Numeri

Testo recitato dall’attore Giorgio Motisi all’interno dell’evento ‘Vite sospese’ con il quale l’Università di Pisa, la Scuola Sant’Anna e la Scuola Normale Superiore hanno ricordato le vite spezzate degli alunni e dei docenti che furono cacciati e perseguitati a causa delle Leggi Razziali del 1938. Un’installazione che ricorda questi ragazzi e professori è visitabile all’interno della Chiesa di S.Anna.

 

27, 28, 29,

30, 30 e Lode.

Studiavo matematica all’Università.

Mi piacevano i numeri, un mondo perfetto, aldilà del Bene e del Male. Mi piaceva il fatto che i calcoli tornassero, un calcolo è un calcolo, il risultato dev’essere quello, e nessun altro.

Avevo un libretto con scritto il mio nome e cognome e su cui c’era segnato 27, 28, 29, 30, 30 e Lode. I professori dicevano che ero uno da tenere a memoria, che avevo i numeri per diventare un grande studioso, uno che passa alla Storia.

Ero brillante, all’Università. Mai meno di 27, per mantenere la media.

La media si fa facendo la somma degli addendi e poi dividendo per il numero degli addendi.

Però esiste anche un’altra media, una media mentale. Si sommano tutti gli individui ed ecco che diventano massa, e questa massa poi si fraziona di nuovo per il numero degli individui, solo che a questo punto non sono più individui, ma parti singole di un insieme, nessuno è più un numero a sé stante, ma sono tutti la frazione uguale di un intero immenso, e di solito, come sono in genere le medie, è un numero brutto, uno zero con una virgola periodica, tipo che so, 0,17563298 e potenziale numerazione infinita, un numero poco pulito che torna male a calcolare.

Diventarono tutti numeri del genere, zeri virgola diciassette periodico che tutti insieme formavano la folla oceanica di migliaia di persone, zeri virgola diciassette periodico in camicia nera, zeri virgola diciassette periodico tesserati al partito fascista.

Io avevo questo libretto con scritto il mio nome e cognome su cui c’era scritto 27, 28, 29, 30, 30 e Lode, e quello che ci avevano detto fino a quel momento era che erano quelli i numeri che contavano, i voti degli esami, mai meno di 27, e che se andavi così, dritto filato, con la mente tutta al voto, i calcoli sarebbero tornati, e saresti uscito con una bella laurea con scritto 110 e Lode e bacio accademico, e tutto sarebbe stato certo e bello, e sarebbe stato il tuo turno di guardare i ragazzi in faccia uno a uno e scrivergli sul libretto: 27, 28, 29, 30, 30 e Lode.

Ma quei numeri non contavano niente. Nessuno mi guardò il libretto quando mi espulsero. Io andai dal mio relatore, era uno 0,17 anche lui ora, tesserato al partito fascista, e gli dissi ma professore, guardi, guardi il libretto, mai meno di 27, e lui mi disse: questi numeri non contano niente.

Nessuno mi guardò il libretto quando mi vennero a prendere e mi misero in fila, facevano altri tipi di conti ora, calcoli economici, per esempio: se arriviamo per fame a farli pesare meno di trenta chili, e di conseguenza ne entrano di più nei forni, quanto ammortizziamo sulla quantità di Zyklon B da utilizzare?

Oppure: calcolando che dalle ossa di tot cadaveri possiamo ottenere una certa quantità di fertilizzante da consegnare all’azienda Strenn, quante casse di fertilizzante possiamo ottenere ogni settimana?

O per esempio: calcolando circa un etto di capelli per donna ebrea, quante donne ci vogliono per riempire un sacco da 20 kg che si può inviare alle fabbriche Schaeffler?

Mi tatuarono un numero sul polso. Tutti avevamo un numero sul polso. Tutti quei numeri non avevano senso. Li guardavo, tutti quei numeri, mi guardavo il braccio e pensavo, questi numeri non hanno senso, è tutto sbagliato, un’equazione sbagliata da Dio, dall’umanità intera, era il mondo che dava i numeri ora, e non tornava più niente.

E poi, il giorno che mi hanno messo in fila per morire, allora ho visto il risultato della loro terribile equazione, che ci sarebbero riusciti. Che eravamo troppi, troppe file di persone, troppe centinaia, migliaia, milioni.

Che nessuno si sarebbe ricordato di me, di chi ero io, del mio nome e cognome che erano scritti sul mio libretto sul quale c’era segnata tutta una serie di numeri, i numeri per i quali mi avevano detto che ero uno da tenere a memoria, i numeri per diventare un grande studioso, uno che passa alla Storia.

Che ora io stesso ero

solo la frazione di un intero,

eravamo tutti frazioni,

uno di sei milioni.

 

 

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
Annick Emdin

Latest posts by Annick Emdin (see all)

Lascia un commento!

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!