NEMESI

“allora non cercare di capire. odiami, e lasciami in pace.”
D.
R. no, non credo.
D.
R. e cosa ti dovrei spiegare? cosa esattamente?
se potessi spiegartelo, se per te fosse possibile capirlo l’avresti già capito. da te, da solo. in qualche maniera.
se sapessi che davvero mi vuoi ascoltare, e che non stai solo cercando un modo per poter dire a te stesso: “non è stata colpa mia”.
Tu datti pure le spiegazioni che preferisci. tu vuoi solo-
D.
R. ecco, lo vedi? allora sai già tutto. sai di chi è la colpa. sai già perchè ho fatto quello che fatto. quindi..
D.
R. —
D.
R. se mi ascolti.
sei sei disposto ad ascoltare. e non farmi la paternale. tu credi di poter mettere a posto ogni cosa: ora ci facciamo una chiacchierata e alla fine sarò d’accordo con te.
e chiederò scusa.
e la tua reputazione, di qualsiasi cosa si tratti, non verrà intaccata, o non più di quanto lo sia stata già. ahahaha. ahahaha.
D.
R. sì, papà, sì rido. rido delle tue preoccupazioni idiote. eccoti qui a cercare di essere comprensivo. ma non funzionerà. stai cercando con me un compromesso come lo cercheresti con uno dei tuoi super clienti. è una logica dalla quale non riesci ad uscire. vuoi che ti dia delle spiegazioni per quello che è successo, ma non è questo che farò. mi rifiuto.
sarei curioso di poter provare anche solo per un istante la delusione che hai provato tu quando hai scoperto che non sarei diventato quel che speravi. forse è stata pari alla mia quando mi sono reso conto che sei solo un uomo, come tutti gli altri.
avido, come tutti gli altri.
forse è il genere di delusione che incontra ogni figlio, crescendo. ma per te è diverso.
tu non sei come tutti gli altri. tu non sei solo avido. sei ricco. no sei solo un uomo, sei potente. questo fa di te il mio nemico.
già, chissà come ti sei sentito a vedere che non sarei cresciuto a tua immagine e somiglianza. a scoprire che non sei un bravo Dio.
brutta storia papà.
io, la peggiore storia che ti sia capitata nella vita.
hai fatto i soldi. per te sono stato tutto. la carriera, per te, è stata tutto. emergere, spiccare, avere potere.
forse credi che io sia solo un ragazzino viziato che sputa nel piatto in cui ha mangiato fino a ieri. magari questo è il mio ruolo. per uno come te forse questa è la spiegazione più facile. non gira forse tutto intorno a te? se penso a quanto ti sei battuto nella vita per essere ammirato… mi sono chiesto a lungo perchè tu l’abbia fatto di preciso. ebbene, tuo padre di certo l’hai reso fiero di te. si il nonno può dire di avere un figlio che è arrivato lontano. che si è fatto da solo. e questo rende fiero anche te. e io.. io sarei più fiero di vedere nel tuo sguardo, a volte, l’ombra dell’umiltà.
D.
R. forse quando ancora non ti conoscevo. la certezza che ho è che con me non lo sei mai stato.
D.
R. l’ho fatto perchè ci credo. anche questo non penso che tu lo possa capire. sei sempre stato nel giusto, tu. il giusto di quelli che non sanno vedere i limiti. che vivono del proprio ego. che per il proprio ego uccidono. hai lavorato dalla parte di chi ha potere. volevi diventare uno di loro e lo sei diventato. sei uno di quelli che ha creato questo mondo, e questo mondo è malato.
mi ricordo le prime denunce. forse hai pensato che mi sarebbe passata. quando spaccavamo le vetrine dei negozi di pellicce. quando bruciavamo i giardinetti dei centri commerciali. in quel periodo forse ancora pensavi che avrei messo la testa a posto. che sarei cresciuto, avrei smesso anche io di avere una coscienza, come te. è questo il punto, per te conta la carriera, il primo valore della nostra società, e per quello ti sei battuto.
io sto dall’altra parte.
in un certo senso mi è passata davvero, quella fase, poi abbiamo cominciato a fare sul serio, no?
già..
le bombe al mac donald. quella era roba seria. chissà, forse qualcuno ha devvero pensato ai bambini che sono morti. io sì, io ci ho pensato. io per loro, per quelle famiglie, ho sofferto. gente come te ha pensato solo che i titoli sono crollati, che stavamo seminando il terrore. che nessuno avrebbe più portato da mac donalds suo figlio.
non so come e quando è avvenuto. non so quando ho dimenticato chi ero. non so quando ho scordato la leggerezza con la quale stavo a guardare gli animali in gabbia, allo zoo.
già.
quella si che è stata una grande operazione. l’attentato allo zoo. e dopo sono venute le rapine in banca. del resto dobbiamo finanziarci. bottini di guerra. e poi è venuta la latitanza. tuo figlio è diventato un criminale. ed è iniziata allo zoo. quando abbiamo dato fuoco a tutto. quella è stata roba seria. e non ti bastava un assegno per rimettere le cose a posto.
tu sei sempre stato nel giusto. ma l’etica è una questione di popolo. la morale è tutta un’altra cosa. la vosta etica è fatta di sacrifici. sacrificare la morale, è questa la vostra etica. e poi demonizzare i diversi. quelli con cui è facile prendersela. anche noi siamo tra quei diversi. platealmente diversi. esplicitamente “cattivi”. non come te. che ti nascondi dietro donazioni,. serate di beneficenza, foto della tua famiglia in montagna su vanity fair. noi siamo i cattivi. così hai qualcuno da combattere. altrimenti, con tutti i soldi che hai, senza una preoccupazione, non finiresti con il pensare a quanti e quali compromessi sei sceso per poter dire di esserti fatto da solo? per poter giocare ad avere un impero?
siamo il prodotto dei vostri sbagli. solo un sintomo di una malattia di cui voi siete i portatori. come credi di essere finito a capo del direttivo della Barret.Tox ? credi di esserti fatto da solo? e non pensi a tutto quello che c’è dietro?
forse no. tu ragioni in numeri, in ville con piscina e vista sul mare. in filiali. ragioni a smartphone. e bene, per te, è sinonimo di lucroso. individualista, capitalista. presuntuoso.
D.
R. perchè credi di essere cresciuto grazie alle tue forze, la tua bravura e la tua determinazione. ma se sei quello che sei diventato è solo perchè non ti sei fatto scrupoli. se sei diventato quello che sei diventato è solo perchè c’erano i poveracci, i deboli, gli indifesi. quelli sulle spalle dei quali potevi mangiare, come uno sciacallo. credi di essere il padrone di questo mondo perchè sei un uomo, ma l’umanità papà è tutta un’altra cosa.
lo so che nella tua testa c’è sempre stata l’idea che avrei ereditato il tuo “impero”, invece questa eradità è tutto quello che non mi rispecchia. noi, “terroristi”, siamo stati il tuo nemico da combattere, siamo stati quelli che ti potevano distruggere. tu compravi in borsa i titoli delle ditte farmaceutiche che per noi erano il male.
non è buffo? chi mi ha messo dentro la morale che seguo? qualche volta me lo chiedo anche io, sai?
è una di quelle cose che vengono da dentro e che tu non conosci. per te, per i soldi qualunque sacrificio è stato ovvio, logico, necessario. così come sei disposto a sacrificare animali, piante, ambiente. in questo siamo uguali. anche io ti ho sacrificato per il mio lavoro. solo che il mio lavoro non è fare soldi, e rispettare la legge. la vostra legge. il mio lavoro è stato sabotarti. sabotare quelli come te, che stanno rendendo questo mondo uno schifo. si, io ho ucciso. degli assassini la gente comune si chiede come facciano a dormire la notte. la gente normale, quella che chiude a doppia mandata la porta di casa sperando di riuscire a sentirsi al sicuro. le persone che guardano il telegiornale. e mangiano carne e comprano scarpe di cuoio.
anche io mi chiedo come fate a dormire la notte. io con la mia coscienza ho fatto i conti.
tu?
tu tornavi a casa, ed eri un buon marito e un buon padre. e scordavi tutto quel che facevi durante il giorno. così dormono la notte, gli assassini. dimenticano. si raccontano di essere bravi padri. di averlo fatto per i loro figli. anche io credo che tu lo abbia fatto per me. in fin dei conti come avrei fatto ad aprire gli occhi sulla realtà, sulla mia missione, se tu non me li avessi tenuti chiusi tanto a lungo? mi hai imboccato di una pappa talmente dolce che per una vita intera mi ha soffocato la mente. e poi ho capito di che pasta era fatta quella minestra. avresti cucinato tua madre per darla in pasto ai finanziatori delle tue aziende, se te l’avessero chiesto. ma non lo chiedevano. chiedevano il sacrificio di un mondo molto più lontano, molto più astratto. i soldi non sono mai puliti papà. lo sai meglio di me. non fingere che non sia così.
D.
R. tu sei un imprenditore. ti difendi dai ladri e dai furbi cercando di essere più ladro e più furbo.
chissà come ti sei sentito quando hai capito che non sarei stato come mi volevi. che non ero a tua immagine e somiglianza. che non sei stato un bravo Dio.
che non sei Dio affatto. credevi di poter conquistare tutto. credevi di aver conquistato tutto, saresti stato soddisfatto, se non fosse stato per me.
quanti soldi di ho fatto perdere, papà?
Dio non vuole vederci soddisfatti. Dio lavora sulle proporzioni. sugli equilibri.
ora ci troviamo qui. mi hanno preso, e sul mio capo pendono le accuse di terrorismo, e tentata strage, assieme a tutte le altre. mentre tu sei un vecchio che difende il suo impero di carta e le sue convinzioni retrive. e ti difendi dai sensi di colpa. e cerchi di non pensare che tutto il male che io sono per te altro non fa che rispecchiare quello che hai fatto. ma non ti biasimo. non voglio più nutrire rabbia, in me. ora le cose andranno come devono andare. tu magari mi vedi come una punizione. io tanto a lungo ho visto te come una punizione (e non a me, al mondo intero), e per te magari a lungo sarò una beffa che la vita ti ha riservato. non voglio provare rabbia quando ti vedrò andare via attraverso questo vetro. lasciandomi alla mia cella e al mio processo.
D.
R. sai cosa ricordo?
la tua tenuta in campagna.
D.
R. era tua. non nostra.
ricordo una mattina, in particolare, anche se dovevo essere molto piccolo. e credo fosse autunno. voi dormivate. doveva essere autunno. quella casa era talmente fredda, quando pioveva, mi ricordo la condensa sui vetri delle finestre, ricordo che vi disegnavo su con le dita. quella mattina mi svegliai, e andai in cucina. voi dormivate, ero solo. per i bambini piccoli la solitudine ha un fascino particolare. sentivo dei motori di macchine fuori, nei nostri campi. sapevo che non sarei dovuto uscire da solo, ma ero troppo curioso, e troppo eccitato per venirvi a svegliare. fuori, a pochi metri dalla porta di casa, nel campo, c’erano le macchine dei cacciatori. erano solo macchine, all’inizio. non c’era nessuno. uscii di casa, e quando arrivai allo spiazzo sentii i cani. i fischi. e vidi le gabbie. mi resi conto allora che erano i cacciatori. vedevo le loro sagome, i lontananza, quasi in una nebbia, sotto quel cielo grigio d’autunno che sembra un coperchio. tutte le bestiole che vedevamo di notte, tornando a casa, loro erano venuiti a ucciderle. le lepri, e i cinghiali, e i cerbiatti. i caprioli..
ricordi quando vedemmo quell’istrice? quella palla di pelo di spine.
ma forse non ricordi. forse per te è stato un evento senza significato.
questo è disumano. non saper ammirare un istrice.
ebbene, l’istrice, come tutti gli altri sarebbe morta, magari non quel giorno. ma sai per un bambino lo spazio e il tempo hanno grana malleabile e arbitraria. non sono nè continui nè spezzati. credo che l’ultima cosa che riuscii a pensare fu quella, che l’istrice sarebbe morta quel giorno, poi rimasi pietrificato. e mi si gelarono anche i pensieri. guardavo le gabbie dei cani da caccia suio pick up parcheggiati nel campo, e su di me avevano lo stesso che effetto di una fosssa comune. pietrificato. ti ho sentito alle mie spalle all’improvviso, ma non posso dire da quanto io fossi lì, nel panico, inorridito, in pigiama, al freddo e sotto quella pioggia fine a guardare le gAbbie. e sentire i cani abbaiare, e gli spari. mi hai preso in braccio con delicatezza, e al contatto con te, con la tua giacca calda mi sono reso conto di avere il corpo intorpidito dal freddo.
“sono i cacciatori” ti ho detto. ero sconvolto. lo ricordo. e tu mi risposi che avrebbero ripulito i nostri boschi. mi hai baciato sul naso e stretto a te. e mi hai portato a fare colazione in casa. e io.. non dissi nulla. non piansi, non gridai, non riuscii a esprimere nè rabbia nè dolore. mi lasciai riscaldare dalla coperta che mi avvolgesti intorno al corpo.
qualcosa di me è cambiato quel giorno.
la tua indifferenza quel giorno ha lasciato cadere in me il seme di quello che sono adesso. ho nutrito quel seme. ho giurato di non tradire mai più quello che sono. ho nutrito quel seme, ed è stata la cosa più giusta che abbia mai fatto nella vita.
gli omicidi, le bombe, i sabotaggi.. l’odio che ho provato per te e per quelli come te.. sono parte del nutrimento che ho dato a quel seme, papà. i cacciatori ripulivano i tuoi boschi, e io ho ripulito i miei. qualche volta si nasce cane cacciatore. altre volte cerbiatto. è il caso, o il destino. e non è poi quella che chiamiamo giustizia?
arbitraria grottesca legge di compensazione.
ora perchè l’ho fatto te l’ho raccontato. ora pui scegliere di capirlo. forse se non fossi nato cane cacciatore tu saresti un uomo risolto, nessuna ombra, nella tua esistenza, a costringerti a farti domande su te stesso. forse se non fossi quello che sono potresti ancora illuderti di essere Dio. forse invece quello che ti ho detto oggi per te rimarrà il vaneggiare di un pazzo. Quando ti alzerai da quella sedia dopo aver attacato il telefono e te ne andrai fuori di qui a te, lo so, rimarrà l’amaro in bocca, un senso di frustrazione. hai conquistato tutto, ma ci sono pietre che non puoi polverizzare con il tuo schiacciasassi. e forse non capirai. e ringrazierai che non mi abbiano dato gli arresti domiciliare perchè a vedermi ogni giorno fino al giorno del processo in casa tua avresti provato vergogna. vergogna di te, che mi hai tirato su come un deviato. un terrorista. forse te la prendi con il destino. proprio a te doveva capitare un figlio come me, eh papà? come è ingiusta la vita. non è questo che pensi? volevi che il tuo ragazzo giocasse a fare il capo del mondo. come te. mi avresti dato tutto. e io non voglio nulla da te. nulla voglio da quelli come te.
no, non capisci e non capirai. non mi importa. nemmeno comprensione voglio da quelli come te. tieniti i tuoi soldi, titoli, conti all’estero, serate di beneficenza, prime pagine, fabbriche e moralismi che sputi contro “i nemici veri”.
pubblicamente mi hai già ripudiato papà?
tieniti la tua etica da squalo della finanza. i tuoi giochi di potere. io non ti devo spiegazioni, io nemmeno in un milione di vite avrò ucciso quanto hai fatto tu in questa. non ti devo spiegazioni, e tu ti darai le risposte che vorrai, e di questa conversazione non rimarrà nulla, in te, non capirai. però no, non ti biasimo. non voglio nutrire la rabbia. non ti ho reso fiero di me ma sono contento, di questo. e anche tu, papà non mi rendi fiero. tu mi disgusti, tu, e il tuo modo di essere, e di pensare. so che anche io ti disgusto. tu devi stare dalla parte dei piccolo borghesi che inondano di pesticidi i propri giardini, e che usano racchette elettriche per ammazzare le mosche. che comprano la roba che vendi e non sanno che i veri cattivi non siamo noi. sarei potuto diventare un buonista imprenditore, una faccia da rotocalchi, da serate di beneficenza. uno come te. uno che in tasca ha il portachiavi della compagnia pìetrolifera che possiede. invece sono quello che chiami un criminale.
sì, siamo forse l’uno per l’altro solo uno scherzo del destino. entrambi recitiamo il nostro ruolo, e forse saremmo stati diversi, l’uno senza l’altro, forse a vicenda ci siamo ritagliati sulle spalle dell’altro la nostra identità. sì, si anche io.
anche io papà. anche io, senza te, non so se avrei chiaro da che parte stare, quale è il confine tra bene e male.
perchè sai, anche io, come tutti, avevo solo bisogno di un mondo di certezze da distruggere.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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