L’Astronauta

In esclusiva per Battibit, la prima short story tratta da Death After Life, la graphic novel di Gabriele Neri (testi) e Lavinia Mancini (disegni).

Uno spin-off dalla narrazione principale, l’Astronauta introduce i personaggi di Declan e Martha.

Martha Bailey

Un volo di linea di notte è come una cometa rallentata, specie quando è in alta quota.

Non casca e non si disintegra, semplicemente transita come un puntino stanco, seguendo una traiettoria prevedibile. Nessun evento spettacolare e fugace, nessun dettaglio sorprendente stando quaggiù ad osservare.

Le tre luci di colori diversi del velivolo si fondono in una macchia indistinta che solca le altitudini, scomparendo a tratti dietro, oltre le nuvole.

L’aria della notte di dicembre è cristallina. Vitrea, anzi. Il vento spazza la lavagna del cielo continuamente, spostando macchie di gas, mescolandole, disgregandole. Le nuvole da sotto sono ombre parzialmente smaltate dai riflessi lunari. Come figure dell’onirico il loro profilo è informe e affidato all’interpretazione dell’occhio, l’unico rumore che le accompagna è il sibilo del vento da Nord che spazza le foglie con le stesse spirali che, chilometri più in alto, trasformano la morfologia di ciò che è sospeso nella volta del cielo.

Sotto questo gravare dall’alto e questa anarchia da basso, seduti precari e con la nuca appoggiata sul muro, stanno entrambi a contemplare stretti in coperte di lana.

Martha e Declan discutono da una mezzora se la Luna sia piena o crescente.

L’alone giallo attorno all’astro proietta un velo che, sommato al bagliore delle luci artificiali, rende imperscrutabile la volta del cielo segretamente stellata.

Questo tetto Declan l’ha scelto perché privo d’antenne. Non vanno più adesso. Tutti con le parabole montate sui balconi e voltate ad est.

Lo sai che la Terra ha gli anelli come Saturno, se la guardi dallo spazio?”. Fa Declan alla ragazza che agita i piedi penzolanti dal cornicione neanche fosse una bimba.

Ma che dici!?”

Sì, è la spazzatura che abbiamo sparato lassù, che si è messa a gravitare attorno a noi”

Ne avevo sentito parlare in una canzone, in effetti”

Ci sono detriti grandi come il frigorifero che avevamo a casa, te lo ricordi?”

Certo che me lo ricordo, la dimensione era inversamente proporzionale al prezzo. Maledetta Smeg”

Ogni tanto qualcuno di quei detriti viene attratto dalla gravità e casca giù. Quando cascano si incendiano e sembrano meteoriti”. Continua Declan.

Un giorno pioveranno frigoriferi. Comunque…”. Fa Martha guardando la Luna: “è crescente”.

Dici?”

Fa una ‘D’. Se fa una ‘D’ è crescente”

E se fa una ‘C’?”

Se fa una ‘C’ è decrescente. E’ l’opposto”. Dice Martha sorridendo voltata verso Declan.

Il vento improvvisamente si alza, sospinge i capelli di Martha sulle guance, celando subito quel raro sorriso. Declan, distoglie lo sguardo, per non guardarla con tenerezza, fissando giù con un’espressione che non vorrebbe far trapelare niente.

Il silenzio è la miglior misura, migliore di una parola scelta male, migliore delle parole stesse qualora ci fossero. Il silenzio è indolore, non è un azzardo.

Ed entrambi lo scelgono, simultaneamente, in quel momento di ritrovata vicinanza.

La mente di Martha è assai più chiara del suo parlare discontinuo e codificato.

E’ dono di una donna leggere in anticipo cosa è nell’aria. Detriti di quel vento che si impigliano nei capelli e che portano a situazioni surreali eppure già viste.

Tu mi parli di ciò che sta lassù, sopra di noi. Mi vieni a raccontare che ciò che ci sembra splendere è solo un ammasso di spazzatura che non ci lascia mai in pace. E siamo stati noi a mettercelo, un fraintendimento luccicante. Tu sei il mio astronauta, amore mio. Stai seduto qui eppure stai volando in faccia alla scienza e alla ragione, al senso. Vorrei essere un tuo bel ricordo, nella tua vita d’adesso. E che tu mi spedissi cartoline dai mondi che visiti, oltre quella spazzatura. Perché tu sei già stato lontano e mi hai mostrato che esiste altro, nonostante la nostra strada insieme attraversasse solo la prigione di questa città.

Non ho ancora trovato quello che sto cercando e mi scopro a cercare anche dopo l’incidente. Questa inquietudine, come se ci fosse, dietro l’angolo, qualcosa di più che può farmi conoscere una felicità piena.

Declan, hai toccato il mio braccio al mercato e io mi sono voltata parlando d’altro. Ma desideravo che tu fossi venuto da me a ricordarmi chi ero, perché ogni giorno che passa lo sono sempre meno.

Sta diventando sempre più difficile pretendere che la vita continui a scorrere senza te al risveglio, come se non ci fosse concessa mai più una fine, un epilogo e tutto fosse in balia delle azioni casuali che decidiamo di fare nell’arco di un giorno.

Sta diventando sempre più facile imparare a non prendersi a cuore le cose, nonostante il tempo che ci lega e le cose in comune, gli anelli che ho fatto indossare al tuo nome.

Al suono che ha, quando lo pronuncio. A come la mia bocca si dischiude leggermente nel farlo, come nell’istante prima di dare un bacio.

Nonostante tutta la strada che hai fatto per me, in passato ed adesso che sei venuto a reclamarmi. Nonostante questo è facile e mi chiedo cosa sia rimasto che abbia potere di stupirmi, di coinvolgermi.

E’ abbastanza avere un po’ d’amore, piccolo abbastanza da stare tra le pagine d’un libro? Piccolo da essere coperto con le mani, perché tutti attorno tentano di sbirciare?

E’ abbastanza questo amore, che mi ha fatto dormire scomoda e insonne, sentire inappropriata e fuori contesto. I pezzi non collimano più bene, per tutti i cocci in cui si è frammentato e tutta la colla che abbiamo usato.

Farei qualsiasi cosa, mio Astronauta, per vederti scendere ancora dal cielo, squarciando le nuvole per me. Vederti sfidare tutte le regole che la nostra esistenza ha infranto, di nuovo.

Tutti quanti attorno a me riescono ancora ad entusiasmarsi per qualcosa che trovano affascinante. Io mi guardo attorno e non riesco a far scoccare la stessa scintilla, vorrei andare altrove, oltre le nuvole e scoprire altro, scoprire che anche io posso avere uno stupore della prima volta. Tutti, perfino te, ma nemmeno tu stai tanto bene, mio Astronauta.

Sei il mio amore, mi accontenterei di essere un bel ricordo, mandami una cartolina da dove andrai.

Sei così a tuo agio col notte, ma io ho visto l’oscurità in pieno giorno. Tu me lo leggi negli occhi e non dici una parola.

Devi sapere che è una vista terrificante, perché io e te infondo, viviamo allo stesso modo.”

Questo Martha vorrebbe dire con tutta la forza di cui ancora è capace, che ancora le è rimasta. Ma rimane a fissarlo con intensità, lasciando che l’aria le asciughi gli occhi, senza che Declan ricambi lo sguardo. Scegliendo il silenzio, lasciandosi soli, reciprocamente, infondo, attraversati dagli stessi pensieri.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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