci sono finita? Ma è qui che gli altri vivono, è qui che devo imparare a sopravvivere. Sfilo le scarpe, mi sciolgo i capelli: un sorso di caffè e mi siedo accanto a lui, sul letto.
Intanto si è già infilato furtivo sotto le coperte: se voglio posso restare, in fondo è tardi, abito vicina, ma di questi tempi non si sa, non lo sai e per lui no, di problemi non ce ne sono, siamo amici e nel momento del bisogno, gli amici, da contratto, devono pur esserci.
Atleticamente inspiro tutto l’ossigeno disponibile: sono pronta al tuffo disperato, o forse no, non sono affatto pronta, sono solo decisa a un ultimo tentativo di rottura, a un atto di forza che mi riporti con violenza all’empatia perduta, a quell’intensità di vita tenuta in scacco dai miei ricordi.
In una frazione di secondo il dado è tratto. Ma poi deus ex-machina, imprevisto scenico (l’orrore, l’orrore.. ) una moneta rotola sulle lenzuola.

Dentro di me trovava la rivoluzione che non aveva il coraggio di abbracciare, ma che lo stringeva dall’interno, da sola capace di sciogliere ogni catena, di parlare in rima con la sua anima caotica, di diluirne la violenza in una spontanea incoscienza: sapevo soltanto accogliere il dolore, ormai, e lui sapeva soltanto infierire. Una sera d’autunno, su quel letto, l’alluce tremava di un riflesso incondizionato che conoscevo bene. Sull’unghia, in bilico, una moneta. Sorrisi – È un augurio – dicevo fra me e me. Anzi, un dono funebre, di quella specie che gli antenati facevano ai loro cari defunti. Un obolo sulla palpebra, per assicurare loro il passaggio oltre la palude infernale.
Eccomi, ti pago il passaggio sull’altra sponda dello Stige, col piacere che ci fa tremare e un soldo a saldare il debito di questo piccolo paradiso che non tarderà a bussare alla mia porta, a chiedermi un’altra volta di te e di me.
Sì, di me lo attraeva quel vuoto che mi aveva saputo scavare dentro. Ma adesso, adesso che ho pagato, mi ripetevo, ho pagato davvero per entrambi. E finalmente te ne andrai, devi andartene..

-Scusami, devo andare, è tardi –
Ad andarmene, anche stanotte, devo essere io: la moneta non è servita.
In fretta raccolgo i miei pezzi e abbandono la scena con passo lento e deciso, a ritirarmi ancora una volta al di qua dei miei confini.

Elisa Orsi

Elisa Orsi

Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.
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Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.

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