Nature vive

*fotografia di Francesca Pucci / in sottofondo: Romeo Had Juliette, Lou Reed

 

-Anche gli spacciatori di crack, sognano, lo sai..
No, non ci avevo mai pensato onestamente. Sempre che fosse una domanda, chiaro. Faticavi a interpretare il suo tono di voce ascendente, quasi che quel punto interrogativo pendente, in bilico, fosse frutto della strana inflessione del timbro profondo ma sottile, strascicato.
Le nostre conversazioni erano universi perfettamente circolari, conchiusi in se stessi.
Bastava che gli sorridessi con aria significativa e poco importava se il mio sguardo si perdeva a indovinare frammenti di dialoghi altrui, o a rincorrere sottofondi musicali disturbanti. Tornavo alla nostra presente prima persona plurale ed era come non essermene mai allontanata: i suoi occhi non mi rimproveravano o forse, semplicemente, ignoravano le mie fughe, dissimulate tra un sorso di caffè e una battuta non troppo felice.

Ignoravano anche la signora al tavolo due, ad esempio, e il suo capello prematuro da parrucchiere del sabato mattina di mercoledì. Perfettamente truccata, una farfalla rara ma non bella, fissata con uno spillo a quel suo pressappoco oscillante fra vecchiaia e gioventù.
– Menomale che abbiamo sempre diviso tutto, sai – fa cenno con un sorriso all’amica, che di rimando ostina lo sguardo sul fondo della tazza, sulla schiuma di un cappuccino bevuto troppo in fretta. – Alla fine, non sapevamo scegliere niente di comune accordo, nemmeno cosa mangiare a pranzo. Certo, anche coi libri non sarà semplice: due stanze intere da svuotare, il suo studio e poi, la casa, che è un po’ troppo grande. Solo quelle tre stampe giapponesi le abbiamo comprate insieme.. Sono ancora appese lì.. Fai tu, mi ha detto, un po’ il mantra del nostro matrimonio, ti pare? – Strozza una risata, imbastisce un’espressione di serenità ostentata mentre lo sguardo tradisce la tristezza di quello spillo che la fissa, trafitta al suo orgoglio.

Ignoravano l’uomo di mezza età seduto in fondo alla sala, ad un tavolino da due, davanti a una ragazza che potrebbe essere sua figlia. Qualcosa di fastidiosamente confidenziale ristagna fra i loro visi, non posso fare a meno di sentirlo, quel non-so-che di un abbraccio che dura mezzo secondo più del dovuto, quel centimetro di spazio conquistato che trasforma la vicinanza in invasione armata.
-Salve professore! – lo saluta, distrattamente, un presumibile collega. Il Professore non è imbarazzato dall’essere stato onorato con appellativo istituzionale, il Professore non si scompone. A modo suo, fa didattica mescolando un caffè al vetro e accertandosi che l’Allieva abbia stretto proficui rapporti coi colleghi: in futuro potrà esserle utile dato che il mondo accademico è pieno di stronzi con la S maiuscola, presenti esclusi, ovviamente. Lei fissa lo sguardo serio sul volto paterno, un cane da riporto in cerca d’approvazione e forse, più tardi, anche di qualche carezza sulla pancia.

Uno scricchiolare di tazzine compresse in un vassoio troppo piccolo, il mio personale schiocco di dita dell’illusionista, mi riportava a lui, che in un film muto aspettava ancora paziente i miei sottotitoli ai suoi labiali. Fortunatamente dal groviglio delle sue parole emergevano qua e là scogli a cui aggrapparmi, appigli a cui ancorarmi per difendermi dalle vite correnti e tornare alla mia.
Infantile arrossivo di un imbarazzo nascosto, di una di quelle colpe segrete che affiorano a tratti, inaspettate, sul viso, talmente brucianti da convincerci che chiunque sia capace di leggerle sul volto. È incredibile, ed è cosa da adulti invece, la consapevolezza di quanta sporcizia e quanti tesori possiamo nascondere sotto i tappeti. L’interferenza di Coney Island Baby alla radio, il sorriso sbilenco del barbone all’entrata del supermercato, il ragazzo che per una settimana di fila mi si è seduto accanto, allo stesso tavolo, in silenzio. Continuano a chiamarmi, li senti?
La mia colpa, la comprensione, affiora ma non si confessa mai, si mimetizza tra le righe, nell’inflessione sarcastica delle parole. Dentro alle stampe giapponesi, a quei trent’anni di differenza, a quel maldidenti sottile che cerchi di scacciare stringendo la mandibola: dentro la vita degli altri e con un piede sulla soglia della mia.

-Anche gli spacciatori di crack sognano, lo sai. –
Sì, lo so. Ripensandoci, sono quasi sicura che la sua fosse un’affermazione. Senza chiedermi niente, senza cercarmi come fa uno stilo sulla cera, nell’ansia di lasciare una traccia di sé, mi passò semplicemente la mano sull’avambraccio e poi mi strinse le dita.

Elisa Orsi

Elisa Orsi

Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.
Elisa Orsi

Latest posts by Elisa Orsi (see all)

Lascia un commento!

Elisa Orsi

Elisa Orsi

Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!