Reggio Calabria Funeral Party (VI)

foto di Nino Violi
foto di Nino Violi

“Facciamo uno gioco”
“Che gioco?”
“Facciamo uno gioco, se sei uomo lo fai”

Michele stava con Evelina la picciridda sul crinale di una lunga discesa asfaltata al termine della quale c’era un tornante. La bimba girava in cerchio su un triciclo con le ruote di plastica.

“Non lo so, metti che poi spunta una macchina all’improvviso, devono arrivare ancora gli zii”

Evelina la picciridda era la nipote della Zia Evelina, la figlia di Lillo Piccolo detto U Dente Cariatu.
Erano le sei del pomeriggio del primo settembre, alla casa delle vacanze di Palizzi Superiore.
I parenti si stavano radunando per il funerale della Zia Evelina, uccisa da un pregiudicato nello studio dell’Avvocato Pannuti.

“Io l’ho fatto tre volte”

“Dai cambiamo gioco, facciamone un altro”. Fece Michele per niente convinto.

“Allora giochiamo all’Avvocato Pannuti”

La bimba fece un gesto approssimativo con le dita a simulare una pistola
“Bshhh Bsshh ti ho sparato Avvocato Pannuti, hai morto!”
Fece la bimba indirizzando lo sparo immaginario nella direzione di Michele

“Dai che la tua zia è morta, non si scherza su queste cose”. Michele si sentiva la responsabilità di cugino più grande.

Poi quando, scocciata, Evelina se ne andò delusa verso il cancello di casa, Michele rimase solo col triclico, all’inizio della discesa. 100 metri e una pendenza importante.

E lontano dal senso di responsabilità e pedagogia per la cuginetta, si mise in sella al triciclo.

Guardò verso casa. Nessuno. Guardò verso il fondo della discesa. Nessuna macchina dai tornanti. Guardò a destra. Un pezzo di tufo mangiato si stagliava dalle rocce del monte, un momumento per i bambini che ci si andavano ad arrampicare. “Il dente Cariato di Lillo Piccolo” l’avevano ribattezzato i cugini, alludendo alla dentatura del papà di Evelina la picciridda.

Il momento era proprizio, Michele si diede una spinta col piede e il triciclo inizò a percorrere la discesa.
Pochi metri e il manubrio si fece instabile, il rumore delle ruote di plastica sull’asfalto come un rombo crescente.

Poi inesorabilmente il mezzo cedette alla velocità e al peso di Michele che cadde a terra, sbucciandosi da sotto il ginocchio fin sotto alla caviglia. Un lembo di pelle lungo, saltato via ad esporre una ferita lancinante.

“Mamma! Mamma!!!” Michele entrò correndo nel cortile della casetta dove tutti i parenti della famiglia si stavano radunando prima del funerale.

“Che c’è Michi, che hai fatto?” Disse la mamma fiorentina

Le zie sbiancarono dicendo cose tipo “Mamma mia signore povero”, “Bisogna portarlo all’ospedale”, “Amore di Zia poverello”. Con sguardi scuri, pieni di compassione e comprensione materna.

La sua mamma invece rimase fredda e gli mollò una sberla. “Michele ma che combini? Col triciclo? Ma sei impazzito?? E se veniva una macchina?”

“Dai Sabrina ma povero Micheluccio, si è fatto male giocando” Si intromise una zia melodrammatica

“Non è nulla, si è sbucciato… un po’ di disinfettante e di sale in zucca e siamo sicuri che non lo rifà più”.

“Tieni la Zia Barbara guarda cosa ti da”. Gli fece la Zia Barbara porgendogli una brioche infarcita di gelato.

Michele non capiva perchè la sua mamma gli voleva meno bene delle zie. E pensò che anche se la cuginetta Evelina giocava a sparare a sua zia, infondo i suoi cugini avevano dai loro genitori più amore di lui.

“Michele mi presti il tuo monopattino? Tanto te ora non ci puoi andare” Chiese Evelina entrando in camera di Michele
“No”. Rispose alla piccola pensando al fatto che era già troppo fortunata ad avere una mamma amorevole come la Zia Barbara.

Nel frattempo un trambusto e del vociare si udiva dalla sua stanzetta. Il ragazzino si appropinquò alla finestra sbirciando fuori.
Era arrivata la Nonna, quella pazza nevrastenica che guidava una Ford Fiesta bianca super sportiva. A 74 anni. Aveva parcheggiato sgommando involontariamente sulla ghiaia dello spiazzo fuori dalla casetta.

“Debbo pisciare! Lasciatemi passare!” Esclamò uscendo dall’auto e fiondandosi nei cespugli dietro alle altalene.
“Mamma! Ma almeno vai in bagno!” La riprese il papà di Michele accorrendo assieme alla zia Barbara.

L’anziana si calò le mutande da sotto la gonna lunga tirata alle cosce e accovacciata diete via libera alla vescica.
Il padre di Michele si voltò per non guardare. E vide a metà della discesa il triciclo distrutto di Evelina.

“Guarda che hai combinato Michele. Il giorno del funerale ti metti a fare queste cose? E ti sei fatto pure male!”. Suo Padre lo rimproverò entrando in stanza con la carcassa del triruote.
“Io te l’ho detto che ci s’ha il figlio bischero” Chiosò la madre Sabrina.

“Me lo presti il monopattino?” Provo nuovamente la piccola Evelina

Michele non le rispose neanche, tentava di mettersi i pantaloni del completo elegante, l’unico che si era portato per la vacanza estiva in Calabria. Il tessuto scorreva sotto l’ampio bendaggio della ferita, facendolo sussultare. Evelina se n’era andata.

Michele si vestì, in ritardo. Era l’ultimo ad essere pronto. Le macchine erano già tutte disposte in processione per accompagnare il feretro della Zia Evelina e dell’Avvocato Pannuti alla Cappella.

Arrivato in cortile trovò, invece che il parentado ansioso di partire e indispettito per il ritardo, una specie di plotone di esecuzione.
Tutte le zie e zii, suo padre e sua madre, la cuginetta Evelina. Lillo Piccolo che per una volta non sorrideva esibendo il suo dente cariato. Brutto segno. Perfino sua nonnam che confessò ad una delle due figlie mentre tutti si sforzavano di tenere una faccia scura nei confronti di Michele: “Ora sto bene, mi stavo pisciando addosso prima”

 

Il padre di Michele disse: “Evelina, ripeti quello che mi hai detto poco fa”

La piccola finse un po’ di vergogna: “Michele voleva buttarmi giù dalla discesa col triciclo”

Sua madre Sabrina gli tirò uno scappellotto sulla nuca: “Vedi che le ramanzine con te non sono mai abbastanza?”. Alludendo alle Zie prima tanto comprensive col ragazzo e adesso palesemente indignate dal suo presunto comportamento.
Michele rimase interdetto ma senza sapere bene come, gli veniva da piangere.

“Più tardi facciamo i conti”. Disse serio suo padre.

Mentre tutti si allontavano verso le macchine Evelina aggiunse: “Così impari a non darmi il monopattino”.

Michele raggiunse la macchina dei suoi e salì con animo uggioso, la gamba dolente e i lucciconi agli occhi.
Guardava fuori dal finestrino mentre le auto formavano una coreografia in movimento di spirali, in una nuvola sollevata di polvere di ghiaia. Tra il sottile velo biancastro spuntò per qualche istante la figura della cuginetta Evelina, che rivolta al cugino toscano, dal finestrino posteriore della sua auto, fece con le dita cicciotte e incerte di bambina un inequivocabile gesto di pistola.

 

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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