Lou Reed e la bellezza del fallimento

 

[Un’epidermica recensione al docufilm Lou Reed’s Berlin, di Julian Schnabel, 2007]

hqdefaultNew York, 2006. Un giro di chitarra e, nella penombra, si stagliano vesti e voci bianche.
Per la prima volta, dopo trentatré anni, Lou Reed ha deciso di portare sul palco del St. Ann’s Warehouse di Brooklyn il disco più emotivamente complesso della sua carriera, Berlin (1973).
Ci sono voluti trentatré anni di silenzio per trovare il coraggio di scavare di nuovo in una bruciante esperienza artistica e biografica, per far vivere i personaggi che animano la dolcissima e spietata Berlino di Lou Reed.
Perché Berlin è il disco del fallimento e della delusione, anzi,
dei fallimenti e delle delusioni.

 


Dopo il planetario successo di Transformer (1972), prodotto da David Bowie e Mick Ronson, Lou si chiude nei londinesi Morgan Studios, seguito dal produttore Bob Erzin in un’intensissima esperienza creativa a base di droghe e songwriting. Il risultato è un disco cupo e introspettivo: sulle sonorità distese di Transformer si distendono lunghe ombre di dolore e inquietudine, incarnate dalle figure dei due protagonisti dell’album, Jim e Caroline.berlin
Il fallimento è discografico.
Berlin viene stroncato dalla critica, che lo definisce “la fine di una promettente carriera”, non viene capito dal pubblico, ormai assuefatto all’idea di un Lou Reed immerso nelle luminescenti atmosfere glam.
“Forse i toni troppo drammatici, forse avrei potuto riscriverlo in modo diverso” rifletterà anni dopo Lou “ma è nato così e mi è piaciuto.”
Il fallimento è connaturato a Berlin.
È il romanzo della decadenza di un amore, quello di Caroline e Jim. Attraverso la tragica vicenda dei due tossicodipendenti americani trapiantati nella capitale tedesca, Lou darà voce alle sue inquietudini più profonde – la rottura con la moglie, la violenza familiare, la droga, il sofferto rapporto con il successo – cercando di spingere l’empatia dell’ascoltatore fino ad un’immedesimazione visiva, violentemente fisica.

 


 

Sembra naturale, allora, che il regista Julian Schnabel scelga non solo di documentare la straordinaria esecuzione newyorkese dell’album, ma anche di accompagnarla con una sua trasposizione visuale, proiettando sullo sfondo della performance corti e fotografie che diano un volto ai personaggi dell’immaginaria vicenda berlinese.
Il concerto si apre sull’immagine del coro che intona il refrain di Sad Song, traccia di chiusura del disco. È un cerchio che si schiude, anticipando al contempo la conclusione drammatica della vicenda. Ma la tragicità dell’apertura lascia rapidamente il posto alla dolcezza della nostalgia, al desiderio del ricordo con la title-track, Berlin, che evoca l’inizio idillico della storia d’amore.

A Berlino, lungo il muro, tu eri alta un metro e settantacinque, era davvero bello. Lume di candela e Dubonnet con ghiaccio.” (Berlin)

Caroline, la German Queen del cuore di Jim, è una creatura splendida e glaciale – forse per questo gli amici la chiamano “Alaska”. Il loro amore è dolcissimo nei ricordi di un fumoso club avvolto dalla musica.
E Berlino, allora, era davvero il Paradiso.
Sullo schermo appare il volto di Caroline, sorridente, è il suo compleanno: soffia sulle candeline, esprime un desiderio, forse. Forse è semplicemente ubriaca.
Quella gioia, quella leggerezza saranno rapidamente e inesorabilmente corrotte dalla gelosia e dal tradimento (Lady Day), dalla forza terribile dell’amore violato. Caroline schernisce Jim (Caroline Says pt. I); Jim umilia e picchia Caroline (Oh Jim; Caroline Says pt. II); Caroline perde i figli, che le vengono portati via (The Kids); Caroline infine, si suicida (The Bed), lasciando Jim alla solitaria riflessione sul significato della vicenda (Sad Song).

 

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Sul palco della Warehouse, Lou Reed condivide finalmente, direttamente col pubblico, questa discesa nelle ombre dei sentimenti umani, guidando gli spettatori ad interpretarne le sfumature. Ogni muscolo del viso di Lou, ormai segnato dagli anni, si tende e dilata nel dar voce viva ai suoi personaggi. Jim e Caroline pervadono la scena: parlano attraverso il suo corpo, si muovono sullo schermo alle sue spalle, impazienti per il lungo silenzio.
Più ci spingiamo ad esplorare gli sviluppi della storia, più le vicende incalzano per liberarsi ed essere narrate. Gli occhi si inumidiscono e alle espressioni di ironico sarcasmo si mescola la crescente commozione di una gestualità contratta: un ondeggiare d’impazienza, una mano nervosa che si sfiora la guancia, una smorfia dolorosa.

Dentro Lou, nei fotogrammi che scorrono, nella musica che per la prima volta, dopo anni, torna a riempire lo spazio presente, Jim e Caroline lottano inutilmente per la vita, combattono per una speranza di redenzione del ricordo della loro squallida, meravigliosa storia qualsiasi.
Le parole più dure impastano icastiche la bocca di Lou, sferzano l’orecchio dell’ascoltatore:

Caroline dice mentre si trucca l’occhio / «dovresti imparare di più su te stesso/ non pensare solo a te.» / Ma lei non ha paura di morire (…) / Caroline dice, alzandosi dal pavimento: «Puoi picchiarmi quanto vuoi, ma io non ti amo più.» / Caroline dice, mordendosi il labbro, «la vita dovrebbe essere qualcosa di migliore di questo, questo è soltanto un brutto trip.» (Caroline says pt. II)

 

Nel mettere in scena la drammaticità esemplare di Berlin, Lou Reed esprime il bisogno di affrontare l’irrisolto, di spezzare il silenzio calato a lungo su un’esperienza artisticamente e umanamente significativa percorrendo un itinerario di riflessione sul passato, in qualche modo rivivendolo. Così come in Songs for Drella (1990), album-tributo alla memoria di Andy Warhol, Lou Reed e John Cale avevano cercato di svelare e sciogliere, dopo un lungo silenzio, i nodi che avevano portato alla rottura dei rapporti con l’artista, nell’eseguire finalmente dal vivo Berlin, Lou Reed tenta una pacificazione con un’altra figura del suo passato, il se stesso del dopo-Transformer, intensamente tormentato, impegnato nella ricerca di una nuova identità umana e musicale.berlin4wv9

Accompagnato dalla purezza della voce di Antony (Antony and the Johnsons), Lou cerca, come i suoi personaggi, una redenzione, una chiave che finalmente riconduca il doloroso percorso berlinese nel fluire della vita.
Il mancato riconoscimento artistico, il fallimento personale, il dramma della degenerazione distruttiva dell’amore avevano bisogno di essere taciuti, metabolizzati per trasformarsi e finalmente innalzarsi ad un’universale spinta alla rinascita, ad una pacificazione interiore.

 

Ecco la forza della bellezza del fallimento: l’esplorazione coraggiosa e disillusa delle strade del passato che trasforma in arte l’intensa tragicità degli eventi. Qui le coordinate geografiche e temporali sfumano, la storia individuale si fa universale e ogni cosa prende il suo posto in un’immagine ciclica della vita biologica e artistica.

Più tardi, Lou confesserà di non essere mai stato a Berlino se non dopo l’uscita del disco, aggiungendo con un sorriso di non aver mai neppure assaggiato “il Dubonnet con ghiaccio”.
La Berlino di Lou Reed è una città interiore, un invisibile paesaggio emotivo. È l’utopia di un ritorno a qualcosa che non è mai esistito se non nella dimensione ideale del ricordo, un’Itaca fantastica e terribile a cui aspirare, un Eden che aspetta soltanto di essere rovesciato sulla terra per incarnare la straordinaria quotidianità del necessario susseguirsi di crisi e rinascite.

Elisa Orsi

Elisa Orsi

Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.
Elisa Orsi

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Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.

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