Piccola vita mia.

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Ricordi quel che pensavi quando l’hai fatto?

Non credi che potresti provarci di nuovo?

Non credi di essere sempre a rischio? Sempre, sempre a rischio.

Non è pericoloso qualsiasi balcone? Qualsiasi coltello?

Sul punto di saltarti addosso. Ogni delusione ti atterra e ti sotterra. Ogni volta una risposta sgarbata è uno schiaffo in faccia. Ogni volta perdi il controllo dei tuoi pensieri. E una risposta s’insinua tra le pieghe delle domande che ti ricoprono piano, una risposta sola. La consapevolezza che ogni cosa potrebbe finire in un istante. La rabbia esplodere in quel momento. La paura implodere. La stanchezza dilagare. Tutto quello che tenti disperatamente impedirti di provare. Tutto. Quel momento sarà l’ultimo momento. E poi sarai libero di non essere più nulla.

Quella serpeggiante consapevolezza.

Non vale la pena. Di vivere. Non vale la pena di vivere. Dal momento che tanto dovrà finire, presto o tardi comunque.

Ma questo non lo dico io,

sorride allo specchio.

Questa è la realtà.

Manda giù un sorso ghiacciato di vino bianco. Vino da due soldi che ha trovato in frigo. Nel frigo dell’appartamento della sua ex ragazza. Parla con se stesso allo specchio. Beve senza intenzione. Così, per darsi una mano. Per tirarsi su il morale.

E poi il tradimento, così superficiale, così poco consapevole.

Semplicemente a nessuno importa di te. Non sentono quanto tu senti, non sentono quanto male fanno.

Ogni lametta è la tua lametta. Lametta, coltello, lama di forbice.

Ogni balcone il tuo balcone.

Il tradimento. Quanto a lungo lei ha desiderato un altro uomo. Un uomo diverso accanto a sé. E tu non sospettavi nulla. Mentre tutto quel che credevi di sapere era una bugia. Le bugie che avvelenano l’anima. E quando ne avete parlato, continua con la voce cavernosa ad alitare sullo specchio del bagno, e quando ne avete parlato ti sei reso conto di quanto cieco tu sia stato. E quanto a lungo.

Non lasceresti un messaggio. L’ultima volta non ci hai nemmeno pensato a lasciarlo. L’hai già fatto. Hai visto le vene creparsi sulla lama del coltello. La pelle si è aperta.

Non lasceresti un messaggio. Sono anni che provi a parlare con le persone. E nessuno capisce, nessuno ha mai capito, quando fa male, quanto fa male.

Quindi, perchè dovrebbero capirlo se tu lo mettessi per iscritto? Non te li immagini proprio gli altri a leggere e rileggere un biglietto scritto ordinatamente, che lasceresti sul comodino, oppure sul tavolo. A chi scriveresti poi?

Siede sulla tazza del cesso. Il bicchiere tra le mani. A lei?

Non se ne parla.

Che vergogna prova ora. Ad essere stato così sciocco da fidarsi di lei. A lasciarsi prendere in giro a quel modo.

La sera prima ha ricevuto quello schiaffo in faccia. Avrebbe desiderato sbronzarsi. Annientarsi, perdersi. Ma non l’ha fatto. Nella sua testa, quell’idea. Mentre fumava e respirava la notte sul balcone. E lei dentro casa piangeva.

E poi, nessuno capisce mai, sono tutti così ansiosi di interpretare. Di riempire le parole dei loro significati. Dimostrare che ti conoscono. Sanno quel che provi, quel che pensi. Sanno perché provi quel che provi e perché pensi quel che pensi.

L’ultima volta è stato un atto isterico, impulsivo. Per questo non ha funzionato. Ma la prossima volta sarà differente. Questa volta sarà differente. Il pensiero non è mai sparito dai tuoi pensieri. Un ospite maligno e grottesco che abita la tua mente.

Lo immagina come un uomo vestito di scuro che si frega le mani, il volto magro, la cera giallognola, il naso adunco e affilato, la pelle del cranio calvo cascante sulle orecchie e lucida. Ti guarda, è brutto, brutto come un incubo, ma ha dalla sua la ragione. Sa che è solo questione di tempo. E sarai convinto.

Certo hai tanto ancora da fare e tanto ancora da vedere.

Tante persone ancora da conoscere che ti vorranno tradire come lei.

Ma a che serve fare, e vedere se non c’è nessun posto dove si va a finire?

Se ci si dissolve in questo niente. E poi la dimenticanza inghiotte ogni cosa. I tuoi libri. I tuoi quaderni. Non ti sono mai appartenuti perché presto non t’apparterranno più.  Quel che ami. Questi mobili antichi e pesanti, che hai lucidato, con le tue mani, dei quali ami l’odore, quando sarai morto verranno bruciati o venduti, e l’amore che li abita come fumo salirà al cielo e si disperderà. Nemmeno le tue parole t’appartengono. C’erano prima di te, e ci saranno dopo. Quello che scrivi chiunque avrebbe potuto scriverlo, forse è già stato scritto, se non lo è stato, scritto, lo sarà.

E lei, soprattutto, non ti è appartenuta mai. Ma forse così a fondo in quella menzogna non eri mai sceso. I mobili della sua stanza erano mobili antichi che lui aveva restaurato. Si era trasferito in quella casa un anno prima. E ora, dopo un anno, ecco che tutto si concludeva. Non si sarebbe trattato di un atto isterico. No.

Ci sono momenti in cui le certezze in te crollano, è come se assaggiassi l’infinito, e la tua piccola vita perde di importanza. Quel che sapevi si sgonfia. Tu stesso scompari. Sparito. Assorbito in tutti questi millenni di storia che ti sovrastano. E per quanto tu possa lottare non ne puoi uscire.

Cosa puoi costruire?

Dove dovresti arrivare?

Hai concluso qualcosa. Qualcosa come.. hai un lavoro che ti piace. Hai una persona al tuo fianco. Potresti perdonarla. Potresti lasciarla restare con te. Nonostante tutto. Ti trovavi bene con lei prima di ieri sera. Le persone che ti sono intorno provano affetto per te. E’ vero. Senti solo il loro menefreghismo. Ma sai che a modo loro nel loro egoismo si raccontano di volerti bene. Non è colpa loro. Non è colpa di nessuno. Comunque.

Ma ti senti felice? E senza di te come starebbero, loro? Infelici come prima. Chi deluderesti? Nessuno.

Le forze lo abbandonano. Non riesce ad alzarsi in piedi, resta seduto sul cesso, e tanto è disperso il suo essere che davvero i suoi stessi pensieri più non gli appartengono. È come se vorticassero intorno a lui. Turbinano, li ascolta, ma non sono i suoi.

Moriresti se ti buttassi da questo balcone? Oppure resteresti paralizzato? Chi lo sa. Che importa.

Se restassi paralizzato ci riproveresti.

Come: l’ultima volta non è andata.

Ricordi cosa hai pensato quando l’hai fatto? Che tanto non valeva la pena. Che la frustrazione per non poter rispondere, per non poter scappare, per non poter comunicare era troppa.

Troppo.

Troppo tempo e troppo poco tempo.

Troppa responsabilità in tutta quella libertà.

Tutto ancora da fare e tutto ancora da poter disfare. Ti mancano le forze.

È mattina, mattina inoltrata ma non ha forza di combattere, di vivere quella giornata. Si sente tutt’uno con la parete fredda del bagno a cui poggia la schiena. La pelle è fusa ormai con le mattonelle. A che scopo alzarsi?

Potrebbe restare lì per sempre. Il suo corpo non protesta. Nulla in lui sembra opporsi a quella eventualità. E restare lì per sempre non è forse come schiantarsi sull’asfalto della strada gettandosi da un balcone al quinto piano?

Quando ha lasciato il suo appartamento per vivere con quella ragazza le cose non erano differenti. Il pensiero, l’uomo nero appostato in un angolo buio nella sua testa tramava le sue fila senza posa. Ma ci sono giorni in cui lui sembra dimenticare la sua presenza. Giorni in cui è possibile vivere un momento dopo l’altro senza sentirsi affogare nel tempo. Basta. La decisione è presa. E ora il cuore sembra alleggerirsi. L’amava. E l’ama ancora, nonostante quel che lei gli ha confessato. Avrebbe giurato che l’avrebbe lasciata su due piedi se fosse successa una cosa del genere. Invece la notte precedente non è riuscito a far altro che rimanere seduto di fronte a lei a guardarla piangere. Non che lei sorreggesse come una colonna la sua vita. Non che da lei dipendesse la sua piccola vita. Non che lui non avesse le sue abitudini. Le sue preferenze. Quelle piccole pennellate che tutte assieme compongono la personalità di un individuo.

Solo, il dolore non è stato così grande. Il dolore non è stato così accecante. Non è stato nemmeno pungente. Sordo. Non è stato nulla. Una vibrazione dell’aria ha smosso i suoi timpani e nel suo cervello si è tradotta nel significato che diamo alle parole. Ma il suo stomaco non si è irrigidito. Non gli è venuta la pelle d’oca. Nulla. Non ha sentito nulla. Nulla di nulla. È rimasto ad ascoltare. Come se il suo corpo, lui, avessero smesso d’esistere molto tempo prima. Non ha fatto male. Non è stato niente.

Per questo vorrebbe chiamarsi fuori da quella vita. Come uno spettatore rimane a guardare un film la sua esistenza continua a proseguire proiettata su di uno schermo senza che lui possa fare nulla per parteciparvi.

Sarebbe stato differente questa volta. Sospira. Guarda il bicchiere vuoto. Le ultime gocce di vino aderiscono al fondo di vetro mentre lo ruota tra le mani. Una decisione presa.

Ebbene non resta che riflettere su come farlo, nel pratico. Non vuole fare pasticci come l’ultima volta. Probabilmente la cosa migliore è buttarsi giù dal balcone. Morirebbe se si buttasse giù dal quinto piano?

Non ne ha idea.

È terrorizzato dalla possibilità di avere tempo a sufficienza per ripensarci mentre vola giù, verso il suolo. Ripensarci e non avere nulla a cui aggrapparsi. Ma ci ripenserebbe?

Meglio non rischiare.

Non deve avere tempo per cambiare idea. Sarebbe talmente ingiusto e imbarazzante. Si sente molto meglio ora che ha deciso. In un modo o nell’altro la lascerà comunque. In fin dei conti. Ringalluzzito dal fatto di aver compiuto finalmente quella scelta in maniera decente, umana, razionale, si versa del vino nuovamente nel bicchiere. E dalla cucina esce in balcone respirando a pieni polmoni l’aria fresca dell’assolato mezzogiorno.

Ecco ora non ha alcuna preoccupazione. Nulla per cui combattere. Nessun pensiero per la testa. Ormai è fatta, ha deciso. Si è tolto un gran peso dallo stomaco. La finirà di sentirsi un inetto, un uomo inutile. Smetterà di svegliarsi nella notte, le budella contratte dal panico, il fiato corto per la paura, senza sapere di cosa. Senza sapere perché.

Bonariamente si congeda da quella sua piccola vita, dai mobili antichi che ha lucidato per la sua ragazza, dai suoi libri che legge tre alla volta che sono dappertutto sugli scaffali e dai suoi quaderni di appunti, le copertine in pelle, l’unico lusso che ama concedersi è di scrivere ancora con una stilografica.

Perché ama il farsi delle lettere sulla carta ruvida, l’inchiostro scuro che si intensifica alle estremità rotonde di ogni lettera. Bene, ogni cosa ormai è finita. E ora nella testa una voce roca e maliziosa s’insinua nella sua giornata. La sua ultima giornata.

Allora, non lo fai?

Che discorsi! Lo fa. Certo che si. L’ha appena deciso! Sta solamente prendendo il tempo che gli occorre per decidere come. Come farlo.

Si diceva che servirebbe un sistema per non lasciargli tempo per i ripensamenti. Non crede ne avrebbe ma non si sa mai.

Anche se tu ti pentissi sarebbe troppo tardi. Non potresti fermarti, aggrapparti alla vita. Fallo e basta. Buttati. È finita.

Lo sa bene che è finita. Ma non vuole toppare di nuovo, come la volta precedente. Non avrebbe senso. È già alquanto umiliante aver tentato il suicidio una volta senza aver concluso un bel nulla. Figurarsi due. Due tentati suicidi in tre anni. Diventerebbe lo zimbello di se stesso. Proprio quello che gli manca. No, no e no. Non se ne parla. Lo farà nel modo che riterrà più opportuno.

Con una pistola. Ti lasceresti il tempo solo di premere il grilletto..

Oh! Ma andiamo! Che siamo in Texas? Chi diavolo ce l’ha una pistola? No, soluzioni impossibili no. Qualcosa di semplice. Qualcosa di concreto. Fa avanti e indietro per il salone. Qualcosa di rapido. La scorsa volta ha tagliato le vene per orizzontale. Grande sbaglio. Se le apri in verticale non ti recuperano davvero. Ci sarebbero le pillole..

Le pillole.. prendi delle pillole. T’addormenterai dolcemente. Scivolerai nell’incoscienza, e tutto questo non esisterà più.

Tecnicamente tutto questo esisterà ancora.

Tutti i tuoi problemi non esisteranno più.

Comunque sia, esistenza o meno, le pillole sarebbero un buon sistema. Corre in camera da letto, apre la scatola blu delle medicine, la confezione di Tavor è deludentemente floscia, ed infatti c’è appena mezzo blistex tagliato con le forbici, e due pillole. Arancioni, piccole. Non hanno un aspetto molto letale. Ci si ammazza con due pillole? Forse non sono abbastanza. Forse con dell’alcool. Dovrebbe scendere al supermercato a prender della vodka. Del gin. E del whisky e della cocacola.

La coca cola sveglia, non addormenta. Ma santi numi! Cosa ha che non va il balcone?

Oltretutto se nell’incoscienza nella quale scivolerà ci ripensasse magari troverebbe forze abbastanza in sé per agguantare il telefono e chiamare un’autoambulanza.

Dico, cosa ha che non va il balcone?

Ma schiantarsi al suolo è talmente sfibrante come immagine..

Ridicolo!

Eh no! Vuole una morte dignitosa. Tragica. Vuole piangere lacrime amare in un delirio alcolico e ingollare una pillola dopo l’altra, seduto al tavolo da pranzo, i tagli della luce invernale delle tre del pomeriggio, lunghi e rossastri che dipingono il suo volto come una maschera sofferente. Vuole una morte seria, non vuole che la prima vecchia di turno lo trovi sfracellato a terra, schizzi di sangue e cervella ovunque, e che magari le prenda un infarto e poi, che ne sai, magari diventa lei il caso mediatico. E non il suo suicidio.

Il gas.

Peccato che non abbia la macchina, e che di conseguenza sia sprovvisto di un tubo di scappamento. No, deve esserci un altro sistema. Le vene sembrano essere la soluzione migliore. Comunque, considerando il fatto che ormai si tratta di una decisione pressa non c’è fretta.

Come sarebbe a dire che non c’è fretta?

Non c’è fretta.

Ormai nemmeno il tempo ha più importanza. Può rimanere a sedere, sulla tazza del cesso come poco prima, oppure restare affacciato al balcone, come ora, quanto vuole. Non c’è più nessuna fretta. libero. non c’è luogo dove rifugiarsi. Nessun pensiero da rincorrere per assicurarsi di essere vivo, per tenere sotto controllo la paura, il senso di vuoto, l’idea di quello smarrimento. Non ha più logica essere annichilito di fronte al tempo, ha deciso di gettarvisi dentro senza timore, senza riflessioni. Non ha più paura. Non c’è più nessuna decisione da prendere. Ha preso l’unica vera decisione che ci sia concessa. Ha aperto la porta dell’uscita di sicurezza e ora può permettersi di rimanere a guardare la sala del cinema da cui sta scappando divorata dalle fiamme cadere a pezzi, un inferno di lingue di fuoco e fumo. La vita non lo riguarda più, ora è possibile starne ad ammirare l’amara bellezza, presto sarà morto, dissanguato, addormentato, sfracellato. Non importa come. Presto sarà morto, e tutti i suoi problemi con questa certezza sono già svaniti, è libero di bagnarsi in quella giornata in quella mattina azzurra.

Per questa ragione, non c’è fretta. Dal momento che non ha più molto da vivere ormai può concedersi un altro giorno. Non ha nemmeno importanza come sarebbe bene che lui impiegasse quel tempo. Il bene, il male. Niente ha importanza più.

No, non c’è fretta.

Finalmente può vivere un poco sapendo d’essere già morto.

È già morto, condannato. Non c’è fretta. Può perdersi quanto vuole nell’odore dei mobili, nel verde tagliente delle piante sul balcone, la sensazione delle foglie porose spesse sotto le dita, della pelle delle copertine dei suoi quaderni sotto le dita, la sensazione della carta ruvida contro i polpastrelli. Libero di lasciarsi sedere sul divano, guardare negli occhi l’immagine di lei, una vecchia foto, al mare, senza provare l’umiliazione del tradimento. È già morto. È una decisione presa.

Come si fa oggi si fa domani.

Stappa una seconda bottiglia di vino. C’è persino del salmone in frigo. Dopotutto chi gli corre dietro?

Non c’è fretta. una decisione presa.

Il balcone si troverà al quinto piano anche domani. Su questo non c’è dubbio. Siede al tavolo. Taglia il pane. Piccola vita mia. Un giorno ancora. In fondo l’idea del suicidio non sembra avergli rovinato l’appetito. Stende il salmone sul pane.

Oggi, domani, fra una decina di giorni.

Se tanto gli da tanto aspetta Natale.

Chiara Silvani

chiarasilvani@gmail.com

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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