Onirica Anni ’80

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Un gradiente nero, viola e bianco sulla parete a fianco del letto di Pris. Tra le coperte scomposte si sfila una figura femminile sottile e felina. La luce artificiale viene sfilettata orizzontalmente dalle imposte sulla sua figura.

Mancano poche ore al compiersi del conto alla rovescia. Poche ore al 1983. Nervosamente versa un caffè lungo vecchio di ore prima di allineare la linea dei suoi occhi tra le fessure dell’avvolgibile.

Fuori c’è la città, un reticolo di profondo blu e grigio, geometricamente organizzato dalla linea delle luci gialle e bianche dell’illuminazione al neon, a perdersi fino all’orizzonte fumoso delle emissioni gassose. Un auto sospesa a pochi centimetri da terra attraversa la direttrice sotto l’appartamento di Pris.

Dall’undicesimo piano non si sente rumore, anche se il rumore di queste auto a gravitazione magnetica è praticamente nullo. Solo il sibilo del vento ogni tanto si insinua tra le poche imperfezioni di quella facciata di palazzo interamente in vetro.

Un palazzo di cristallo battuto dal giallo malato del giorno e dal viola elettrico e sintetico della notte.

Dall’auto in sosta, scende un emissario del Cataclisma. Pris lo riconosce, il sicario d’emozioni sempre rivestito dell’uniforme translucida, gradazione oceano, frutto del rivestimento di silicio e cristalli liquidi dell’impermeabile.

E’ una notte di nubi gravide, ma ordinate. Nessuna pioggia acida. Il sicario della Chiesa del Cataclisma non dismette il suo abito nemmo quando cessa la pioggia. Pris lo aspetta, lo aspetterà alla finestra, di spalle, anche quando lo vedrà entrare nella hall del suo edificio.

Un androide distratto, in strada, gli si avvicina troppo passeggiando. Dall’alto lei teme per lui. L’androide riconosce l’agente e subito corre nella direzione opposta, verso l’accesso le condutture di trasferimento rapido. L’agente per un momento si concentra su di lui, ma subito dopo riprende a perseguire l’obiettivo della sua missione.

Entra nell’edificio. Pris, perde contatto visivo con l’agente, adesso sta salendo, salendo all’undicesimo piano.

11:30 pm. La sveglia sul dispay mostra inesorabilmente l’ora attraverso quelle stanghette rosse su sfondo nero. Lo scoccare dell’ora aziona la radio. Nella stanza priva di illuminazione, se non dei numerosi led disseminati tra la mobilia, risuona uno strumentale di Jean Michel Jarre.

Pris attende di spalle rispetto all’ingresso. La luce esterna, in corrispondenza delle fessure dell’avvolgibile, le illumina la fascia degli occhi, la linea delle spalle, l’addome all’esatta metà e poco sopra le ginocchia.

Indossa una cannottiera e degli slip, le mani nervose sono saldamente premute contro il lato esterno delle cosce. Non permetterà alle sue mani di tremare.

Mezz’ora esatta al 1983.

La maniglia circolare della porta inizia a ruotare in entrambi i sensi. Come i giri di una combinazione di cassaforte. L’agente è silenzioso, così come si dice su di loro. Nessuna leggenda metropolitana.

La porta si apre di pochi centimetri, una mano fa capolino. E’ coperta da un guanto scuro di un materiale plastico che sembra rivestito da un liquido cangiante. La mano controlla che non vi siano dispositivi azionanti e trappole di qualsiasi natura. Poi la porta si apre.

L’agente si abbassa il bavero che gli copre metà volto. Da sotto il naso in giù il suo volto è una ricostruzione cibernetica. La mandibola, una porzione dello zigomo destro. Per questa caratteristica il suo respiro è affannoso e metallico.

Rimane alle spalle di Pris per un lasso di tempo indefinibile. Uno, cinque, dieci minuti. Pochi secondi. Una goccia di sudore solca la fronte della donna, fermandosi in coincidenza del labbro superiore. Una sensazione di salmastro.E poi di sangue, ferroso, amaro si adagia sulle labbra giovani, le labbra lucide, le labbra perfette di Pris.

L’aria improvvisamente umida e vischiosa, la presa salda dell’agente, il contatto con il terrificante materiale dell’impermeabile che adesso la avvolge. E’ fuori, è nel piazzale dell’edificio a pochi metri dell’automobile.Il portello si innalza, gli occhi dell’ Agente del Cataclisma adesso sfumano dal rosso al bianco. La modalità operativa è adesso dismessa.
Pris viene adagiata sui sedili di dietro. La vita sembra scivolarle via rapidamente.

Il sicario si mette alla guida, l’auto sobbalza di mezzo metro in aria e poi silenziosamente si incammina sulla direttrice principale della metropoli, a velocità costante. L’interminabile viale scorre nel silenzio della città fantasma. Tutti sono al sicuro, nelle loro case. Poco prima di mezzanotte.

Pris volge il suo sguardo stanco al display della macchina. 11.59. E poi 00:00.Un botto, un colpo secco le fa orientare lo sguardo oltre il vetro posteriore, verso il cielo denso di fumi e nubi dalle gradazioni più innaturali che si possano immaginare. Fuochi d’artificio. Un dirigibile verde acido solca il viola del cielo.
Buon 1983, la scritta sul monitor enorme. Un dirigibile in mezzo ai fuochi d’artificio, sopra alle strade vuote e ai palazzi silenti. Le uniche voci provengono dalle pubblicità delle grandi compagnie proiettate sulle facciate dei palazzi.

1983. L’anno perfetto: l’ultima umana a morire e l’ultimo androide ad unirsi al futuro.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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