Parigi – Iraq, sola andata. L’ISIS siamo noi

Ci deve essere stato un fraintendimento. Noi vi massacriamo dal 2001 per il petrolio e il gas. La nostra è una guerra per le risorse. Voi adesso ci massacrate per la religione.
Fermate i  lavori. In realtà è meglio dirla diversamente.
Noi vi massacriamo per il petrolio dicendo che è per la democrazia e contro il terrorismo. E così facendo, qualche anno fa, abbiamo armato il nuovo esercito iracheno sciita per contenere la guerriglia per bande che si è scatenata mentre abbiamo compiuto uno dei più grandi genocidi contemporanei. Per di più motivato con prove false (le armi di distruzione di masse inventate dai nostri Colin Powell).

Abbiamo buttato fosforo bianco su Falluja, diviso etnicamente un paese prima laico, importato la democrazia reintroducendo la pena di morte con processi sommari all’ex regime di Saddam Hussein, spiegato al mondo qual è la democrazia secondo noi, con le torture dei nostri soldati ad Abu Grahib (ricordate?), introdotto manuali sulla tortura, sequestrato persone in tutto il mondo con voli segreti (anche in Italia!), allestito Guantanamo, carcere degno dei nemici che diciamo di combattere.

Lo abbiamo fatto MENTRE Shell, Exxon, Eni, Total, Repsol e molte altre industrie del petrolio saccheggiavano oro nero dall’Iraq, garantendo la sicurezza degli impianti con mercenari privati. Abbiamo dipinto l’Iran come il mostro assoluto, fiancheggiatore di Al Qaeda. I barili di petrolio se ne andavano dal Golfo Persico e pensavamo che questa situazione di instabilità politica permanenete in Iraq ci conveniva, perché uno stato fantoccio non avrebbe turbato i nostri interessi. E il terrorismo stesso della banda di Bin Laden sembrava quasi sconfitto, lui stesso morto (?).

Solo che brutalizzare, stuprare, dividere, umiliare, massacrare milioni di persone nell’area ha avuto un effetto. Creare una banda di fanatici che, facendo leva sulla disperazione e la disumanizzazione dei disperati, ha colto l’opportunità di costruire uno stato dentro l’Iraq. L’ISIS o Daesh, come volete. Si appella alla vendetta dei sunniti vessati dagli sciiti che si sono ritrovati alla guida del traballante Iraq post invasione. E allora l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, con cui facciamo grandi affari (vendiamo loro squadre di calcio e ci aiutano a pagare il debito pubblico), hanno drizzato le antenne. E mentre stringono mani a Obama, Renzi e Hollande da un lato, con l’altra allungano dollari e armi a questa nuova Isis. Con la scusa che combatte in Siria contro Assad.

Gli americani lo sanno e lo vedono ma non dicono nulla. Saranno pure dei fanatici ma ci servono per rovesciare un regime che ci sta sulle balle. Gli americani dopo l’Iraq hanno bisogno di porti sul Mediterraneo per ottimizzare l’espropriazione del petrolio medio orientale. La Siria è un obiettivo strategico, lo dicevano già dai tempi di Bush. E così chiudono tutti e due gli occhi. L’Isis diventa quello che è, uno stato organizzato tra Siria e Iraq. E mentre gli americani e gli occidentali si preoccupavano solo di garantire la sicurezza dei pozzi petroliferi coi contractor, l’ISIS, con armi e finanziamenti sauditi, conquistava il resto dell’Iraq, svaligando anche banche (come a Tikrit nel 2014) con riserve d’oro per milioni di dollari.

Questo nemico è truffaldino nei moventi tanto quanto noi che diciamo di essere in Medio Oriente per la democrazia o l’antiterrorismo. L’ISIS non fa una guerra di religione. Anche se la proclama e attacca in casa nostra il nostro modo di vivere, il nostro stile di vita. L’ISIS combatte una guerra di dominio e sfruttamento delle risorse. Si appella a Dio secondo una logica malata e deviata perché serve a far presa su una comunità umana lì in Medio Oriente brutalizzata e de-umanizzata dalla nostra guerra, una comunità disposta ad ogni forma di violenza e vendetta per quello che ha subito lì. La storia ci insegna che la guerra disumanizza sempre e porta a violenze  e sopraffazioni che sembrano inspiegabili. Come ci sembrano i fatti di Parigi. Ma l’ISIS ha presa anche qui, rastrellando il fondo della società, gli esclusi, gli alienati, quelli messi fuori dalla catena di montaggio sociale. I Jihadi John. Ovvero quegli umani brutalizzati e disumanizzati non dalla guerra, ma dall’alienazione prodotta dal capitalismo. E la risposta diventano le fregnacce para religiose dell’ISIS che offrono un movente a disperati che non hanno alcuno strumento culturale o morale per dare un senso alla loro vita.

E finché percepiremo lo shock solo quando toccherà a noi, in casa nostra, subire violenze ingiustificate e amorali, rimuovendo le stragi come quella di Beirut qualche giorno fa o, per citarne una, degli studenti socialisti che volevano aprire una biblioteca a Kobane, allora siamo disumani anche noi. Burattini incapaci di dare un senso e una visione alla nostra vita. Alla mercé della nostra personale ISIS: i Salvini che invocano altri (ancora!) bombardamenti sul medio Oriente indistinto, il Papa che parla di reazione dura e di terza guerra mondale (sì lo ha fatto), Obama e tutti gli altri cialtroni che ci governano, che sono parte integrante del problema.
Finché ci sarà sfruttamento, deprivazione della dignità e della sovranità dei popoli, i poveri saranno boccaloni dei fanatici che li manovrano. Qui e in Medio Oriente. L’Isis adesso va fermata sul campo, ma poteva essere fermata a monte, bloccando lo scempio della guerra in Iraq a suo tempo e cambiando politica nei confronti dei suoi finanziatori, che sono anche nostri finanziatori: gli sceicchi sauditi. E mi dispiace dirlo ma gli unici che stanno facendo qualcosa di concreto contro l’ISIS sono i curdi, che sono nell’elenco dei terroristi di qualsiasi governo occidentale. Preferiamo tenerci stretta la Turchia di Erdogan che schierarci dalla parte di un popolo che non ha neanche nazione ma che si è preso la briga di respingere il fanatismo sul campo di battaglia (mentre si deve difendere pure dai turchi contemporaneamente.)

Se vivessimo in un mondo multi polare per davvero, i paesi del mondo tutto si siederebbero attorno ad un tavolo all’ONU e con una forza militare internazionale metterebbero a tacere l’ISIS e la guerra civile in Siria. Come dovrebbero anche disarmare palestinesi e israeliani e porre fine alla follia attuando finalmente la soluzione di due popoli e due stati. Ma per farlo si dovrebbe anche dire che il mondo si impegna a ricostruire queste aree, non solo con le infrastrutture, ma a recuperare l’infanzia per le nuove generazioni, mandare a scuola chi deve starci, invece di tenere un fucile in mano. Amministrare per decenni queste aree con una forza internazionale, estromettendo gli interessi occidentali o regionali da queste zone. Ricostruire il senso morale e civile di popolazioni che non ce l’hanno più.  E’ un’utopia che il mondo non vuole e non può affrontare. Perché preferisce tenersi il regime di paura che ci rende tutti schiavi di logiche obbligate: la violenza chiama violenza. Che accresce e consolida gli interessi dell’ISIS. Che è il nome di un’organizzazione terroristica e anche il nome che dovremmo dare a tutto il fanatismo violento che tranquillamente pervade la nostra politica e la nostra visione religiosa, quando ci appelliamo alla guerra come risposta a un problema che per altro abbiamo creato noi.

[L’immagine è dell’artista francese Clet Abraham]

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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