Reggio Calabria Horror Story (IV): Katia

condofuri

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Stare a Reggio per le vacanze estive non dispiaceva a Michele. A sua madre la convivenza con la suocera invece spiaceva eccome. Ecco perchè Papà Roberto, dopo aver accontentato i parenti di Via Botteghelle – dove lui stesso era nato – portava la famiglia al mare. Alla casa al mare.

Ogni anno la casa al mare era in una qualche località diversa. Bova Marina, nella casa di un vecchio amico di gioventù, l’integerrimo ingegnere Arcuri, braccato dalla ‘ndrangheta di tutta la Calabria. Palizzi, a casa della vecchia Zia di Roberto, ma anche lì altri, troppi, parenti. Melito Porto Salvo, dove c’erano gli ulivi e la tenuta della nonna paterna e uno stuolo di vecchie zie mai sentite prima che la mamma di Michele preferiva evitare come l’aglio i vampiri.

L’anno precedente erano stati a Favazzina, un paesino vicino Bagnara Calabra e Scilla, sulla costa tirrenica, assieme ai genitori del cugino Vincenzo. Quest’anno, dato che i genitori di Vincenzo stavano divorziando, la famiglia di Michele era destinata a Condofuri.

Avevano affittato per quindici giorni un appartamento in una villa bifamiliare, al primo piano. Vi si accedeva da una scala sul lato dell’edificio. Al piano terra l’appartamento dei proprietari, una coppia in pensione. Lui un ex ferroviere, lei una ex impiegata delle poste, Donna Immacolata. Adiacente alla villetta ce n’era un’altra fotocopia, in cui stavano altre due famiglie per l’estate. Al piano terra i figli dei due pensionati con i tre nipoti. Sopra di loro un’altra famiglia in vacanza come quella di Michele, con una figlia di nome Katia.

Michele strinse subito amicizia con Domenico, Annibale e Ugo, i tre nipoti dei due pensionati. Al mare giocava a pallone con loro, il pomeriggio stavano nel cortile della villetta a giocare a carte, davanti all’inquietante presenza di una gazza ladra in gabbia e la preziosissima aiuola di Donna Immacolata da cui spuntava un’unica precaria e mal nutrita rosa, in mezzo al terriccio rivoltato.
I picciriddi poteva giocare liberamente in cortile, all’unica condizione di non calpestare l’aiuola, frutto del duro e vano lavoro dell’anziana:
“Se vi scopro qua, vi jetto uno stoccicoddu”. Disse il primo giorno quando gli altri adulti non la sentivano.

I tre fratelli e Michele avevano istaurato un rapporto di cameratismo che escludeva categoricamente Katia.

“Nun d’hai a parlari a idda fimmina” Era la condizione posta a Michele da Domenico, il fratello maggiore.
“Perchè non può venire a giocare con noi?”. Chiese ingenuamente Michele, abituato a giocare con maschi e femmine.
“Chi è? E’ la zita tua?”
“No”
“Cà è vietato alle fimmini”. Discorso chiuso.

Katia sembrava effettivamente un po’ triste. Non c’erano altre bambine al mare e perciò se ne stava sempre col papà su un piccolo gommone gonfiabile, comprato all’emporio vicino la spiaggia.
Michele era incuriosito da lei. Una sera si mise a guardare il mare dal terrazzo dell’appartamento. Il suo terrazzo era adiacente a quello di Katia. Lei lo vide.

“Ciao”
Michele era dubbioso se risponderle o no. Guardò giù. I Fratelli Cusumante non erano in veranda, probabilmente erano già andati a letto.
“Ciao” Rispose
I due rimasero a guardarsi senza sapere bene cosa dire. Poi arrivò il papà di Katia, vide Michele sull’altro terrazzo.
“Vieni a letto Katia, non disturbare il bimbo”.

L’indomani i bambini si ritrovarono sulla battigia a guardare alcuni pescatori che rientravano dal mare. Partivano con grosse barche di legno, in quattro o cinque e tornavano in tarda mattinata. Verso mezzogiorno quattro paesani tornarono a riva con un secchio pieno di pesci. Uno di loro appoggiò il secchio sulla spiaggia e Michele, con Domenico Cusumante, ne rubarono un paio. Mentre i pescatori trascinavano la barca sulla spiaggia, per poi riporla girata in giù, Michele andò da Katia sfidando i fratelli Cusumante.

“Ti va se andiamo a dare da mangiare alla Gazza ladra?” Chiese alla bimba, mostrando uno dei pesci rubati.

Michele e Katia si allontarono verso la fine della spiaggia, poi, quando i genitori di entrambi erano distratti, attraversarono la strada ed entrarono nel giardino delle villette. I due anziani padroni di casa erano sulle sdraio in giardino.

“Ciao bbambini”. Salutò l’anziana giardiniera, controllando che i ragazzini non sfiorassero la rosa.

In fondo al giardino stava la gazza, la gabbia appesa ad un ramo di un pesco.

“Vuoi darglielo tu?” Chiese Michele. Katia annuì, prese il pesce e lo infilò in una fessura della gabbia. L’animale cominciò a becchettare il pesce. I due iniziarono a ridacchiare.

Quel primo fine settimana la famiglia Cusumante non c’era. Erano andati tutti a trovare degli amici a Crotone.

“Mamma posso andare a giocare con l’acqua giù?”

Così Michele ottenne il permesso di scendere in giardino a giocare con Katia. Portò le sue action figure di He-Man, lei delle Barbie. He-Man era sposato con Barbie, la tigre di He-Man era il loro cane e Skeletor era il fratello di Skipper. Strani miscugli genetici. E strane coppie, dato che He-Man arrivava ai fianchi di Barbie ma era largo il triplo.

“Ma noi siamo sposati Michele?”
“Vuoi che ci sposiamo?”
“Non lo so. Ma poi devo sempre stare con te tutta la vita?”
“Quando ti sposi si”
“Allora sposiamoci”

I due immergevano i loro giocattoli in una bacinella d’acqua per fargli fare il bagno. He Man non aveva vestiti, Barbie sì e infatti Katia glieli tolse.

“Ti ho visto il pipo mentre tua mamma ti cambiava il costume, al mare” Fece Katia
“Ah”
“Lo avevo già visto all’asilo quando ero piccola”
“Lo vuoi rivedere?”
“Sì”
Michele portò dietro al cespuglio Katia e si abbassò il costume.
“Fa male?” Chiese Katia
“Cosa?”
“Avere il pipo fa male?”
“No. Che dici!”

Katia lo baciò sulle labbra a stampo. Lui si tirò su il costume, adesso provava vergogna.
La madre di Michele chiamava dal piano superiore: “Michi è pronta al cena, torna su!”

Michele corse via dimenticando He-Man nella bacinella. Prima delle scale, girando l’angolo della villetta stette ben attento ad evitare la rosa che sporgeva dall’aiuola. Si era fatto quasi buio.

“Delinquente! Mascalzone! Neanche non t’avessi avvisato, ora lo dico a tuo padre!”
Il bocciolo di rosa era mozzato di netto, nel terriccio brullo dell’aiuola e Donna Immacolata urlava con tutto il suo fiato pestilenziale a pochi centimetri dalla faccia di Michele. Aveva anche il rossetto sui denti.
Non era stato Michele a tagliare il fiore. Poco più in la i tre fratelli Cusumante se la ridevano beffardi.

L’anziana tornò in casa sbattendo la porta. Era circa mezzogiorno.
“Io ti avvisai Michele, ma hai preferito la fimmina all’amicizia nostra”. Gli fece Domenico, il più grande dei tre.
Lo presero e lo lanciarono contro il cancelletto di ferro della villetta. Michele si scheggiò la punta di un incisivo, mentre un rigagnolo di sangue gli colava dalla narice sinistra. E le lacrime cominciavano a sgorgare dagli occhi.

“Vastasu” Rincarò Ugo Cusumante.
“Lascia stare la Gazza, amico delle fimmine” aggiunse Annibale.

Michele si ricompose e si mise a sedere sul bordo dell’aiuola. Aspettò che i Cusumante se ne andassero al mare e prese il bocciolo di rosa mozzato. Passò davanti alla gabbia della Gazza, la aprì. E l’animale volò via senza pensarci due volte. Poi salì le scale dell’appartemento di Katia. Non c’era, era con la sua famiglia al mare. Lascio la rosa sul tavolino del terrazzo, in mezzo al suo He-Man e alla Barbie. Dietro di se una scia di piccole macchioline rosse di sangue, che continuava ad usciregli dal naso.

Papà Roberto lo vide:
“Michele a papà, che ti è successo?” E lo prese in braccio.

“Mi sono innamorato”

[continua qui]

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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