Reggio Calabria Horror Story (III): Libellula.

libellula

[continua da qui]

Vincenzo e Michele dormivano nella stessa stanzetta. Rimanevano a chiaccherare fino a notte fonda di videogiochi e di cose insensate. La sera prima la nonna aveva urlato di fare più piano perchè i due verso l’una si erano messi a cantare “Fatti più in là” delle gemelle Kessler, saltando sul letto.

La mattina Vincenzo aveva sempre consigli inquietanti per il cugino. La luce del mattino estivo di Reggio entrava dalle serrande non del tutto abbassate.

“Sei sveglio cugino?”
“Sì” Rispose Michele
“Ti sei già scaccolato la minchia?”
“Cosa?”
“Hai già fatto una sega?”
“In che senso?”
“Ti sei sfruculiato la minchia sì o no?”
“No”
“E sbrigati dai, che tra poco andiamo a Lazzaro a mare con gli amici miei. Se ti schianti, esco e torno tra dieci minuti”
“Ma non voglio farmi una sega”
“Come no? Non c’è niente di meglio che una sburrata la mattina”

I genitori di Michele chiamavano per la colazione. Michele era in bagno a rimuovere con la carta igenica il seme appiccicaticcio dall’addome, attento a non sporcare le mutande. Aveva il terrore che sua madre scoprisse che aveva incominciato a farsi le seghe da tre mesi. Vincenzo invece non ci aveva badato: tolte le mutande, si era messo il costume da mare sopra, senza neanche un bidè.

“Si sente la puzza” Aveva provato ad avvertirlo il cugino.
“Tanto si secca subito”

Michele odiava la colazione calabrese. Una tazza di latte intero. E lui il latte neanche lo beveva. Al posto dei biscotti un dolce alto, alle mandorle, durissimo. Che si ammorbidiva solo con il latte. Lo “Stomatico”

“E’ buono, mangia a nonna Michele”. Era lo sponsor della nonna.
“Ma è durissimo nonna”
“Se lo mangia nonna che ‘ndavi tri ddenti, ci puoi riusciri anche tu”

Michele pensava allo Stomatico, che nome brutto per un dolce. E poi le mandorle, che crescevano sugli alberi ai bordi della litoranea. Pensava che lo Stomatico fosse fatto con quele mandorle zozze, piene di fuliggine delle auto, terra e salmastro.

Più tardi in macchina effettivamente guardava fuori e pensava che quel paesaggio che dai monti diradava subito al mare, sembrava perfetto per Lucky Luke. Era tutto grigio chiaro, luminossissimo e azzurro. E puzzava terribilmente di tubo di scappamento. Fichi d’india, Bergamotti e Mandorle. Pensava al gatto preso a fucilate e nascosto dallo Zio Rino nel sacchetto di plastica, nel retro del suo furgone. Che fine avrà fatto?
Mezz’ora di macchina per il mare, con i suoi genitori che ascoltavano una cassetta di Battisti all’autoradio. Non sarà un’avventura. I giardini di marzo. Acqua azzura, acqua chiara.
Ecco sì, Acqua azzurra, Acqua Chiara era effettivamente così. Gli piaceva molto immergersi con la maschera sott’acqua e vedere quei fondali mai visti.

Arrivarono a Lazzaro, il primo paese sulla costa ionica. Parcheggiarono. Per arrivare al mare bisognava attraversare la ferrovia, che generalmente in Calabria segue la linea costiera. Non c’era un passaggio a livello, bisognava attraversare proprio i binari. Dalla strada si segue un canale fognario a cielo aperto, su un sentiero sterrato. La madre di Michele chiese al marito se non era pericoloso fare il bagno lì, con la fogna che quasi arriva in spiaggia.
“Signora non è fogna, è un canale stagnante”. Si intromise un paesano sentendo la conversazione.

Il padre guardò attentamente a destra e poi a sinistra. Nessun treno. Fece attraversare moglie e ragazzi velocemente e insieme discesero verso la spiaggia. Il sentiero adesso era sabbioso, una sabbia a granuli grossi mista a piccole pietre. Sulla sinistra un canneto. Michele si fece incontro alle piante e scostandole notò dietro uno stagno. Giunchiglie e un ronzio incessante di decine di libellule coloratissime. Non ne aveva mai vista una.

La madre lo trascinò via ancora imbambolato: “Vieni via dalla fogna Michi”.

Michele era affascinato dal volare imprevedibile delle libellule, ora sospeso in aria, ora velocissimo. Ma anche disgustato dal corpo dell’insetto, grande, inquietante. Voleva osservarle ma aveva il terrore che qualcuna potesse posarsi addosso a lui.

Buonocore andava alla spiaggia di Lazzaro e tutta la gente si voltava a guardarlo. Giocava col numero 10 in Serie B, con la Reggina. Ora gestiva una pizzeria in paese con la moglie, una siciliana biondissima, con la pelle chiara.

Tutti i maschi in spiaggia si girarono vedendo Buonocore che piantava l’ombrellone. Partì dapprima un chiacchericcio da Bar poi il tentativo di sparuti gruppetti di andarci a parlare e magari farsi qualche foto con lui.

I ragazzini erano tutti in acqua. Avevano fretta di andare a fare il bagno. Tutti tranne Michele. Che era rimasto sotto l’ombrellone a guardare verso l’inizio della spiaggia, dove si trovava lo stagno. Seguendo con lo sguardo qualche libellula di passaggio.

“Perchè non fai il bagno con tuo cugino, vai” Lo incitò il padre. Vincenzo era in acqua, si strofinava la pancia tentando di diluire lo sperma che si era incrostato sotto l’ombelico.

Buonocore, il calciatore, intanto intratteneva un gruppetto raccontando di quando segnò nel derby col Catanzaro.

In quel preciso istante lo sguardo di Michele seguiva il volo di una libellula azzurra, che piroettava traiettorie disordinate a mezz’altezza.  Fino a quando non si andò a posare tra i riccioli di Buonocore, intento a mimare il calcio di sinistro che rifilò al pallone per segnare l’epico goal.
La moglie dell’atleta in pensione, vedendo l’azzurro insettone volante, cacciò un urlo e tutti gli uomini che avevano fatto capannello cercavano di rimuovere la bestia dai capelli dell’idolo. L’idolo era abbastanza schifato, terrorizzato.
“Levatemelo, levatemelo”

Vincenzo, uscito dall’acqua si fece incontro allo zio, il padre di Michele, che nel frattempo si era avvicinato al calciatore per vedere la meravigliosa creatura: “Zio, prendi la Gazzetta dello Sport e scafazzala! Scafazzala Zio!”

Lo zio prese l’iniziativa e il giornale, si fece incontro all’impietrito Buonocore, che aveva la Libellula ferma all’altezza della tempia e assestò un colpo deciso, come se dovesse schiacciare una mosca sul muro.

Michele osservò tutto come al rallentatore. Il meraviglioso azzurro delle ali e del corpo, assieme alle interiora dell’insetto si spalmarono uniformemente sotto la pressione del giornale, sui capelli e sull’orecchio dell’idolo Buonocore. Una piccola parte rimase sulla Gazzetta dello Sport, come le zampe e una porzione della testa.

Il calciatore cercò di recuperare un contegno ma era visibilmente scioccato dai resti che gli penzolavano in testa.
“Signori, tutto bene. Vado a sciacquarmi a mare, con permesso”

Vincenzo corse dietro a Buonocore, lui si che si era sciacquato con successo lo sperma dalla pancia.

“Buonocore, dopo me li tiri due rigori?”

Buonocore, con i coglioni girati e la libellula spiaccicata sulla testa lo guardo male:
“Vedi se non ti do un calcio nel culo, figghiolu”

[continua qui]

 

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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