Slum!

Il tuk-tuk su cui stavo viaggiando, si fermò di fronte ad un marciapiede stretto ed eroso dai numerosi shop di vario genere. C’era chi vendeva cd, propagando nell’aria vibrazioni musicali, in un mix disordinato di canti religiosi e successi pop commerciali europei ed americani. I negozi di cibo esplodevano di colori e profumi di spezie. Infine, i venditori di abiti facevano a gara, a chi aveva la marca più in voga in Occidente, naturalmente contraffatta. Era proprio questo, uno degli aspetti che più mi incuriosiva, ovvero vedere per le strade i ragazzi sotto i trent’anni che sfilavano orgogliosi di indossare i loro capi contraffatti. Sono convinto che ognuno di loro, volesse somigliare ai divi di Bollywood. Per tutti coloro che non hanno mai varcato l’Oceano, la sola visione di questo spettacolo, fatto di colori, profumi e facce, sarebbe bastato per risalire velocemente sul primo taxi e tornare nella quiete Occidentale dello Shalimar Hotel. A me non bastava conoscere una metropoli asiatica, solo dal vetro rilucente di un modesto albergo. L’autista del tuk-tuk mi sorrise, ciondolando la testa, nel tipico assenso degli indiani e dei cingalesi. Era contento di aver ricevuto una piccola mancia, nonostante i miei precedenti rimproveri. Lungo il percorso dall’albergo al quartiere infatti, avevo dovuto più volte intimargli di andare piano, al grido di:”Please, go slowly. I want to return back with my legs!”. La battaglia era stata dura da vincere, perchè nonostante le mie imprecazioni, il suo sorriso evidenziava una fama di pilota urbano che avrebbe voluto dimostrarmi per tutto il tragitto. Solo la minaccia, di non ricevere una rupia, aveva tranquillizzato la cavalcata motorizzata, di quell’aggeggio su tre ruote, imbottito al suo interno di adesivi e cuscini raffiguranti Bob Marley. Mi avviai verso la porta d’ingresso che collegava il grande mercato, allo Slum adiacente, non senza aver ascoltato l’amichevole programma del ragazzo del tuk-tuk.”Per straniero non è posto buono, forse meglio se io porta a mare o a fare drug business o sexy business..”. Lo ringraziai sorridendogli, e ringraziandolo per la sua premura, ma non m’interessavano le sue proposte. Nella sua proposta vidi un doppio interesse: quello effettivamente sincero di evitarmi un posto insolito e non adatto ad un turista e quello più a suo favore di farmi girare la città, aumentando il suo guadagno. Mentre attraversavo i pochi metri di marciapiede che mi separavano dal mercato e dallo Slum, mi sentiì osservato da una miriade di occhi. Per un momento, tornai con la mente indietro nel tempo fino all’adolescenza, quando andavo con la mia bisnonna nei boschi delle mie montagne di notte e riuscivo a vedere centinaia di occhi di gufi e di civette attenti ad osservare i miei movimenti. La porta d’ingresso del grande mercato, brulicava di carri trainati a mano da uomini la cui magrezza era impressionante. Nonostante i pesi sostenuti per tutta la vita da questi uomini, i muscoli delle loro gambe e delle loro braccia, invece di ingrossare si erano ridotti all’osso. Alcuni sembravano scheletri, distinti l’uno dall’altro dalla foggia e dai colori dei sari da uomo, ormai logori. Entrai seguendo l’orda, cercando di non toccare e di non sfiorare le donne. Sarebbe stato un peccato punibile, se un uomo avesse accidentalmente sfiorato il braccio di una donna, e non volevo che una mia semplice disattenzione potesse causare problemi a nessuno. Passai scavalcando l’acqua gorgogliante di una cannella, che fluttuava lungo un piccolo canale ricavato all’ingresso e dove ogni passante poteva lavarsi le mani. Il mercato assumeva i contorni di un circo: frutta e verdure fresche, anfore piene di spezie di ogni colore, imbonitori di serpenti, carni appese alle pareti alla mercè di mosche e polvere, venditori di paan urlanti e commercianti furono le prime cose che catturarono la mia attenzione. Mi imbattei anche in un truffatore, persino bravo ed originale nel suo modo di agire. Avvicinandosi infatti, mi chiese se lo avessi riconosciuto, sorridendomi e mostrando i soli due denti che gli erano rimasti. Gli risposi che nei giorni della mia permanenza avevo visto molte facce e conosciuto molta gente. Mostrandosi riverente, mi disse che il giorno prima aveva rifatto la mia camera d’albergo prima che io ne prendessi possesso. Continuò, spiegandomi di essere rimasto con la benzina a secco nel tuk tuk, e promettendo qualora lo avessi aiutato di farmi girare la città, come gesto di ricompensa. Era altresì una maniera loquace e tutto sommato non dannosa per fregarmi qualche rupia. Me ne accorsi nel momento in cui, ricambiando il sorriso gli chiesi: “Ah sì, Lei ha rifatto la mia camera d’albergo sicuramente, mah…di che albergo stiamo parlando? Si ricorda il nome? Così come ho conosciuto molta gente nel mio viaggio, ho girato anche molti hotel…”. L’uomo con un cenno delle mani e sbuffando cambiò subito strada, rendendosi conto che la piccola truffa non era riuscita. La camminata proseguì fino all’ingresso dello slum, contraddistinto e subito riconoscibile dal fetore delle latrine a cielo aperto. Era una consuetudine, per gli abitanti della città fare i propri bisogni negli angoli delle strade della metropoli, e una latrina a cielo aperto non era altro che un modo un pò più civile per raccogliere in un unico posto gli escrementi e le urine. Il tanfo era insopportabile, e sembrava che si appiccicasse alla pelle, formando uno strato unico e compatto, nel momento in cui si mischiava al sudore. Le baracche dello slum erano alte poco più di me, e probabilmente per entrarci avrei dovuto abbassarmi. Rispetto alle favelas brasiliane, che in quel momento mi sembravano delle ville, le baracche dello slum erano costruite con del materiale di riciclo: plastica, cartoni, panni, stracci e pali di bambù, il tutto tenuto insieme da alcuni spaghi di ferro. Probabilmente sarebbero cadute con un solo calcio e non osavo immaginare, cosa poteva provocare la furia dei monsoni provenienti da Est. Mi accorsi che la gente mi guardava con una curiosità innocua. Mi trovavo nel posto con più miseria ed indigenza della città, ma fra le vie polverose dello slum, mi sentivo più sicuro rispetto a qualsiasi altra strada della città. Mi sedetti in una baracca, costruita interamene con delle assi di legno grezzo, che rispetto alle abitazioni adiacenti sembrava quasi decente. Era il punto di ristoro della slum, dove servivano del chai bollente e zuccheroso, il curd, il chapati, il dhal ed altri piatti semplici ma nutrienti. Il mio palato di assaggiatore curioso stava litigando con il buonsenso, che mi invitava a rispettare una serie di consuetudini europee legate al cibo, fra le quali non bere dove l’acqua non fosse controllata e non mangiare in posti in cui il microbo potesse essere l’ospite principale al tuo stesso pari. Dopotutto mi sentivo ospite, ospite di quella gente semplice e non potevo rifiutare i loro sorrisi di approvazione nel momento in cui mi sedetti e, vincendo ogni pregiudizio, ordinai del chai e qualche rotty dolce. Fui sorpreso dalla bontà di questi prodotti che divorai senza pensare a come avrebbe reagito il mio intestino. Nel momento in cui stavo per pagare, un bambino entrò di corsa nel locale, e piangendo iniziò a tirare i pantaloni del padre, che in quel momento era intento nel preparare il conto al sottoscritto e ad altri due uomini probabilmente di origine afgana. Il ragazzino aveva un’escoriazione all’altezza del polpaccio, dovuta quasi sicuramente al morso di un animale. Dall’apertura della ferita e dal rigolo di sangue che scendeva pulsando, pensai al morso di un cane, ma fui sorpreso nel momento in cui, chiedendo ad un uomo di tradurre in inglese le parole agitate del bambino, mi riferì che si trattava del morso di un topo. Ero sbalordito dalla profondità della ferita che aveva creato il morso di un animale di piccola taglia, che nel mio paese veniva quotidianamente ucciso anche dai gatti di pochi mesi. Nell’impossibilità di restare fermo, tirai subito fuori dal mio zaino da viaggio, la scatola dei miei medicinali ed estrassi il Betadine, un liquido disinfettante che mi portavo sempre dietro. Gli anni di lavoro da bagnino, lungo la mia costa, ed un corso di primo soccorso, mi avevano insegnato un pò di cose. Incrociai lo sguardo del padre del bambino, il quale lasciato il taccuino su cui aveva annotato la mia consumazione, mi fece un segno di assenso, capendo le mie intenzioni di dottore improvvisato. Potevo toccare suo figlio per disinfettarlo. Ordinai subito un panno pulito, dell’acqua bollente e un ago. Per prima cosa disinfettai l’ago, riscaldandolo con un accendino ed in seguito ci versai sopra un pò di Arac, un liquore fortissimo. Le urla del bambino erano inizialmente strazianti, mentre la gente non mi aiutava a mantenere la calma, dal momento che si era creata una calca opprimente intorno al mio piccolo paziente. Per prima cosa detti da bere un pò di chai al bambino grazie all’aiuto di una signora, poi gli lavai la ferita con l’acqua bollente, e dopo averla asciugata con il panno la cosparsi di Betadine. Sapevo che non sarebbe bastato tutto ciò. Bisognava dare almeno 2-3 punti ed inconsciamente avevo fatto scaldare un ago, non sentendomi pronto per ricucire un lembo di pelle, dal momento che non lo avevo mai fatto in vita mia. A quel punto sarebbe sevito un dottore e stavo per alzarmi, quando prima un uomo ed in seguito tutta la folla, iniziò ad incitarmi gridando con toni enfatici: ” Go Doctor, please Doctor”. Non avevano minimamente idea che le mie mani non erano quelle di un dottore, ma più semplicemente quelle di un ragazzo che durante il corso di bagnino aveva fatto qualche ora di pronto soccorso e di rianimazione. Deglutiì la mia saliva acida e cercai di tranquillizzare la mano prendendo l’ago disinfettato fra le punta delle dita. Il chai intanto, aveva tranquillizzato il bambino, il quale vedendo l’ago, al contrario dei bambini occidentali, rimase immobile ed in silenzio. Era sorprendente. Infilai l’ago alla base esterna della ferita e iniziai la mia opera di cucitura che si concluse dopo una ventina di minuti. Le mie prime sensazioni furono di eccitazione per la buona riuscita della piccola operazione mista a stanchezza e a tremiti dovuti al sudore. La gente iniziò ad appoggiarmi le mani sulle spalle in segno di gratitudine, il padre del bambino non volle nemmeno una rupia per la mia consumazione, ma la cosa più incredibile fu quella che accade all’uscita della slum, un’ora dopo, quando finiì esausto il mio giro, ormai divenuto un’avventura. Un uomo piccolo, con un sari avvolto intorno alle gambe, mi si avvicinò, pregandomi di fermarmi. Ero stanco morto e non ne potevo più di stare fuori. Avevo bisogno di un letto e di una vasca piena di acqua e sapone. Mi fermai, ascoltando le suppliche dell’uomo che pensavo volesse chiedermi qualche rupia. In realtà mi stavo sbagliando. L’uomo disse che il contenuto del grosso sacco di stoffa dinanzi a me, erano doni, offerti a me da alcune persone dello slum in segno di gratitudine per aver curato la ferita del bambino. Il sacco conteneva frutta, sacchetti di thè e di spezie, alcune collane e bracciali fatti a mano, un cappello di paglia e alcuni sari probabilmente fatti a mano. Sopra la sacca, un foglietto di carta consumato, recitava queste parole scritte in hindi: “Akasa se maina”. Le tradussi il giorno dopo, e mi commossi nel venire a conoscenza del nuovo soprannome che mi aveva affidato quella gente: “Uomo venuto dal cielo”.

Matteo Pieracci
Matteo Pieracci

Latest posts by Matteo Pieracci (see all)

Lascia un commento!

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!