Polmone d’Acciaio

Iron Lung Patient Playing Chess with Bobby Fischer

Un velo d’acqua piovana si distribuiva uniformemente sulla vetrata della stanza. La sagoma verde dei due alberi oltre era una macchia indefinita. Marco poteva vederla voltando il capo alla sua sinistra.

Da dentro la macchina i suoi movimenti erano limitati. Quando era più piccolo amava nascondersi sotto al letto durante i temporali. Adesso non potrebbe nascondersi sotto il polmone d’acciaio nel quale è costretto da 8 mesi.
Adesso ha paura dei temporali, perchè potrebbero far saltare la corrente elettrica. L’ultima volta il generatore d’emergenza non subentrò e Marco inizio lentamente a soffocare.

Il medico entrò nella stanza. Virginia e Dario dormivano. Il medico che gli raccontò quella storia per rincuorarlo:

“Lo sai che anche Mia Farrow da piccola è stata per più di un anno dentro un polmone d’acciaio?”

“Chi è Mia Farrow?”. Chiese impreparato Marco.

“E’ l’attrice de Il Grande Gatsby, quando uscirai di qui devi vederlo”. Gli sorrise il dottore.

Marco era sicuro che non sarebbe stato facile per lui abbandonare la macchina che lo aiutava a respirare. Non sarebbe stato facile come per Mia Farrow o per quella bambina che tanti anni fa, gli raccontano sempre le infermiere, ricevette una lettera del Papa.

“Grazie per la tua voglia di vivere”. Le scrisse il Pontefice.

Non che Marco si sentisse meno voglia di vivere della bambina di cui si è fatto un tanto parlare. E’ che probabilmente si è dimenticato come si sta in piedi o si cammina. E poi lo sguardo dei genitori, troppo carico di sorrisi e false speranze, gli comunicava esattamente il contrario.

“Dottore che margini ci sono?”
“Questi mesi non hanno mostrato miglioramenti. L’immobilità o la scarsa crescita non aiutano a rinforzare la muscolatura toracica. Senza contare che è un problema neurologico, lo stimolo respiratorio è compromesso da un deficit funzionale””Possiamo portarlo in Svizzera per un’ulteriore valutazione?” Chiese il padre.
“Il ragazzo è debole e il trasporto stressante, aspetterei la primavera inoltrata”

La primavera, inoltrata. Marco attende le stagioni rivolto col capo al vetro. Le avverte entrare dall’anta socchiusa con il loro variare gelido o tiepido. Sente il ritorno dei volatili migratori e il brusio di voci nel giardino dell’ospedale quando vengono le belle giornate.

La sua visuale è quella o la porta d’ingresso della sua stanza. Da cui vanno e vengono le infermiere, più raramente i dottori. Una volta entrò una flebo e un respiratore a bocca. Prima entravano adagio, poi sempre più velocemente. Oltre quella porta il parlare fitto, preoccupato, basso, di genitori e personale medico.

Poi un giorno da quella porta uscì Dario con un lenzuolo sopra. Virginia piangeva a dirotto in quel tubo di metallo e quella pompa ai piedi che si comprimeva e dilatava. L’infermiera che poteva essere sua sorella le accarezzava la testa e la supplicava di non piangere, di non sforzarsi. Le disse che Dario era stato trasferito in un altro reparto ma Marco e Virginia sapevano che non era così.

Per tutto il giorno Marco sentiva il soffio e il sibilo della sacca che pompava dentro e fuori l’aria dalla macchina. Ogni tanto suo padre gli leggeva i racconti di Verne, seduto alla sua destra, carezzandogli i capelli. Suo padre veniva sempre più stanco, ma veniva sempre, dopo il turno di lavoro. Suo madre ogni tanto non ce la faceva e aspettava fuori, per poi salutarlo pochi istanti dalla porta con un sorriso triste. Altri giorni rimaneva con lui per tutta la giornata.

Di notte Marco e Virginia si parlavano. Parlavano della scuola, dei compiti che l’insegnante privata gli sottoponeva la mattina. Parlavano della dottoressa a cui puzzava il fiato.

“Perchè piangi?” Chiese Virginia”Perchè mi fa star male avere bisogno degli altri più di quanto gli altri abbiano bisogno di me”
“Mi fa sentire inutile”

Una mattina Marco si svegliò e il suo sguardo era rivolto al soffitto. Messo a fuoco il rumore della luce focalizzò un punto che verticalmente si stava abbassando su di lui. Era un piccolo ragno che si calava dal soffitto e si poggiò sulla sua guancia.

L’infermiera d’improvviso lo scacciò con un foglio di carta di giornale.

“Signora Arianna”
“Dimmi Marco”
“Lo sai che Barbara Riggioni ha vissuto 32 anni in un polmone d’acciaio?”
“Non devi pensare a queste cose, vedrai che diventerai più forte e ne uscirai presto”
“Lo sai quanto sono 32 anni?”
L’infermiera esitò non capendo la domanda. Poi rispose di no.
“Sono 128 stagioni. 32 fiocchi di neve, 32 cicale, 32 caldarroste e 32 viole di campo”
L’infermiera sorrise e accarezzò la guancia del ragazzo col dorso della mano.

socialcosi

Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
socialcosi

Lascia un commento!

Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

error: Content is protected !!