Moonlight.

Moonlight imm

 

Moonlight

-e lei le ha risposto: almeno lei è nel carro!-

tutti ridono.

Ecco come erano ridotti.

-si spera che riesca a trovare qualcosa di sensato da fare, per vivere- aveva concluso Domenico, inforcando gli occhiali rivolti al piatto.

Scende il silenzio.

Ecco come erano finiti.

Adriano Poggi aveva guardato, il mento adagiato sulla pappagorgia, il suo pesce crudo, fettine di salmone rosa striate di bianco. Le bacchette ancora incartate alla destra del piatto. Domenico si era ritratto, schiacciandosi sullo schienale per permettere al cameriere in pantaloni blu di poggiare la portata davanti a lui, sul tavolo.

-quando noi facevamo l’università le cose erano diverse. Molto diverse.- aveva annuito Giulio.

-mia figlia- aveva preso a parlare Luigi –mi ha detto d’essere rimasta sconvolta dal fatto che la sede di Filosofia non sia un edificio comunale. È sempre stata convinta che il comune non piazzasse lì qualche ufficio per una questioni di parcheggi. Pare invece paghino fior di quattrini d’affitto. Ecco dove finiscono i nostri soldi. Tu dovresti saperne qualcosa, no Domenico?-

-non starei certo a pranzare con voi come un qualsiasi fallito, se potessi intervenire in qualche modo- aveva risposto sorridendo bonario dietro le lenti quadrate, sotto l’ispida barba sale e pepe.

-ridicolo. – Aveva replicato Luigi  Dongi come se non avesse sentito.

-assolutamente ridicolo- aveva ripetuto. Poi aveva mandato giù dalla coppa in legno laccato di rosso e nero zuppa di miso. Ingoiando sani com’erano cubetti di tofu. Una strasciolina d’alga ora all’angolo della sua bocca. Aderiva alla pelle.

Giulio aveva sospirato con lo sguardo nel piatto.

-ridicolo, davvero. Si vede che questo paese è in mano ad un branco d’incompetenti- aveva detto poi lentamente, con voce neutra. Senza espressione. Senza intonazione. Come l’aria che respiriavano.

Senza un sapore.

Erano loro, ad essere ridicoli.

-ridicolo, pensate- aveva ripreso Luigi come se non avesse affatto sentito i commenti –che Laura mi ha anche detto di essere l’unica frequentante del suo corso. Un po’ strano, non trovate? Adriano?-

-non vedo perché dovrei avere qualcosa da dire in proposito- aveva risposto. Secchezza mal celata nella voce.

-no, certo.- Luigi aveva alzato gli occhi al cielo. Aveva infilato in bocca quasi a forza un intero involtino primavera, grondante salsa agrodolce, e masticando aveva proseguito –perché dovresti, il tuo è un corso obbligatorio. La penuria di studenti non è certo un tuo problema-

Adriano Poggi, professore di ruolo, corso di Storia della Filosofia per il secondo anno all’università.

Non che davvero non avesse nulla da dire perché la penuria di studenti non era certo il suo problema. Nemmeno si trattava del fatto che si stesse trattenendo da una mala risposta, stanco dell’ironia derisoria, malevola e pungente dell’amico.

Semplicemente era completamente disinteressato a quella conversazione, così come si sarebbe trovato ad esser disinteressato a qualsiasi altra conversazione avrebbero potuto intavolare.

Disinteressato, a quell’aria senza un sapore.

Disgustato da quella realtà piena d‘odore.

Dopo aver deglutito Luigi aveva con rapidi colpi di lingua ripulito a bocca chiusa i denti dai rimasugli di cibo rimastivi incastrati, e contemporaneamente tirato su dal naso. Un grosso naso, importante, pronunciato, sottile, stretto all’altezza degli occhi. Il naso di un avvocato che fiuta sempre bene.

Ecco come erano finiti.

Il punto di grigio delle loro giacche. Gli spaghetti che entravano nella bocca di Luigi come li stesse vomitando. Una grossa massa, un gomitolo sfatto di lana umida, unta che gli occupava per intero la bocca. Sotto le sedie, sotto i piedi, intorno a loro, il prato finto, di plastica, verde lucente. E l’aria calda dei funghi a gas, con i loro volti rossi. Ecco com’erano finiti.

A dirsi l’un l’altro che quando frequentavano loro l’università era tutto, molto, diverso.

Sulla lingua, nella bocca di Adriano, il viscido freddo del pesce crudo, colloso, come la polpa grassa di un frutto compatto, taceva, masticava. La furbizia era spenta nei suoi occhi.

-ma il punto è, cosa Laura cerca di trovare studiando Filosofia, non certo un mestiere, sbaglio?-

Luigi non si era nemmeno preoccupato di rispondere la massa di vomito che si muoveva al contrario, anelli di spaghetti gli penzolavano sul mento lungo, così come tutto il suo essere sembrava penzolare sulle ossa grosse dello scheletro, come una camicia su di una stampella.

Laura sua, figlia, sarebbe stata prevedibilmente infilata a tempo debito nello studio legale (in uno degli studi legali) che dirigeva. Con quale incoscienza Laura conduceva la sua carriera scolastica Adriano Poggi lo sapeva, e non se ne stupiva, anzi sarebbe rimasto interdetto del contrario, conoscendo il padre si sarebbe trattato di un’anomalia se nel cuore di quella ragazza si fosse trovato un qualche straccio di vocazione per la sapienza.

Si chiede ora chi siano i genitori di Lei.

Lei, terza fila ala destra. Mancava sempre di giovedì mattina. Lo sguardo attento e acceso, ordinata, precisa. Lo inseguiva con gli occhi per l’aula quando lui si muoveva su e giù davanti alla cattedra. Tamburellava con la penna sul quaderno, un suono ovattato, quando lui leggeva ad alta voce i passi del testo più significativi. Annuiva, Andava al bagno, verso le dieci, ogni lezione. Portava occhiali tondi. Era perfetta.

Perfetta.

Così era finito lui. In silenzio masticare spigola cruda, le scarpe lucide i piedi incrociati, sotto le suole delle scarpe un finto prato verde erba, acceso. Il calore che gli scaldava le guance cicciotte, e Luigi che parlava di niente. E pensava a Lei. Costantemente.

-non c’è posizione che non abbia pro e contro, infine..- aveva detto senza passione Domenico.

-ma ci sono posizioni che hanno più pro che contro- Giulio aveva le sopracciglia alzate, ed usando forchetta e coltello decomponeva la struttura di un rotolo di pesce alghe riso dolce e avocado –voi non siete certo nelle stesse mie condizioni-

-e diciamo che ci vuole coraggio a fare un figlio ora, no?-

-coraggio, oppure una moglie insopportabilmente insoddisfatta-

-una cosa è certa, in un momento del genere io non vorrei nascere-

Domenico si era lasciato cadere in bocca una cucchiaia di riso e verdure crude e dure. Aveva masticato senza brio, con un’energia molle, come se stesse mangiando cartone che doveva buttare giù a forza.

-Franco ha ricominciato la chemio- aveva detto dopo aver deglutito.

Adriano Poggi aveva stretto le mascelle.

Il presente che ritrovi dappertutto, intorno a te. La realtà che spinge per essere vista, sentita.

Luigi si era lasciato andare allo schienale.

-credo che farò il bis- aveva detto alzando un braccio con sicurezza da maschio alfa, una rilassatezza che stonava con la rigidità che era scesa sugli altri –c’è sempre chi, come me, ha fatto le scelte giuste. Chi ha una posizione con più pro che contro-

La moglie di Adriano Poggi non aveva ricominciato con la chemio.

E non era stato chiaro se prendendo quella posizione avesse compiuto la scelta giusta.

Non aveva ricominciato con la chemio.

Aveva lasciato perdere.

Non aveva più speranza.

Restare in casa. Fino a che non venga il momento di andare. E lasciare perdere, la chemio, e l’ospedale, e credere che le cose possano cambiare. Smettere di cercare di sfuggire alla morte guastandosi quel poco di vita che ancora rimane. Metastasi dappertutto. Niente altro che si potesse dire. Come una giornata fredda e lunga, ventosa, che duri fino al sorgere della luna ed al comparire delle stelle. Il cielo spesso, e poi una pioggia ghiacciata, chicchi freddi, l’acqua che impregna i vestiti, una pioggia liberatrice. Sua moglie aspettava la morte. Ed ogni giornata era quella fredda giornata che congelava il futuro. I tetti arancio fuori dalla finestra, quando erano insieme la mattina seduti in cucina, lei, rintronata di antidolorifici, lui, beveva caffè.

Beveva caffè. Tra le piante che lei continuava a curare, seppure avvolta perennemente nella sua vestaglia giallo limone sbiadito, cotta di letto, e non più nel fumo della sua sigaretta.

Il diritto di dimenticare, e scaricare la sua coscienza stanca, del peso di quella quotidianità, il diritto di dimenticare e credere che non ci fosse stato mai nulla di differente. Niente più che quel caffè la mattina, solo, un pacchetto di sigarette, sul tavolo tra loro, al posto del cancro di lei. E se poteva credere questo, la mattina con lei, sua moglie, e la sera con lei, davanti al televisore, quel corpo guastato che gli si spalmava contro quasi a volerlo contagiare mentre lei, sua moglie, scivolava nel sonno, quasi gli sembrava che quella bolla in cui si sentiva, sempre, altro non era che tutto l’orrore della tranquilla vita domestica. La pace del focolare. Pacificare, frenare, ingabbiare, stringere, soffocare, imbrigliare, giungere all’ipocrisia della pubblicità su canale cinque. Sì, la pace, pacifico spirito di adattamento, guardare nella propria tazza piccole gocce di condensa poco sotto il bordo, all’interno, la vita spiccia, semplice, dolcemente mediocre, le piccole cose di ogni giorno la marca preferita di latte, e un adesivo di gel che profuma la tazza del cesso, e in soffitta, tutti i pensieri degni di nota, che non riguardano e non trovano soluzione nelle trame di centrotavola in lino bianco. Tutti i pensieri in soffitta, questa cittadinanza del paese della massa che deriva da sacrifici, rinunce, abbandoni, che è proibito rinfacciare e rinfacciarsi, in proposito dei quali è proibito riflettere. Spazzolino, e dentifricio, e un bicchiere pulito sul lavandino, uno sguardo della buonanotte ad un pingue viso sbarbato, il corpo vestito di grasso.

E si infilava nel letto matrimoniale.

Gli uomini trascinati dalle passioni, gli uomini pieni di passione, sembravano così lontani da quel viso che salutava ogni sera, che lasciava incollato allo specchio, come un’ombra di sé, come schizzi chiari d’acqua e dentifricio, opachi. Talmente abituato a liquidare la ribellione del suo animo a quella mediocrità armonica, e pacifica, che non sentiva nemmeno più quell’attrito violento fra quel che era e l’uomo nel quale viveva. Che quello era l’amore. L’amore per la vita di ogni giorno.

Ogni giorno.

Quel viso, il proprio, che salutava ogni giorno, allo specchio.

E prima di uscire di casa, al mattino, rivolgere a lei, rimasta seduta al tavolo della cucina, con l’espressione e del perdono e del martirio, uno sguardo di saluto.

Il volto emaciato e sfatto di lei, sua moglie, rifletteva la fragilità di ogni uomo e donna, sulla terra. Un morto vivente, un’anima in esilio lontana da tutto quel che comunemente si chiama realtà. E la sofferenza, degli altri anche, per lui era un peso troppo mesto da sopportare. L’insicurezza delle persone che hanno sofferto tradisce l’illusione si essere padroni del proprio destino. E si sentiva anche lui un morto vivente, animo perso in un limbo. E non poteva credere che il suo corpo potesse cedere. Superiore al tempo che passa.

Oltre il tempo che passa, e la vita che trascorre, c’era lui, e il suo desiderio.

Che solo il desiderio sembrava restituirgli il potere che la moglie, con la sua sola presenza gli toglieva.

-ma dai, scelte giuste- aveva risposto Giulio tirandogli in viso il tovagliolo accartocciato –hai passato l’università a fumare nel cortile, o dormire cercando di smaltire i postumi di una sbornia a Modena, hai solo avuto fortuna-

-diciamo pure che mio padre ha fatto le scelte giuste per me, ai suoi tempi-

Goliardici come al solito, come se il tempo delle foto in bianco e nero, loro sei senza occhiaie, senza calvizie, non canuti ancora, non impettiti nei loro vestiti grigio chiaro, perla, sopra le camicie blu scuro, non fosse mai passato.

I suoi amici.

Ecco come erano ridotti.

A tentare di sentire i propri corpi, riempiendosi come fogne di viscido cibo. Cercare di sentirsi giovani, mentre i loro corpi inesorabilmente li abbandonavano, marcivano. Disperatamente e senza rendersene conto stavano ad osservare un mondo che per loro lentamente perdeva di interesse. E fingevano. Fingevano di credere in quel che dicevano. Di credere in quel pranzo tra amici di credere ad i loro vestiti che coprivano velli grigi sui mosci petti, credere nella birra che bevevano senza trasporto. Fingevano di amare i propri figli, appassionandosi ai loro problemi, tutti tesi nello sforzo di conservare quel’attracco alla realtà delle cose viventi che si allontanavano, con tutte le loro inutili convinzioni. Fingevano di amare. Il disprezzo, il disgusto e la nausea. Amavano forse ormai il disprezzo, il disgusto e la nausea solamente.

Luigi aveva ridacchiato con convinzione, come un piccolo vortice la bocca di Luigi aveva terminato di risucchiare in un sibilo gli spaghetti marrone unto, i pezzi di carne e verdure, fumanti, indistinguibili, tutti sullo stesso tono di verde rossiccio. Quel sicuro mondo definito. Adriano Poggi si era infilato in bocca a forza una massa fredda di riso colloso e dolciastro con sopra una spessa fetta di salmone grasso. Aveva bevuto un sorso di vino, non lungo, ma breve, ed immediatamente dopo un altro.

Mondo marrone foglie morte calpestate, grigio pozzanghera sotto un cielo grigio, d’autunno, d’inverno, nell’asfalto.

Verde putrido. Come il colore dei cappotti luridi e pesanti di fango nei quali i barboni si nascondono, tra i loro cartoni, il loro letame. E ogni cosa provocava in lui il disgusto nauseante che provava a vedere le loro lorde unghie nere. La pelle delle mani, ruvida e spesse, resa lucida di sporco, annerita di peluria grigia. Il conato dovuto all’odore penetrante, avvilente, dell’uomo sporco. Una scia che si portavano dietro, quel fetore. I denti marci, grigi, e giallastri, aranciati e puzzolenti, e le barbe secche all’estremità, e umide bavose, in prossimità della bocca, le labbra spaccate, sanguinolente, le gengive scure, violacee e tumide.

Quei corpi, devastati, erano come i loro. E lo stesso disprezzo non poteva non nutrire per se stesso.

Per quel corpo.

Quel corpo così dolorosamente umano. Con quel sangue quell’umidità, quel lurido. Lui, con la sua bella mente, pura, astratta, argentea.

Quella bella mente che per lui era stato tutto.

Bella mente ora prigioniera.

Quando la vedeva, quando vedeva Lei, sentiva pizzicare le dita, le sentiva divenire calde, sentiva il fluire del sangue, il suo sangue umano, il suo sangue animale, su, lungo le braccia, fino alle spalle, sentiva bruciare la schiena, e il sedere, le natiche, sentiva scendere nel petto quel calore in un attimo, mozzargli il respiro, quell’isteria filtrava nei polmoni, e lo paralizzava da lì, con una stretta allo stomaco che scendeva d’acciaio fino al basso ventre, fin più giù. Comprendeva allora tutti i versi d’amore. L’erotismo. Il desiderio. Il desiderio. La piacevolezza urticante e bagnata della libidine. Mostruosa dolcissima tortura, spendere il proprio tempo ad alimentare quel gonfiore, che trasudava immagini folli, e volgari, accecante, vibrare quasi, le mucose attente. Il desiderio. Il desiderio che rende vivi, pulsanti, virili, l’anima vera che prede il suo spazio, che avviene. Che esiste. Esistere in tutto quel fragore, nelle orecchie, quando la vedeva, esistere solo per quel momento. In quel momento.

Lei nei suoi occhiali tondi dalla montatura in corno e i capelli raccolti lenti che scendevano a ciocche sulle spalle, e la bocca era un arco rosso opaco, il labbro superiore definito solo da una linea curva, come una bocca orientale, una bocca africana. Antica.

Quella bocca doveva aveva un sapore.

-vado al locale stasera, venite?- aveva chiesto Luigi, prendendo uno specchietto dalla tasca.

Luigi si era sporto verso il banco delle posate, voltandosi, tirandosi, spingendosi.

-al locale?- aveva chiesto Domenico.

-sì- aveva risposto, senza guardarlo. Aveva preso tra le dita uno stuzzicadenti.

-una discoteca?- aveva chiesto Giulio.

-oh ma dai, Giulio, per favore- aveva replicato senza abbandonare la sua occupazione.

Adriano Poggi. Uno stato d’astrazione della coscienza. Cercando di non vomitare. Fissando davanti a sé, la vita, che sfocata, trascorreva. Cercando di non vomitare.

-cosa?- aveva chiesto Giulio. Un immenso pezzo di palla di pesce e riso che macinava con il ruminare delle mascelle, continuava a premere dalle sue labbra, deformandogli il viso.

Luigi aveva sbuffato. Con teatrale mossa, manifestato frustrazione con il suo corpo intero.

Adriano Poggi. Uno stato d’astrazione della coscienza.

-andare al locale, significa andare al pub, a bere una cosa. Sembra quasi che non abbiate figli-

-il locale è il bar, dunque?- aveva chiesto Domenico.

-sì, ma nessuno lo chiama più bar, o pub, si chiama locale. Sai, cocktail e divanetti. Al locale-

con uno scatto aveva chiuso lo specchietto.

Cercando di non vomitare.

Adriano Poggi. E la sua ossessione vuota. E Lei. Sempre con lui, in lui sempre presente, come il flusso del sangue nelle vene.

Un’ossessione vuota.

L’amore, che permette di conoscere se stessi, e del quale mancare è dunque il peggiore dei peccati, e poi, il desiderio, che annulla arbitrio e individuo, e tritura e polverizza l’animo. Annebbia la mente. La mente alla quale ha sacrificato tutto, nel potere della quale ha creduto per un’intera vita. E ora, non poter più pensare. E ora poter pensare ad una cosa solamente, e cieco brancolare in quelle perverse acque torbide, calde melmose e sulfuree. Brancolare, cieco, nel nulla, nel bisogno. Nel desiderio. Il fuoco della ripresa sembrava orientato su di Lei, solamente. Un’ossessione vuota, come stare a credere alle ombre ritagliate dai raggi di luna sui muri, la notte, al gioco mellifluo sottile del linguaggio, un riflesso.

Quel riflesso argentino che aveva il sapore del paradiso.

E tremanti le sue convinzioni, di fronte all’immenso, splendente, dolcissimo niente del desiderio prendevano a scricchiolare. E voler solo sapere, volerle solo chiedere, dove sei quando non ci sei? Dove vai quando te ne vai? E davvero esisti?

Perché sembrava Lei, essere, solo per mantenere viva ancora per un poco, quella sua vita, e esistere Lei, solo nei momenti in cui lo torturava, quando si creava quella densa spessa sostanza tra loro, quella colla di febbre, qualcosa che era, senza lei, solo nuovamente il nulla. Qualcosa che ogni sguardo rendeva più vischiosa. Incantesimo.

Aveva il diritto di dimenticare. Forse. A volte.

Ripercorreva le tappe più significative della storia con sua moglie, e tutte gli sembravano null’altro anelli d’una catena di eventi bagnati tutti della stessa luce. Una gabbia che gli si era stretta intorno, pareti che sottilmente lo costringevano in una scatola. E gli mancava l’aria. Il diritto di dimenticare tutte le piccolezze che l’avevano costretto ad innamorarsi, dimenticare il fatto stesso di essere stato innamorato. Dimenticare anche d’aver provato per sua moglie quello stesso desiderio che meravigliosamente lo opprimeva in tutte le sue fantasie, nei suoi giorni nella polvere della strada, alla fermata dell’autobus in una folata di vento tiepido, nel sole alto su di lui che gettava, il mattino al parco sotto casa metafisiche ombre di panchine di pietra. Diritto di dimenticare. Di tirare su di una storia una rete che lasciasse scappare via momenti minuscoli. Momenti che allora avevano significato tutto. E il lui di allora, il non ancora professore Adriano Poggi di trenta anni prima, come mai avrebbe potuto sopportare di conoscere il suo futuro senza venire da questa consapevolezza affossato. Era a quell’uomo giovane, che dimenticando faceva un torto. Non dimenticava il presente. Mai abbastanza a lungo. Il presente lo accoglieva a casa ogni giorno, in quel letto ogni notte. Il presente era il click di un interruttore, che accendeva di bianco lieve il piano della cucina quando tornava a casa la sera. Tardando cercando di fuggire ad un presente per lui tanto ripugnante da renderlo come assente nel suo corpo.

-salve professore- gli aveva detto Lei un giorno.

S’erano incrociati per il corridoio. Gli era passata accanto, le era passato accanto. La prima volta che l’aveva vista.

Lei era sempre stata presente. Forse. Sempre stata lì. Nei corridoio, tra gli altri studenti. Una porta dei bagni che si apre e la lascia uscire. Alla macchinetta del caffè, lì, nel sottoscala, che infilava monete da dieci venti centesimi nella fessura nella plastica grigia. Girava da sempre magari per le aule. Studiava china sui libri nella biblioteca di facoltà e consultava orari sul tabellone in portineria. Ma lui l’aveva vista solo quel giorno.

E da allora la vedeva in ogni ragazza. In qualsiasi movimento oscillante di un bacino, nei capelli lunghi sciolti sulle spalle di una donna voltata di schiena. Ovunque.

Ovunque, come se si trattasse di una creatura demoniaca che gli avesse fatto un incantesimo. Il desiderio era quell’incantesimo. Aveva acceso in lui una brama violenta, un dolore che si rinfocolava ogni lezione, ogni ticchettio della sua penna sul banco o sul quaderno. Una creatura demoniaca. Un corpo che si portava dentro tutta l’oscurità degli inferi. Il baluginio di una potenza della quale lei era forse inconsapevole. E in lui aveva attecchito prepotente quella luce strana, lunatica, argentea. Luce di luna svestita di nubi.

Aveva il diritto di dimenticare.

Aveva il diritto di ritagliare quel passato che ora sembrava determinare il suo presente. Il diritto di lasciarsi alle spalle quello che di sé non voleva sapere.

L’aveva vista fumare. Il volto di Lei, avvolto di nebbia grigia, le perle alle orecchie, luminose, sotto minuscoli punti luce che come i suoi occhi scintillavano. E sembrava parlare del niente, con un ragazzo senza identità, senza importanza. Uno che forse sarebbe potuto essere Adriano Poggi a quell’età.

Mentre spiegava, guardando Lei, mentre spiegava Kierkegaard, mentre spiegava e basta, guardandola, con le parole che sole, inquietantemente autonome fluivano dalla bocca in un discorso che aveva vita propria, che lui non aveva nemmeno bisogno di stare ad ascoltare, il quale non gli sembrava di dover spingere fuori, manipolare, compattare, controllare, ma che come un figlio adulto trovava da sé la sua strada nel mondo, come se leggesse un testo scritto, e mentre spiegava Kierkegaard, guardando Lei, si scopriva a pensare che se tutta quella gente delle quali idee aveva piena la testa, delle quali idee riempiva la testa dei suoi studenti, se quella gente avesse avuto a disposizione della Lyrica, del Dropaxin, del Ctalopram, o Tavor, o Lexotan, o Sereupin o Depakin, allora forse avrebbe avuto una vita psichica normale.

Pensare che scrivono gli uomini i quali sono tanto gelati da non poter parlare.

Si scopriva a sperare che lei fosse ancora sessualmente vagamente informe.

Lei, composta nella sua materia, come un’armonia, un brano, il suono di un oboe. Lei, composto armonico, seduta composta. Il disegno, le linee del suo viso. E vivere per vederla. Per desiderarla. Per desiderare anche solo di vederla.

Era sempre stata lì, eppure lui non l’aveva mai vista.

Cercare di dimenticare. Sperare di ricordare.

Parlare di niente. Mangiare. Tornare a casa dormire. Lasciare scivolare via la vita fuori dal finestrino di una macchina in corsa, uscita dal traffico. Lasciare scivolare via la vita. Compresa fin troppo razionalmente, ormai. Così lontana.

Laggiù, persa. Persa in ogni giorno.

Vita viva, che solo il desiderio.

Luigi s’era allentato la cravatta. Erano, ora tutti in silenzio, uno dopo l’altro si erano accesi una sigaretta, troppo gonfi di cibo e storditi da quel poco di vino che avevano bevuto per parlare. Sembrava talmente soddisfatto. Troppo e troppo a lungo Adriano Poggi era solito alle elucubrazioni mentali per lasciarsi trasportare via dalla bellezza dell’idea che fosse, in un futuro mondo possibile, plausibile istituzionalizzare una sorta di patente per procreare. E di certo persone come Luigi Dongi non l’avrebbero conseguita. A volte si lasciava andare a tali fantasie. A volte, pensava pure che nemmeno lui stesso sarebbe riuscito ad avere il consenso per fare dei figli. Era già di nuovo lontano dalla tavola, con il pensiero.

-sciocchezze naturaliste- aveva quasi sputato via di bocca Domenico.

-mio figlio è impazzito dietro a queste cretinate- aveva proseguito.

Era stata l’ultima cosa che Adriano Poggia aveva sentito. Prima di re immergersi in se stesso. Un informe chiacchiericcio gli scivolava sulla pelle come il calore del fungo, sopra di loro. Il computer non è un posacenere, papà, gli aveva detto una volta sua figlia, e nemmeno un poggia bicchiere. Guarda, gli aveva detto, come hai ridotto questo mac.

Ora vede solo come loro si erano ridotti. Il piatto bianco sulla tovaglietta blu notte. Guarda senza vedere il mucchietto di cenere quasi sul bordo.

E Lei, di chi era figlia?

La Lei che riempiva i suoi sogni e le sue giornate di desiderio.

E forse nemmeno i suoi genitori, i genitori di Lei, avrebbero superato l’esame d’abilitazione per avere figli, se mai nel passato si fosse verificata la situazione in cui quell’impossibile mondo possibile in cui lui credeva avrebbe potuto essere felice, fosse stato possibile. E Lei, non sarebbe esistita. Il desiderio era anche a tratti un peso sul petto. E tutto allora si confondeva, e nemmeno più sapeva dove era il suo disprezzo. Sentiva solo quel peso, quel desiderio. E si profondava nella carne quel desiderio.

Si infilava nel letto matrimoniale, la notte. Con sua moglie. Abbracciando quella familiarità. Quel corpo che aveva conosciuto e che ora si ribellava alla vita. Che andava a male, giorno dopo giorno. Ogni giorno.

-sei tornato-

-mi spiace, ho fatto tardi-

lei si era voltata piano. Con il respiro pesante. Era successo la notte prima di quel giorno. Come succedeva ogni notte.

-non ha importanza-

Gli aveva baciato la fronte, nel sonno ancora, lei gli aveva debolmente carezzato la pancia sotto la maglietta di cotone, con le sue dita lunghe, ormai secche. Si era sistemata in modo da far con lui una sola persona. La fronte della moglie aveva incontrato il suo mento, e un suo bacio. Quel corpo che ormai gli faceva ribrezzo. Stare insieme, abbracciati, nella notte. Prima che quel corpo vada e porti via anche lei, che stava dentro. Che ancora c’era.

Lui l’aveva abbracciata. Oltre il disgusto, un amore molle. Un amore fatto di odori che si conoscono bene.

Lo squillo del cellulare di luigi, lo scattare di un accendino, e un tremolio nell’aria, il cameriere che poggiava la custodia in pelle nera con il conto, l’avevano riportato alla realtà.

La realtà. Quei quattro amici stanchi. Le boria di Luigi, e lo sfinimento di Giulio. E la calma di Domenico. Lui, la sua astrazione, il suo compromesso. Attorno ad un tavolo, gli avanzi dei piatti che se non già puzzavano sembravano farlo, e pezzi di cibo sulle tovagliette blu scuro.

S’infilava nel letto matrimoniale, la notte. Con sua moglie. L’abbracciava, le baciava la fronte, e se per caso sul suo viso capitavano le mani di lei baciava anche quelle, cercando di non sentirne l’odore ma, solo, il contatto. Fingendo d’avere accanto un’altra persona. Nella calma di quel letto pieno, e conosciuto, si abbandonava. E cercava in sé il desiderio, e lo risvegliava. Cercava quella paradossale pacificazione dell’animo, che solo il desiderio porta, il desiderio che riduce al proprio corpo, punto e torturato dal bisogno, la notte, nei riverberi argentei dei raggi di luna. Immaginava.

Che, solo il desiderio.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

Lascia un commento!

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!