Mancini, il McGuffin

Il Roberto Mancini allenatore incarna uno stereotipo vecchio come il catenaccio “emblema del gioco italiano”: il bimbo viziato e cazzaro.
Se avete giocato a Pokémon Rosso/Blu/Giallo/Oro/Argento/Cristallo durante la vostra infanzia, avete sicuramente avuto un amico di giochi che “Ho Charizard shiny al livello 100 senza usare la GameShark, ma l’ho scambiato con mio cugino di settimo grado che ora sta in Iraq a lavare i piedi a Bush. E sono ancora alla seconda medaglia”.
O quello che, appena usciva l’album di figurine Panini, andava in edicola a comprare l’intero pacco delle bustine, per poi regalarvi i doppioni – ad album ultimato – con uno sguardo fiero, altezzoso, che pronunciava senza il minimo ritegno “Prendete questi doppioni di Batistuta, plebei di merda!” [1]
Nei momenti di difficoltà, non esita a compiere infamate che – nel giusto o sbagliato che sia – lo etichettano, perché mantenere certe etichette a una data età (che sia avere 10 anni o 50) è d’importanza assoluta, con una certa punta di sarcasmo prima, con un po’ di perplessità nel mezzo, con un po’ di “emmobastaveramenteperò” dopo.
Roberto Mancini è questo: un bimbo viziato e cazzaro che sclera non appena si trova in momenti di difficoltà.
Ha sclerato da allenatore dell’Inter, ha sclerato con Balotelli e nel Manchester City, ha sclerato nel Galatasaray e sclera nell’Inter-bis.
Cosa fare, dunque, di quest’icona del calcio italiano, che simultaneamente si erge a paladino dell’omertà omofoba della nostra cultura calcistica e riempie di insulti una giornalista dopo aver preso tre pappine in uno dei derby più importanti del nostro campionato? [2]
Io lo avrei visto perfettamente come oratore al Family Day mentre urla a tutti i partecipanti “Siete dei froci di merda voi, le vostre mogli e i vostri figli!” – ricevendo comunque applausi dalla rappresentazione dell’ecatombe sociale dell’Italia; lo avrei visto perfettamente come uno dei padiglioni a coprir le statue per non offendere Rohani, a rappresentar il decadimento della coerenza di cui i rappresentanti del PD si son fatti cavalieri prima, stupratori dopo la caduta di Berlusconi.
Lo avrei visto, ma non mi sarebbe servito a nulla. Perché il Roberto Mancini allenatore è, nelle ultime due settimane, il più grande McGuffin montato ad arte nella storia della Repubblica Italiana, segno di una coscienza civile che sta andando letteralmente a puttane.
Perché quale utilità ha costruire una polemica “sociale” su un personaggio pubblico che – sì, lo dico nella maniera più riduzionista possibile – in termini puramente sportivi dovrebbe limitarsi a dirigere una ventina di giocatori prima, durante e dopo una partita di calcio ogni tre/quattro giorni; gli insulti che fa e riceve, gli sbagli e i meriti che ha, l’essere di dominio pubblico e temporanea, effimera, icona di un club di una delle città più prospere d’Europa?
Il calcio è “fatto sociale totale”: un insieme di linguaggi e simboli della vita ordinaria che – sublimati in un rituale – tramite il gioco vero e proprio allontanano per un limitato intervallo di tempo gli spettatori dalle loro preoccupazioni quotidiane. Rappresentazione, non emulazione: Mancini emula l’essere un bimbo viziato che alla minima difficoltà sclera come un dannato, se chiamato finocchio, se insultato dalla tifoseria avversaria, se intervistato da una giornalista. Ma nella realtà dei fatti, io che non conosco personalmente Mancini, della sua vita e di cosa rappresenta non me ne può fregar di meno. Un McGuffin, appunto, con o senza il quale le varie polemiche che da giorni tengono una stretta morsa alle coscienze italiane sarebbero inutili al suo seguito.
Perché, in fondo, ce lo possiamo dire con sincerità: coloro che sognano una vita al di là di questo Paese, che sperano di fare gli sguatteri in qualche locale di Londra credendo, in tutto e per tutto, di poter svoltare; coloro i quali urlano costantemente diritti o non diritti, possono essere d’un qualche aiuto, hanno veramente chiare alcune faccende?
O sono solamente bimbi viziati che sclerano alle minime difficoltà?
[1] My true story.
[2] Del dito medio, in fondo, m’importa una sega assai. Ché io sono juventino.

Davide Nudo

Davide Nudo è nato, vive e morirà.

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