H(ero)es. Una vita con l’eroina.

eroina

Non senti nemmeno il freddo. Sì, intendo quando ti buchi. Inizi a vivere per l’eroina, amante passionale, porto accogliente, orgasmo supremo ed incomparabile. Avevo iniziato a bucarmi non per noia come dicono i giornalisti o tutti coloro che parlano di droghe senza sapere, dall’alto della loro saccenza.

Ripensandoci, avevo iniziato a bucarmi perchè provenivo da una famiglia di merda. Mia madre era una malata psichica, mio padre un alcolista che andava a lavoro solo quando riusciva ad alzarsi dal letto. Potrebbe sembrarvi pietismo, o la solita filastrocca del caso umano che si giustifica ma credetemi non lo è.

Erano gli anni, intendo quando iniziai la mia storia d’amore con l’ero, in cui non vi era molta consapevolezza sulla sostanza. Per quel che ricordo, non c’era nemmeno il metadone e i vari servizi che ti aiutavano ad uscirne. Consapevolezza, è il fattore che spesso manca ad ogni tossicomaniaco. Il fatto di non riconoscere di essere totalmente in “craving”, e di aver sviluppato una dipendenza reale e fattiva.

Tutti coloro che ho conosciuto, e anch’io, ci giustificavamo con la solita frase:”ma cosa vuoi che sia un pò di sballo? basta saperlo controllare”. Ma Lei, l’ero, la “dama bianca” non la controlli, e balli con Lei finchè non ti vuol lasciare. E spesso quando ti lascia, non c’è la via del ritorno. Biglietto di sola andata. La sensazione che dà inizialmente è quella di un orgasmo multiplo, un pò come l’orgasmo che provano le donne, non so se avete presente cosa intendo? Questo le prime volte, i primi tempi della “storia”. Perchè di storia si tratta, purchè sia una storia di amore e odio. Poi diventa necessità, l’amore iniziale lascia il posto ad un bisogno fisico e mentale.

Vuol dire che quando non ti buchi, e ne senti il bisogno, ti subentra la cosiddetta “rota”. Almeno, noi tossici la chiamiamo così, mentre gli specialisti ed i medici lo chiamano craving. La rota è quel fottuto meccanismo del cervello che ti fa girare tutta la stanza, come se tu stessi correndo dentro ad un pallone che continua a rotolare e per riuscire a rimanere in piedi, devi necessariamente correre e correre e correre. Alcune volte mi sdraiavo sul letto, per placare questa sensazione, ma il delirio mi faceva vedere delle ruote che giravano sul soffitto, poi iniziavo a sudare, vomitavo e diventavo isterico, proprio come mia madre nei suoi momenti di follia.

Placavo tutto ciò andando in piazza, prendevo la mia dose e allora tutto tornava come prima, anzi alcune volte mi sentivo l’uomo più felice del mondo ed avrei voluto festeggiare con chiunque fosse accanto a me. Ridevo, scherzavo e tornavo ad essere brillante con le ragazze e con gli amici. Nella fabbrica dove lavoravo alternavo giorni in cui ero produttivo, ad altri in cui sarei arrivato a spaccare la faccia a qualcuno. Il problema era che, anche se avessi voluto spaccare la faccia a qualcuno non ce l’avrei fatta, tanto erano scarse le mie energie. Usavo tutta l’energia per cercare la roba migliore e per risparmiare lo stipendio e potermi comprare l’ero. Tutto ciò era il lavoro più impegnativo del mondo. E lo chiamo lavoro perchè di ciò si trattava.

Volevo la sostanza migliore, quella tagliata senza intrugli, ma spesso se finivi in mano ai “terroni”, il prodotto era totalmente una merda. Eppoi risparmiare diventava ogni giorno sempre più difficile. Iniziai a ridurre le spese per vestirmi e per mangiare, non andavo più a ballare, e se lo facevo cercavo di entrare di nascosto. Poi passai alla seconda fase: smisi di pagare l’affitto, le bollette e tutte le spese.

Mi ridussi a non avere più acqua, luce e gas in casa e anche il gatto mi aveva abbandonato per andarsene dai vicini. Iniziai così a chiedere degli anticipi al mio capo, e fu quella la mia sfortuna, a cui poi ne seguì un’altra. Ai dubbi del mio capo, sulla mia reale capacità lavorativa e sulle richieste di soldi anticipati, si aggiunse la visita in fabbrica della Polizia. Se ci ripenso oggi, non è che avessi commesso un grosso reato all’epoca. O meglio, fui accusato giustamente, di furto, che avevo commesso in una libreria, ma in confronto a quello che succedeva nelle piazze e per le strade non era nulla.

Avevo rubato centomila lire dalle casse della libreria, mentre nelle piazze gli scontri fra polizia e manifestatnti mietevano ogni giorno qualche vittima in città diverse, e nelle strade si sparava contro politici ed imprenditori. Sicuramente, i morti non erano meno di quelli che faceva l’eroina ogni giorno. E fu proprio quello ad impaurirmi. Capitava che, alcuni giorni cercando gli amici del “buco”, venissi a sapere che uno o due di loro erano morti la sera prima con l’ago ancora infilato nel braccio.

Successe anche a me, di restare in bilico fra la vita e la morte. Era un notte fredda di gennaio, e avevo comprato una bella dose, che mi sarebbe dovuta bastare almeno fino al pomeriggio del giorno seguente. Essendo stato licenziato dopo il periodo di carcerazione, avevo parzialmente smesso col “buco”, ma in carcere avevo comunque trovato sempre qualcosa per farmi.

Ero in un periodo di parziale remissione,  che è il periodo più stronzo per la vita di un tossico. Sei felice perchè tutti ti spronano ad uscirne, ma sai che la tua voglia di non farti più è inesistente e soprattutto che, se sbagli la dose in sovradosaggio rischi di lasciarci le penne. Io questo rischio non l’avevo calcolato, e quella sera nel freddo di un parco, su una panchina innevata, riuscì a trovarmi la vena bella pulsante e calda. Nonostante il gelo, la mia vena sembrava calorosa e viva, danzante di vita e vogliosa di nutrirsi.

Devo la vita ad un uomo, che quella notte nonostante il tempo era fuori come ogni sera ed ogni giorno a cercare gente come me da riportare sulla retta via. Non era mio padre, figurarsi, ma nemmeno un prete. Da noi, ha salvato molte vite, grazie ai suoi interventi nei luoghi dove noi tossici ci facevamo. Ma io non ci avevo mai pensato, anzi quando lo vedevo lo evitavo perchè non me ne fregava un cazzo di smettere. Da quella volta però, tutto è cambiato. La paura di morire, la voglia di vivere, una mano amica che teneva la mia mentre sull’ambulanza mi cercavano una vena percorribile, per infilarmi le sostenze che mi avrebbero mantenuto in vita. Fu una botta di adrenalina a riportarmi in vita, e forse quella mano amica, che al momento giusto, in quella fredda notte invernale mi ha tirato fuori dalla mia storia con Lei.

Matteo Pieracci
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