Perseveranza, disciplina.

-non è sano- aveva ripetuto lui perentorio. lo ricorda benissimo. non è sano aveva detto, ma non la guardava negli occhi. no, certo che no, perchè sapeva di sbagliare. oi forse perchè sapeva di non poter discutere con lei.
-cosa non è sano, cosa?- aveva chiesto in risposta, a voce alta e braccia conserte -non si tratta di droga! parliamo di danza-
-è come una droga- aveva replicato lui. inutile parlare a bassa voce, in ogni caso Angela li avrebbe sentiti origliando dietro la porta della cucina, MariaCristina non aveva dubbi, su questo. ricorda così bene quella discussione perchè ha avuto tutto il tempo sull’aereo diretto a Berlino, per inseguire un istante dopo l’altro la storia della vita di Angela fino a quel momento. tutto il tempo, in aereo, a chiedersi come è stato possibile che sia successo.
a chiedersi perchè, perchè l’ho permesso? e alla fine a furia di scavare la terra sotto le sue unghie aveva l’odore di quella sera, dei gamberoni arrostiti che avevano mangiato, del cencio che stava usando per asciugare i piatti che suo marito le passava mentre parlavo dell’accademia di danza.
-è una passione, è diverso- aveva detto lei spazientita. sapeva che l’avrebbe spuntata, lo sentiva. ma ormai aver ragione vedelro assentire, era una questione di principio.
-se ti mangia la vita una passione è una droga-
ora in metro, una lacrima le scivola sulla guancia. ricorda d’aver risposto: Angela ama quello che fa, è felice.
ma quanto infelici e disperati si deve essere per cercare la morte?
Dopo lo spettacolo non l’aveva nemmeno chiamata. MariaCristina aveva saputo di quel che era successo solo dopo. era sul punto di chiamare la scuola, poi era arrivata la telefonata dell’ambasciata.
Pillole.
Lascia che il suo sguardo si posi sui volti squadrati grigi, opachi, sui guanti che avvolgono le dita strette a pugno o sulle caviglie incrociate con delicatezza. la folla nella metro. vecchi di cartapesta, e giovani che sembrano lucide come frutta candita. uomini annoiati in camicie azzurre, ipnotizzati dai loro telefoni cellulari. nulla di diverso dalla metro a Roma. A parte il fatto che in Italia nulla funziona e in Germania invece tutto va alla grande.. certo, ma la gente è sempre la stessa. individui in incognito che mescolati nel marasma metropolitano diventano massa. ognuno ha sogni, desideri, incubi, ognuno ha la sua droga e la sua passione. ognuno il suo Dio.
Tentato suicidio.
Angelica era partita a 17 anni per Berlino, per la Ballet Accademy. Ma la sua dedizione era nata molto prima. MariaCristina l’aveva messa al mondo e poi vista crescere come se non le appartenesse affatto. come se non le fosse mai appartenuta. Angelica era naturalemnte elegante, delicata silenziosa. l’aveva vista amare la danza, mentre lei insegna astrofica, e di bellezza non capisce niente. no, lei capisce i numeri. le leggi, le inferenze. i calcoli. dedite a dei diversi. eppure, nelle bellezza e nella scienza entrambe avevano trovato il loro credo. disciplina, perseveranza e fede. era un mantra che per Angelica aveva senso già a dieci anni. sottile e leggera. e per lei esisteva solo quello, la danza, e la bellezza. e la sua perseveranza, la sua fede, la sua disciplina. a quel credo aveva sacrificato l’infazia e l’adolescenza.
il Dio dell’ordine e della perfezione chiede prove.
E per Angelica tutto era una prova. ma quello che desiderava era essere una ballerina. e così era stato. fino a quel giorno.
Pillole, tentato suicidio. Solo quando era arrivata in ospedale, e l’aveva vista, MariaCristina aveva ripreso a respirare. Angelica le aveva raccontato tutto, con gli occhi bassi, fissi a terra, e le ciglia a ciuffetti per il pianto.
L’avevano ammessa alla Ballet, suo padre non era d’accordo, l’avevano lasciata partire ugualmente. lì va cercata la colpa?
MariaCristina aveva convinto suo marito perchè sapeva con che violenza brucia la chiamata, la passione. un’altra fermata di metro. una fermata più vicina all’albergo. ha lasciato Angelica appena venti minuti prima, e si sente lacerata dentro, perchè l’immagine che di lei ha adesso, nella mente, è una esile pallida figura sdraiata su un letto d’ospedale. i lisci capelli cenere sporchi spioventi e secchi. negli occhi la disperazione. quando la vedeva ballare, quando la andava a prendere alle prove, o da dietro la porta la vedeva allenarsi nella sua cameretta dalle pareti azzurre si faceva domande su se stessa. anche lei per la matematica e le scienze aveva avuto la stesse dedizione a quindici anni. ma lei non era sottile e elegante, non era bella. credeva che la sua massa di capelli ricci, castano stinto, una nuvola disordinata, che il suo corpo, pesante e sgraziato, che i suoi modi bruschi avessero avuto parte determinante nel riservarle la grande quantitè di tempo libero che aveva dedicato allo studio. gli adolesccenti maschi non amano le secchione, amano quelle come Angela. ma poi aveva capito che la bellezza non c’entra. che lei e sua figlia condividevano quella spinta che da dentro, dalla parte di te più intima e vera, ti costringe a sacrificare tutto ciò che potresti avere per la tua passione. per il tuo Dio. disciplina perseveranza e fede. e sacrificio. Dio ha bisogno di prove.
e l’aveva premiata Dio, a sua figlia. un’altra lacrima, un’altra fermata. Ammessa alla Ballet di Berlino. ricorda, certo, MAriaCRistina ricorda tutto. ricorda l’espressione di suo marito, quando aveva lasciato andare il piatto che aveva in mano nel lavello e aveva detto, vinto: che faccia quel che volete, santo Cielo! puoi venire, sciocchina- aveva proseguito poi rivolto alla porta -come se non sapessi che sei lì da quando abbiamo cominciato a parlare.
per un pò era stato solo grazie, solo lacrime di gioia e quel grazie ripetuto all’infinito, fino che la parola non aveva perso di senso. Angela continuava ad abbracciare lui e lei e poi di nuovo lui ed entrambi. era stato tre anni prima, allora Dio sembrava aver dato prova di sè. come è beffardo il destino. lassù, in Germania, i sacrifici erano proseguiti. per lei, e per loro che l’avevano lontana. quello con i suoi genitori era l’unico legame che Angela era stata in grado di costruirsi nella vita, perchè per la danza aveva trascurato ogni amicizia. e poi, per la danza anche quell’unico legame l’aveva sacrificato. ma amava quello che faceva. MariaCristina se lo era ripetuto ogni mattina per tre lunghi anni, se lo era ripetuto ogni volta che sentiva la mancanza di sua figlia, e dunque ogni momento della sua vita. fino alla nausea. ora come in un sogno, con lo sguardo vacuo e il corpo molle, sfiancato dal dolore attende che la porta scorrevole si apra sulla banchina. attraversa la folla in galleria così come un alga informe viaggia leggera controcorrente in un banco di pesci. si lascia sballottare fino alla scala mobile e quando mette piede fuori i palazzi sono immensi e alti e il cielo basso è di un monocolore acciaio. siede su una panchina. il Dio dell’ordine e della perfezione non ammette sbagli. ma se Angela aveva sbagliato, su quel palco, era stato solo perchè lui su quel palco l’aveva abbandonata. un discorso sconnesso, quello che lei le aveva fatto in ospedale: “sono scivolata. no,non sono caduta.. solo.. sono solo.. ma si è visto, si è visto. si è terribilemente visto mamma. ed è quello che ricorderanno tutti, per sempre. è quello che ha detto Estel. che sono segnata. che su quel palco ho messo un punto alla mia carriera che non posso cancellare.. ed è stato un attimo. è stato un attimo solo mamma..”. un attimo in cui al suo Dio tutto quel sacrificio non era bastato.
dov’era quando lei scivolava, il corpo torto in una bruttura? dov’era Dio quando sua figlia “metteva un punto alla sua carriera”, e “tutti vedevano”?
dove quando la notte dopo Angela ripensava a quel momento?
si è presa la testa tra le mani. non poteva restare in ospedale. sua figlia l’ha lasciata che dormiva, sedata.
lei ora ha bisogno di fermarsi, staccare. perchè dentro non dà la colpa a Dio, la dà a se stessa. forse se l’avesero tenuta con loro lei sarebbe stata forte abbastanza da reggere quell’evento. nella sua testa invece solo la danza esisteva e ora la sua spina dorsale le era stata portata via.
il giorno seguente aveva ballato. quello successivo si era data malata. e a suo dire il terzo giorno aveva capito che nulla si poteva più sistemare ormai. “non avevo il coraggio di chiamarti, mamma. di dirti che ho fallito”. MariaCristina piange e insieme ride istericamente seduta su una panchina nella periferia di Berlino sotto un cielo maledettamente basso e grigio. e la situazione la fa ridere ancora di più. e piangere. e ridere, perchè la magnifica soluzione che ua figlia aveva elaborato, quando si era sentita abbandonata, era stata cercare d’ammazzarsi. tutta la forza che l’aveva sorretta mentre si regalava senza freno alla sua passione l’aveva persa di colpo, e non le era rimasto nulla. nemmeno la fede. aveva cercato il suo Dio per due notti, e non l’aveva trovato, quello che aveva fatto era stato tentare il suicidio.
“abbiamo cresciuto un’idiota” sussurra ora MariaCristina ridendo tra le lacrime in preda a un crisi isterica. poi si calma. respira.
dovunque fosse andato a finire, Dio o chi per lui aveva avuto la buona creanza di ripresentarsi in tempo perchè la coinquilina di Angela chimasse un’ambulanza.
ora è più lucida. lucida abbastanza da tornare in albergo e farsi una doccia. e poi tornare in ospedale.
anche lei ha sbagliato, lo sa.
anche lei ha sbagliato. Angela sembrava essere nata adulta. pronta alle sue prove. pronta all’esercizio, all’ordine. a fare del suo corpo un tempio, così si dice no? pronta alla disciplina, alla perseveranza e alla fede. e loro, e lei, MariaCristina, non le aveva mai insegnato nulla, su Dio. sembrava che non ce ne fosse bisogno. non le ha mai detto che Dio va e viene, e le prove che serve in tavola sanno essere molto amare. ora che è calma si asciuga le ultime lacrime. le sue labbra si muovono in una cantilena, tanto simile a quella che Angela piangendo di gioia aveva snocciolato loro in cucina, tre anni prima. in un’altra vita.
avrebbe potuto perdere sua figlia, dovunque e chiunque sia il suo Dio, lo ringrazia.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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