PIANO D’ATTACCO

CAPITOLO VI

PIANO D’ATTACCO

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Be-beep.

L’interfono sulla scrivania suonò. Verity sollevò gli occhi dal rapporto che stava leggendo.

Signora Young? Comunicazione per la Direzione Generale da parte del Monitor Dipendenti.”

Verity sbuffò e premette il tasto di collegamento.

“Sì?”

“Hanno trovato morto Irwish Sutherland, il partner di un nostro agente, Sol.”

E perchè la disturbavano per queste scemenze? “Condoglianze.” Disse a denti stretti.

“L’agente Sol è designata per la Missione Finale. Il ragazzo è stato linciato.”

“Sì. Mandatele dei fiori.”

“Non è questo il punto,” disse la voce nell’interfono. “C’è qualcosa che lei dovrebbe sapere.”

 

*

 

Il professore atterrò in un acquitrinio stagnante di cartacce e mozziconi di sigarette. I ragazzi erano già più avanti. Cercò di seguirne le voci nel buio, ma si perse.

“Ragazzi!” gridò infine.

“Professore!” Lo raggiunse la voce di Marsha. “Professore, venga, presto!”

Ramirez corse verso la voce. Con il proprio ipod, Marsha illuminava di un chiarore tenue Kyan, che stava in piedi, tenendo tra le braccia il corpo esanime di Lazlo.

“Cos’è successo?”

“Ha tossito e poi è svenuto,” disse Kyan.

“Fai più luce,” mormorò Ramirez. Marsha si avvicinò. “Cristo,” imprecò. “È pieno di sangue.”

La camicia bianca era macchiata all’altezza del costato. “Perchè non lo metti giù, Khoronen? Dobbiamo dargli un’occhiata.”

“Per terra è pieno di vetri.”

Ramirez abbassò lo sguardo. Vero. Ma in che razza di posto erano? Perchè diamine erano voluti scendere lì?

“Proviamo ad andare avanti. Ce la fai? Vieni, portiamolo in due.”

Si avvicinò ad aiutarlo. Proseguirono vacillando per una cinquantina di metri. Marsha faceva luce.

“Qui,” disse il professore leggermente affannato. “Mettiamolo giù.”

Delicatamente, lo appoggiarono a terra.

Il professore gli slacciò la camicia. Sul torace c’era un taglio grosso e profondo, che non smetteva di sanguinare.

“Khoronen, dammi la cinta della tua giacca.”

Kyan esitò appena un istante, poi tolse la cinta di velluto azzurro e la passò al professore, che la strinse forte attorno al torace nudo di Lazlo. Marsha sussurrò stupita: “Kyan!”. Il professore la guardò senza capire.

“Aiutami a tirargli le gambe in su,” disse. Kyan eseguì.

“E adesso?” sussurrò Marsha.

“Adesso dobbiamo aspettare che rinvenga.”

Sedettero nel buio. “Cos’avete nelle borse?” chiese il professore.

“Cibo.” Mormorò Kyan.

“Potete spiegarmi?”

Marsha e Kyan si guardarono. Kyan non sembrava intenzionato a spiegare alcunché. Incrociò le braccia e sbuffò. Fu Marsha a parlare.

“Ieri mattina Kyan ha trovato sua madre morta,” spiegò. Ramirez sgranò gli occhi nel buio. “Che cosa?”

“Marsha!” esclamò Kyan.

“Ormai ci siamo dentro insieme,” concluse lei pragmatica. “Dobbiamo sopravvivere come una squadra, no?”

“Una squadra!? Io non mi fido di un professore,” sbottò Kyan irato, “specialmente di lui!”

“Sei ridicolo, Kyan. Siamo bloccati sottoterra e….”

“Voleva chiamare mio padre! Solo perchè ho parlato durant….”

“Non poteva saperlo!”

“Voleva chiamare mio padre! Non capisci che ci tradirebbe alla prima occasione? Ci venderebbe a quegli assassini! E tu vuoi dividere il nostro cibo con lui!”

“Come ti permetti, Khoronen?!” Intervenne Ramirez, punto sul vivo. “Non farei mai una cosa simile!”

“Certo, però non avrebbe esitato a bocciarmi o a far intervenire mio padre, non è vero?”

“Kyan!” Urlò Marsha. “Ora basta! Non poteva saperlo!”

“Sapere cosa?”

Ci fu un silenzio improvviso.

“Il padre di Kyan….” Marsha cercò le parole. “… è una persona piuttosto irascibile.”

Il tono di Marsha bastò al professore per capire. Ammutolì. Non aveva mai pensato che una persona così distinta come il senatore Carrey potesse…. che stupido era stato. Eppure lui aveva vissuto esperienze analoghe in prima persona, avrebbe dovuto capirlo subito.

“Mi dispiace, Khoronen.” Sussurrò. “Non ne avevo idea.”

Kyan continuò a tacere.

“Cos’è successo a tua madre?”

“Pasticche,” bofonchiò Kyan.

Cristo santo. Il professore si passò una mano sulle tempie. “Non hai chiamato la polizia?”

“Kyan voleva prima parlare con mio padre.” Mormorò Marsha. “Così siamo andati a casa mia. Noi abbiamo una domestica… Candyce.” La voce le tremò appena. “Era per terra morta. I miei non erano in casa, noi… avevano portato via della roba. Poi Kyan ha trovato un biglietto di mio padre, diceva di prendere del cibo e scappare sottoterra.”

Il professore era impallidito. “Avete chiamato la polizia a questo punto, vero?” pregò.

Rispose Kyan: “Sì, l’abbiamo fatto. Ma non rispondeva nessuno. Così abbiamo preso il cibo e… siamo andati alla centrale a piedi.” Kyan deglutì.

Stava diventando sempre più surreale. Ma il professore era allenato a distinguere quando uno studente mentiva e quando no, e sembravano drammaticamente sinceri. “Che cosa vi ha detto la polizia?”

“Erano tutti morti. I poliziotti. Erano tutti morti. E c’era una bomba a orologeria. Così Kyan mi ha preso la mano e abbiamo corso. La centrale di polizia è esplosa. Non sapevamo dove andare perchè a casa mia c’era Candyce e a casa di Kyan c’era Ingvild e…”

“…siete venuti a scuola,” concluse il professore. “Perché non siete andati subito sottoterra?”

“Dovevamo dirlo a Lazlo,” spiegò Kyan. “Però non sapevamo dove abita.”

“Perchè a Lazlo?” chiese il professore sorpreso.

“È nostro amico.” Esclamò Kyan, con un tono come se fosse la domanda più stupida che qualcuno potesse fare a quel punto. Il professore lo trovò quasi commovente. Fece per replicare quando un rumore improvviso fece gelare il sangue a tutti loro.

Di colpo ci fu una luce abbagliante e un uomo armato in divisa da militare si parò davanti a loro. Il professore trasalì. Quello che aveva in mano era un mitra.

“Contro il muro, tutti, subito.” Disse appoggiando per terra un’enorme torcia-sfollagente.

Non restava che obbedire. Si misero tutti contro il muro.

“Quello a terra è morto?” chiese il militare.

“Sì.” Disse Kyan d’impulso.

“Bene. Voi avete già fatto le selezioni?”

“No,” sussurrò Marsha.

“Merda. Dovete tornare su a farle,” imprecò l’uomo. “È la procedura, uguale per tutti.”

“A che scopo, se poi ci ammazzate comunque?” Sbottò Kyan voltandosi. Il professore gli pestò un piede. Stupida testa calda, non avrebbe mai capito quando tenere la bocca chiusa.

“Non sono autorizzato a uccidervi previa vostra selezione,” disse il soldato. “Gli Alfa sono preziosi e devono essere preservati.”

“Ci godete ad ammazzare la gente,” urlò Kyan. “Ma chi cazzo siete?! Perchè lo fate?”

Il mitra gli arrivò contro la pelle della nuca in un secondo.

“Sei sicuro di volermi fare girare le palle, stronzetto? Potrei anche fottermene dell’autorizzazione.”

“No! Non spari!”

Era stata Marsha a gridare. Il professore iniziò a sudare freddo. L’avrebbero mai capito quando dovevano stare zitti e obbedire? Quel tizio aveva un cazzo di mitra in mano!

“Oh ma guarda guarda,” fece l’uomo. “Chi è lei, la tua fidanzatina?”

Kyan tacque di colpo.

“Bene, bene, bene. Tu e tu,” disse a Kyan e al professore, sempre tenendoli sottotiro “voltatevi, giù in ginocchio. Tu, vecchio, vedi di tenerlo fermo e buono. E tu, carina, vieni qui davanti.”

Marsha si girò, pallida come uno straccio, e fece un passo.

“Ora fai vedere al tuo fidanzatino quanto sei brava a succhiarmi il cazzo.” Si slacciò con una mano la patta dei pantaloni. “E vedi di impegnarti, altrimenti gli sparo qui davanti ai tuoi occhi.”

Marsha si inginocchiò più lentamente che poté. Guardò Kyan per un istante, poi prese in mano il cazzo di quell’uomo. Iniziò a piangere, ma aprì la bocca. Guardò Kyan un’ultima volta, guardò il professore. Sembravano stranamente quieti. Kyan le fece l’occhiolino. Era impazzito? Con la coda dell’occhio, seguì la direzione del suo sguardo. Sorrise.

Il soldato ebbe appena una frazione di secondo per rendersi conto che il morto dietro di lui si era mosso. Poi la luce si spense di colpo, mentre due chili di torcia militare gli si abbattevano sul cranio, sfondandoglielo, e cadeva a terra esanime.

 

 

“L’idea è di fare un putsh,” disse forte Zamir. “E per questo, Astrid, avrò bisogno di te. I due alla base dell’operazione sono Schneider, all’interno del KBA, e un politico all’esterno. Non sappiamo ancora chi, ma abbiamo troppo poco tempo per scoprirlo. Punteremo su Schneider. Tu mi introdurrai all’interno del KBA. Come… un prigioniero.”

Rhamiel sgranò gli occhi. “Zamir…”

“È necessario,” tagliò corto Zamir. “Sono l’unico idoneo. Entreremo all’interno e lo costringeremo a ritirare le direttive. Dopodichè lo faremo fuori.”

Astrid visualizzò Schneider. Era un ricercatore, uno scienziato dall’apparenza assolutamente normale. Sulla quarantina. Se lo ricordava come un simpatico padre di famiglia.

“Non ha dei bambini?” domandò.

Zamir sembrò incupirsi. “Sì. Ha un figlio, Friedrich Schneider. È un po’ più piccolo di noi.”

Astrid non riusciva a crederci. “E lui ha ideato il Rebirth Project?”

Zamir si morse il labbro e assentì. Apparentemente dal nulla, Rhamiel cominciò a stare visibilmente male. Sudava e boccheggiava, come se non respirasse. Zamir fece un paio di respiri profondi, e Shanti, all’improvviso, iniziò a cantare. Aveva una bella voce limpida.

Mio capitano, chi la nave in salvo porterà? Su questo mare siamo persi, ma si sa, il capitano ci salverà. E vedremo oltre l’orizzonte, superato Marte, un’alba di fuoco. Mio capitano, hai dimenticato, la vita in fondo è soltanto un gioco….”

Astrid riconobbe la canzone. Era una vecchia canzone dei pirati spaziali, dolce e malinconica. Le sembrò stranamente appropriata. Rhamiel parve calmarsi. Anche Zamir riprese la parola con un sorriso.

“Ah, Shanti,” disse. “Se non ci fossi tu.”

Shanti sorrise. Ad Astrid, per chissà quale motivo, questo scambio amichevole dette un po’ fastidio. Si rivolse a Rhamiel.

“Dicevamo?”

Rhamiel la guardò con un sorriso di comprensione. Certo, lei non sapeva perchè era infastidita, ma probabilmente lui sì.

“Sì,” riprese Zamir. “Fatto fuori Schneider, facciamo un veloce trasferimento file dal Computer Generale e teliamo.”

“Come gestiamo eventuali ostacoli?”

“Nella maniera più civile possibile.”

“Sarebbe a dire?”

“Spariamo a vista.”

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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