Piccola Giostra Infernale.

 

Un demone percorreva la Statale 515

Con grandi ali nere, alto sopra i tir,

aveva vento freddo tra i capelli

e occhi lustri d’argento vivi nella notte.

 

Quando vide la donna al distributore,

planò piano e si fece ragazzo,

lei piangeva, lui le disse,

“Angelo, prenditi della vodka

e quattro pacchetti di Marlboro,

sali sopra di me

e ti porterò all’Inferno.”

 

Lei si fece accendere la sigaretta

e versare l’alcol in gola

dal collo della bottiglia,

e gli disse: “Dammi della poesia

ed io ti farò l’amore

e verrò con te ovunque vorrai.”

 

Il demone le diede il potere,

ma lei scosse la testa,

Il demone le diede ricchezza,

lei scosse la testa.

 

“Che cos’è che vuoi allora?

Il tuo poeta non arriverà,

ora è un rovo nella valle dei suicidi,

o i cani lo dilaniano,

il fuoco lo brucia,

e il dolore è tale che non riesce

a ragionare,

non può ricordarsi di te.”

 

“Tu menti,” lei disse,

“lui non l’avrebbe fatto

aveva una sola direzione

e quella era l’amore

verso l’amore solo

si muove la poesia,

infinita, per lui

non c’era altra via

che la stessa Vita.”

 

“Eppure è morto,

ed il suo corpo si putrefà

nel fango,

non pensa a te,

e la sua anima si sfa

nello spasmo.

Forse la più alta forma

d’amore

è la morte.

Solo chi ama molto la vita

sceglie di ribellarsi e morire,

gli altri con la pazienza

della pizzeria al giovedì

della discoteca al sabato

del lavoro nei giorni feriali

dell’amore nel proprio letto,

con i figli da badare,

la cena da preparare,

si guadagnano una tomba in Terra

ed un trono in Paradiso,

lasciandosi dietro

il funerale pagato

e l’affetto illeso,

appesi come impiccati

tra i Beati,

morendo come una vacanza al mare,

ché senza senso

la giostra continui a girare.”

 

La ragazza piangeva.

Forse,

il demone non mentiva,

il suo poeta aveva scelto,

in maniera perversa,

la vita,

ribelle,

lo era sempre stato,

filosofo, lacerato,

e per questo l’aveva amato

e odiato.

 

Lei disse al demone,

“Forse tu dici il vero,

e se il suicidio è eroismo,

il mio ragazzo è un eroe,

se l’eroismo è suicidio,

il mio ragazzo è morto.

Ma io credo che un uomo

innamorato non possa

scegliere di morire,

vattene, demone,

non verrò con te,

il mio ragazzo mi verrà a prendere

prima che salga l’aurora

 

e smetterò di piangere

soltanto allora.”

 

“Se tu hai questa fede,

bambina.” Disse il demone.

Sorrise

e se ne volò via nella notte.

 

In quel momento

lei si sentì toccare il fianco.

il suo poeta le stava accanto

i capelli scomposti dalla brezza estiva

un’espressione di scuse,

e la notte imbiondiva,

schiarendosi.

Aveva un livido sul viso, e un sorriso.

“Che hai fatto?” Lei gli domandò,

affondando nel suo torace.

“Ho fatto a botte,” lui disse.

“Con chi?”

“Con i miei pensieri. E tu?”

Un rapace

ghermì una bestiola

nel cielo.

Lo guardarono dilaniarla,

sventrarla,

ingoiarne il cadavere in volo.

“Sono morta per un istante,”

mormorò lei, “ho pensato

che non saresti tornato.”

Baciami, dissero i loro occhi.

Si baciarono.

Un demone li guardava ridendo,

dal tetto del distributore.

E loro sentirono

tra le dita l’eterno.

Quel bacio

sapeva d’Inferno.

 

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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