L’interrogatorio (episodio n. 1)

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BattiBit al PisaCon

L’idea per questo racconto ci è stata offerta al PisaCon da Rachele.

Abbiamo chiesto di scrivere su un foglio un personaggio, l’ambientazione, il genere e due parole da inserire nel testo. In questo caso:

Personaggio: Nano femmina
Ambientazione: Brooklyn
Genere: giallo
Due parole da inserire nel racconto: capriata – salvagente

Da lì è nato questo racconto, il primo di una serie di episodi.

 

 

“Avanti, adesso conta fino a venti e poi pronuncia le prime tre parole che ti vengono in mente.”
“Che cazzo vuoi?”
I piccoli occhietti scuri di Rosabel scrutano il ragazzo. Rosabel odia le persone che dicono parole che non si devono dire. Prova a sorridere, nelle sue guance grasse, ruvide, e pelose, esplodono almeno cinque piccole rughe.
“è vero, quelle sono tre parole. Ma non le tre che voglio io.”
“Tu non hai capito che nessuno mi crede, ho detto la verità a tutti, ma non serve a niente. Basta, basta. Voglio stare in pace. Mettetemi dentro. Non ho più voglia.”
“Oh, piccino, ce l’hanno tutti con te.”
Il ragazzo si alza e lancia via la sedia. La sicurezza fa per avvicinarsi ai due ma Rosabel alza un braccio.
“Tranquilli, non farà niente. È giusto così.”
Rosabel lo guarda con occhi fermi. Lui resta immobile, pietrificato da una forza che è più che umana, più che naturale. Dagli occhi esce una lacrima per lo sforzo, il volto è rosso, contratto, disperato. Rosabel gli si avvicina: la sua testa arriva all’incirca ai fianchi del ragazzo ed è costretta ad alzare il collo per guardarlo. Lui annuisce, si rilassa mentre lei torna a sedersi al suo posto.
“Capriata, organo, bellezza”, dice lui in un sussurro. Gli agenti si lanciano occhiate confuse, mentre Rosabel fissa ancora il ragazzo.
“Sei stato davvero bravo. Mi dispiace che tu debba sopportare tutto questo. Non illuderti, non ti libererai mai di quel ricordo. Ma imparerai a sopravvivere davvero. Tua sorella è un mostro, avresti avuto tutte le tue buone ragioni, ma non sei stato tu ad ucciderla, in quella chiesa.” Guarda gli altri, raccogliendo i lunghissimi capelli color rosso fuoco in una treccia che sfiorava il pavimento. “è innocente”. Le sue mani, che afferrano la borsa e la portano alle spalle, sono piccole come quelle di un bambino, e ruvide come il duro cemento. È alta quanto la scrivania della sala, ma si muove con la sicurezza di un gatto randagio. Uscendo dall’ufficio lascia che le persone dietro di sé parlino, parlino, parlino, senza capire la sua sentenza, che non prenderanno per definitiva. I tre poliziotti continueranno a interrogare il povero ragazzo cubano, che adesso, per l’emozione di aver detto quelle tre magiche parole, sta piangendo, sorretto da un poliziotto dei tre, quello alto come un armadio. Adesso è in quella fase in cui può dire solo la verità. Rosabel ha fatto uscire dalla sua bocca le parole chiave della sua coscienza, e da ora in poi tutto sarà fluido e sincero. Le lacrime allagheranno l’ufficio, le parole definiranno esattamente quello che è successo, lui non potrà più censurare neanche i dettagli più vergognosi: questo è l’effetto che Rosabel ha sulle persone. Li guarda, uno ad uno, loro oppongono resistenza, sentono la sua forza indicibile, lo sguardo penetrante, vorrebbero scappare, terrorizzati. Si insinua nella loro mente. Tre parole. A quel punto il vaso di Pandora è aperto: la piccola Rosabel, alta come un bambino basso di dieci anni, con la sua barba e gli occhi piccoli, i capelli rosso tramonto, ha fatto la magia.
Guida veloce la sua piccola macchina, sfreccia sul ponte di Brooklyn, una canzone canta “loro sono come noi vogliamo, gli amori del passato, ti tornano in mente mentre guardi il cielo altissimo”, lei sbuffa e ripensa al ragazzo dell’interrogatorio. C’è qualcosa che non quadra. Generalmente dopo aver interrogato qualcuno se ne va e non ci pensa più, definitivamente, è un meccanismo che la sorprende sempre. Continua a vivere come se niente fosse successo. Quella volta, invece, si trova in macchina a ripensare agli occhi del ragazzo, alle sue parole. Capriata. Vede una ragazza di quindici anni che insegue un ragazzo di dodici in una chiesa. La vede lanciargli delle cose appuntite, vede del sangue che scorre nella navata centrale e un piccolo pacchetto nascosto in un bosco al crepuscolo. Organo. In un primo momento vede la stessa immagine di prima: la chiesa, l’inseguimento, i bambini, e un grande organo in fondo, accanto all’altare. Poi vede, chiaramente, un cuore pulsante nascosto in uno sgabuzzino, lo vede vicino ad un pupazzo di un pinguino. Bellezza. Esplodono tante immagini  da confonderle la mente, è costretta a spalancare gli occhi per tornare a concentrarsi sulla guida. Vede gli orecchini di perla della ragazza, un cielo con le nuvole a riccioli, lo stesso bosco di prima, ma all’alba, e una stanza piena di oro che luccica.
Arrivata a casa si infila le chiavi nella tasca del cappotto e lì sente qualcosa che non si aspettava, un rumore cartaceo leggerissimo, come di una farfalla che si alza in volo. Tira fuori un piccolo foglietto, una grafia nervosa e appuntita recita: “aiutami, sorella, paura, corpo, bosco. Sei il mio salvagente.” Nell’altra tasca una mappa di Sheepsheads Bay, decorata con annotazioni a penna. Appoggia i due fogli sulla sua piccola scrivania, prende la sua piccola sedia e sospirando pensa, “che piccolo bastardo”. Il ragazzo ha chiesto aiuto. Il suo cervello superiore alla media, i suoi sensi sopraffini che l’hanno portata a lavorare per una delle migliori agenzie investigative del paese, gli fanno sapere che quella volta potrà davvero aiutare qualcuno. Gli fanno sapere che la paura è giustificata, però, e che in cambio di un aiuto la sua stessa vita sarà in grave pericolo. Quello è il momento di scegliere. Il suo minuscolo corpo di donna barbuta sente che se prenderà in mano una penna e inizierà ad analizzare quella mappa, quelle informazioni, a ricostruire quel barbaro omicidio, lei stessa morirà.
Avvicina la mappa a sé, prende una penna e inizia a tracciare il percorso tra i punti segnati.

La prima scritta circonda Boerum Hill: uno – vicino, vicino, la casa è per di qua.
La seconda scritta è proprio sopra l’agenzia dove è avvenuto l’interrogatorio: grazie.
La terza su Cypress Ave, proprio accanto a Highland Park: verso est, corri, il bosco. È qui.
E infatti su Highland Park una scritta molto più pigiata, disperata: qua!!!!
Ancora una scritta in Quentin Rd, a Sud: casa vera, numero 578, pinguino, giochi, cuore.
Infine, poco sotto la scritta indicante la Chiesa di S. Francis: paura, aiuto. 23 marzo, 12.00.

Rosabel unisce i punti e sospira.

Noemi Forti

Noemi Forti

Laureata in Discipline dello spettacolo con tesi di drammaturgia, Noemi Forti studia cinema alla Civica Scuola di Cinema di Milano. Con la testa divisa tra teatro e cinema, scrive racconti, sceneggiature e da grande vorrebbe tanto fare la regista cinematografica. Nel frattempo, coltiva segretamente l'ambizione di dar vita a un fumetto anche se la sua capacità nel disegno non è migliorata dalla terza elementare. Frequenta corsi di teatro e danza. Ha vinto il concorso per nuove leve di Battibit con il racconto Rifiorisci. Il suo primo cortometraggio, Son, è disponibile su Battibit.
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Laureata in Discipline dello spettacolo con tesi di drammaturgia, Noemi Forti studia cinema alla Civica Scuola di Cinema di Milano. Con la testa divisa tra teatro e cinema, scrive racconti, sceneggiature e da grande vorrebbe tanto fare la regista cinematografica. Nel frattempo, coltiva segretamente l'ambizione di dar vita a un fumetto anche se la sua capacità nel disegno non è migliorata dalla terza elementare. Frequenta corsi di teatro e danza. Ha vinto il concorso per nuove leve di Battibit con il racconto Rifiorisci. Il suo primo cortometraggio, Son, è disponibile su Battibit.

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