Per un pugno di affettati

È da alcune settimane che è tornato vivido il vociare a riguardo del dibattuto e controverso topic del consumo di carne. Essa infatti è entrata nel mirino dell’interesse pubblico in seguito alla dichiarazione dell’OMS rilasciata il 26 ottobre che la vede nociva per il nostro benessere; secondo il suo rapporto infatti, ci sarebbe una relazione tra il consumo di carni rosse e il rischio di contrarre un tumore, in quanto esplicitamente cancerogena.
L’esito che ne consegue è un composto panico che sollecita medici e nutrozionisti ad apostrofare con rassicurazioni e precisazioni la veridicità della notizia, mentre sui social è il richiamo altisonante alla battuta più originale e spocchiosa sotto l’attenta supervisione dell’hashtag relativo.

La Coldiretti ha tuonato solo l’indomani un presunto calo del 20% delle vendite, denunciando la minaccia per 180.000 posti di lavoro che esso rappresenta. Sottolinea che per qualità e metodo di lavorazione la filiera italiana può reputarsi al di fuori dell’accusa della IARC, che si fonda su una stima media di dati mondiali che conterebbero trattamenti delle carni estranei alla tradizione nostrana.

A dispetto di ciò è proprio nel Bel Paese che il 70% della totalità dei farmaci venduti (dati EMA 2015) è investito nell’esasperazione del sostentamento e della crescita degli animali negli allevamenti intensivi (non troppo distante dall’80% statunitense – dati FDA -, facilmente raggiungibile attraverso i nuovi accordi UE/USA). Questo si traduce in termini di salute nello sviluppo della resistenza agli antibiotici per l’uomo che causa migliaia di decessi l’anno, e che a loro volta in termini economici equivalgono a oltre cento milioni di euro in spese sanitarie.

Spiccioli probabilmente, accostati alla valenza monetaria che assolve l’impero della carne.

Negli ultimi giorni i ricercatori e gli scienziati incriminati hanno difatto convenuto di ritrattare quanto avevano annunciato confluendo in un’imbarazzante retromarcia su ciò che ha generato tanto scompiglio e lasciar cadere la questione, per salvare un mercato a dieci cifre che probabilmente non si è mai trovato a rischio.

Si parla di numeri, perché è così che siamo abituati a fare, senza tener di conto dell’individualità delle cose; quella degli animali, ad esempio.
Uno studio psicologico dell’Università del Queensland osserva come l’immaginario di individuo di un animale si discosti da quel che ne resta quando lo stesso è servito targato come cibo, anche in coloro che amano gli animali. In altre parole, ciò che consente di mangiare e quindi uccidere ciò che in un’altra forma si ritiene di amare è un artificiale discostamento cognitivo che scollega tra loro le facce di uno stesso soggetto perché non entrino in conflitto tra loro.

È per questo che ragionare per astratti e isolarsi in una bolla è utile. Del resto il presumersi al di fuori – o al di sopra – è prerogativa indiscussa dell’antropocentrismo; lo stesso che ultimamente ha visto milioni di persone infiammarsi in così alta misura sugli effetti che il consumo o meno di carne può arrecare all’uomo, senza troppo contemplare quel che implica per chi la carne ce la rimette. Elencare dati non cambia ciò che eticamente significa lo sfruttamento animale; infatti, se anche un numero realmente tangibile di persone avesse volontariamente scelto di passare a una dieta vegetariana in merito alla notizia non vi sarebbe comunque stata alcuna vittoria antispecista, in quanto l’ipotetico decremento non originerebbe da una sensibilizzazione, ma da una mera egoistica esigenza personale.

Un animalista può quindi più verosimilmente aver esultato inerentemente al recente blocco dei fondi che l’Europa devolveva per la Corrida spagnola o all’ultima decisione della Germania di mettere fine al tritaggio dei pulcini maschi vivi, o ancora per gli 800 visoni da pelliccia liberati da anonimi nel ferrarese la notte del primo novembre.

Tutto il resto che orbita attorno, la polemica, l’ironia, il cinismo inasprito e fanatico degli stessi che non troppo tempo fa celebravano dalla stessa cattedra il sezionamento della carcassa di un leone in Danimarca dinnanzi a dei bambini e che ci chiamano nazimalisti è riducibile solo a un trend, inconsistente e passeggero, accolto con la stessa leggerezza che istruisce a non prendere più niente a cuore e a non farsi troppe domande.

Il massimo che rimane da sperare è che l’esiguo nucleo ponderato che trascende questo impianto vaporoso non si indurisca con il resto.

Silvia Christelle Zinno

Silvia Christelle Zinno

Dal 2013 collaboro con Battibit curando la sezione Arti visive, dove contribuisco con alcune selezioni fotografiche elaborate in digitale e analogico. Impiego il mio tempo libero frequentando laboratori teatrali, praticando pittura e disegno, suonando strumenti che non conosco.
Silvia Christelle Zinno

Latest posts by Silvia Christelle Zinno (see all)

Lascia un commento!

Silvia Christelle Zinno

Silvia Christelle Zinno

Dal 2013 collaboro con Battibit curando la sezione Arti visive, dove contribuisco con alcune selezioni fotografiche elaborate in digitale e analogico. Impiego il mio tempo libero frequentando laboratori teatrali, praticando pittura e disegno, suonando strumenti che non conosco.

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!