Tutto quello che non torna in un governo M5S – Lega

Sembra che ad aver messo il turbo alle consultazioni per la formazione di un governo sia stata la sensazione che Mattarella, al traccheggiare dei partiti, avesse già pronto un governo di tecnici.

Prima di questa ipotesi continuavano a volare gli stracci come in un tempo supplementare della campagna elettorale tra gli autoproclamati vincitori delle ultime elezioni: Di Maio alla guida dei 5 stelle, partito numericamente più votato ma in possesso di una maggioranza relativa pari al 33% dei consensi su per giù, Salvini membro della coalizione che ha preso più voti (attorno al 37%) di cui la Lega è il partito più votato (il 19%) assieme ai resti in salamoia di Berlusconi e l’esercizio di testimonianza di Giorgia Meloni.

I due contendenti del tutto ignari delle prassi costituzionali continuavano a ripetere di aver vinto senza però – il confine fra fare lo scemo ed esserlo è sottile – assumersi la responsabilità di un incarico, ben consci che una maggioranza parlamentare non c’era.

Al fischio di Mattarella, all’agitarsi dello spettro di un governo tecnico, Lega e 5 Stelle hanno prodotto lo sforzo degli sforzi. Ovvero rendersi conto che l’unica cosa che hanno in comune è il non volere un governo tecnico.

E in questo una sintonia con il paese ce l’hanno.

Come in una supplica al prof. di un’estrema interrogazione di riparazione all’ultimo giorno di scuola, Salvini e Di Maio si sono rinchiusi al Pirellone, in un Hotel, nella saletta di un commercialista per ore se non giorni per discutere di un contratto di governo che dovrebbe mettere d’accordo i due partiti. Per poi salire a due a due i gradini del Quirinale urlando: “No spè, non chiudere, ha fatto tardi la corriera, ormai ci siamo!”

Facezie a parte un governo dei populisti tra Lega e M5S a tanti sembra sì inedito e forse sperimentale, ma la normale maggioranza tra due partiti che hanno istanze simili.

Ma è davvero così?

Numericamente le due forze hanno i numeri per governare in autonomia. Alla camera dove la maggioranza è di 315 deputati i 5S hanno 222 onorevoli, 124 la Lega. Al senato sono 109 gli eletti per i dipendenti della Casaleggio, 58 per i leghisti quando la maggioranza è di 159. Un po’ più stretti ma se non viene espulso più nessuno per rimborsopoli dal Movimento o il Senatore Iwobi della Lega non rinsavisce rendendosi conto di essere nel partito sbagliato ce la dovrebbero fare.

Numeri a parte un governo è il punto di arrivo di una concertazione tra le forze elette, elemento che in prima battuta era sfuggito ai due capibranco.

Se ripercorriamo la costruzione del consenso e la campagna elettorale di Lega e Movimento scopriamo che in realtà i due partiti provengono da due direttrici opposte e non facilmente conciliabili.

1- La Questione NORD e SUD. Innanzi tutto la base del consenso:

Nonostante lo sforzo di Salvini la Lega era e rimane un partito a traino “Nord”. Con tutto ciò che ne consegue. Quando la ricchezza del paese è prodotta al doppio al Nord rispetto che al Sud è chiaro che stai parlando di due basi elettorali che chiedono cose diametralmente opposte.

Tutti i commentatori hanno scoperto l’acqua calda osservando la cartina qua sopra. Ovvero che i 5 stelle hanno stravinto al Sud, terra a reddito bassissimo ed emigrazione forzata con la promessa di introdurre un reddito di cittadinanza.

Al Nord Salvini ha vinto promettendo con gli alleati una fiscalità che trattenga a nord le tasse riscosse, una lotta all’immigrazione dura (non considerando che il maggior flusso in Italia verso il Nord è ancora lo spostamento di giovani dal Sud al centro-nord, ovvero di elettori grillini in terra padana). In altre parole Salvini ha promesso al metalmeccanico e al suo padrone a Varese di investire i soldi delle tasse riscossi dove si guadagna di più non ridistribuendoli al Sud, aggravando ulteriormente il divario tra le due Italie.

Di Maio come lo spiegherà ai suoi elettori del Sud che ora va a braccetto con Salvini?

2- Assistenzialismo contro Culto della Piccola Impresa

Questo divario geografico e di fan tra leghisti e 5 stelle si ripropone anche nelle opposte visioni che si celano sotto ai cavalli di battaglia della campagna elettorale.

I 5 Stelle propongono in sostanza un’indennità tampone alla galoppante disoccupazione laddove picchia di più. Tra il liberismo e l’intervento di stato la ricetta è una strana terza via che non parla di lavoro, la soluzione, ma di reddito di cittadinanza. Il pesce e non la canna da pesca. In realtà questo reddito di cittadinanza non si può tradurre in un vitalizio anche esiguo per il semplice fatto di avere una carta d’identità.

Di fatto nelle ultime riforme del mercato del lavoro (votate in era Renzi) è previsto un assegno di ricollocazione per disoccupati che andrà a regime nel prossimo futuro.
Si tratta si di un assegno mensile destinato a una porzione di lavoratori a basso reddito, ma limitato nel tempo (6 mesi), esiguo economicamente e subordinato alla partecipazione ad attività di reinserimento nel mondo del lavoro. Ben altra cosa di uno stipendio base per chiunque che permetta di non preoccuparsi più della mancanza di lavoro. Ovvero come lo ha inteso il 90% degli elettori.

Dall’altra parte il core business dei Leghisti, forti e vincenti in regioni come il Veneto (ma anche l’Emilia) dove le percentuali parlano di piena occupazione, è la fiscalità ridotta per le imprese e le famiglie. Meno tasse per chi ha un reddito, non un reddito base per chi non ne ha.

3- La Flat Tax, ovvero tenersi buoni Berlusconi.

Si sa che la Lega Nord ha un buco nei conti sui 50 milioni di Euro e c’è chi maligna che i cordoni della borsa di Salvini li tenga Silvio.

Una delle ricette fiscali che Salvini ha mutuato da Forza Italia è proprio la flat tax, ovvero un’aliquota sul reddito da lavoro piatta, al 15% per tutti e non progressiva, ovvero più guadagni più paghi come “dovrebbe” essere adesso.

Più o meno chiunque ha detto che una flat tax al 15% creerebbe una voragine nei conti dello Stato, nonché sarebbe un enorme taglio delle tasse solo ai ricchi.
Per farci capire meglio di che si tratta, il suo “ideatore” Armando Siri ci ha rassicurato precisando che sarà accompagnata da un condono fiscale per gli evasori che dovrebbe recuperare una tantum l’ammanco  che peserebbe sui conti pubblici.

Insomma, questa roba è perfettamente coerente per un governo di destra. E appare una garanzia nei confronti di Forza Italia e Berlusconi, sedotti e abbandonati per i figli di Grillo.

E il movimento keffà? Verrebbe da chiedere come si chiedeva a Renzie. Con la precisazione che qui si è tutt’altro che benevoli con il Berlusconi di Rignano sull’Arno.

Davvero il partito che per anni si è battuto contro questi sotterfugi andrà a governare con chi propone flat tax e scudo fiscale garantendo Berlusconi?

Considerando che Corriere della Sera e Repubblica concordano che nel contratto di governo dovrebbe sparire la legge sul confitto di interessi come pegno al passo “di lato” di Berlusconi…

4- La Legge Fornero

Lavorare fino a 70 anni non piace a nessuno. Non ci vuole molto a capirlo, a parte per quelli del PD. Su questo tema sia i 5 stelle che i leghisti hanno vinto le elezioni promettendo di abolire la legge Fornero.

Su questo Salvini è sempre stato più battagliero di chiunque altro, capendone la spendibilità politica. Ed è anche una battaglia giusta.

Ora che siamo al dunque che ne sarà della riforma delle pensioni? Dal programma dei 5 stelle originale sono già state smussate alcune spigolosità. Di Maio ripete ogni giorno che l’Europa non ha da temere da un governo “populista” in Italia, sapendo bene che o ti tieni buoni i mercati o finisci come la Grecia.

Si parla già di superamento e non di abolizione, il che dovrebbe far tremare ogni lavoratore in Italia, ben sapendo che queste riforme non vanno mai a migliorare.

Sarà contento Salvini di questo ritorno nei ranghi del Di Maio aizza folle che ti diventa garante di Bruxelles? Che sotto di Maio ci sia un Macron?

Dal programma 5 stelle sono infatti già spariti i riferimenti all’uscita della NATO (Salvini è invece un grande fan di Putin ma anche di Trump), l’uscita dall’Euro, etc.-

E’ chiaro che proprio sulla Legge Fornero si vedrà la vicinanza o lontananza di questo esecutivo nonché lo strappo o la fedeltà rispetto alle promesse elettorali dei due partiti.

5 – Meridonalizzazione della Lega o Politicizzazione a destra del Movimento

Quale anima prevarrà in un esecutivo del genere? Per quanto abbiano fatto finta di non stare né a destra né a sinistra i 5 stelle alleandosi con la Lega (come fecero con Farage in Europa) hanno chiarito che le loro posizioni politiche sono vicine alla destra e all’ultra destra. Furono proprio loro ad iniziare la polemica sull’accoglienza e il soccorso in mare dei migranti.

Di Maio in un esercizio di retorica ha dichiarato che i 5 stelle dovranno avere un peso maggiore nell’esecutivo nascente proprio per non spostare troppo l’asse a destra.

La Lega dal canto suo assumendosi responsabilità di governo è probabile che finisca per comportarsi come la Lega di Bossi, un partito di fatto pronto a votare tutto quel che viene dall’Europa. Consideriamo che le leggi sul precariato lavorativo e quelle pensionistiche la Lega le ha votate tutte ad eccezione del Jobs Act.

Salvini avrebbe voluto sdoganarsi al Sud ma il Sud gli ha preferito il napoletano Di Maio. Adesso, prestando il fianco ai cavalli di battaglia grillini – che comunque in parlamento pesano il doppio dei leghisti – non rischia di essere visto come alleato dei “colerosi e terremotati” come Salvini stesso definì i napoletani non troppo tempo fa?

 

I punti di divergenza esistono, anche sostanziali, per quanto elencati in un “contratto di governo”, elencato per punti e scritto breve e in parole semplici come la lista dei desideri appesa sul muro della cameretta di un dodicenne.

Non c’è la schiena di Bruno Vespa su cui firmarlo, questo contratto. Non c’è il plastico. Ma questo populismo inizia ad assomigliare ad un film già visto. Resta da capire se la sete di potere sarà un collante solido per tenere questi due alleati insieme e a quali compromessi al ribasso sulle loro promesse li condurrà.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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