La prova degli antichi.

etruschi

Del mondo antico ci sono stati tramandati i grandi monumenti, le opere d’arte e laddove possibile i testi scritti. L’antichità sopravvive in un complesso di elementi tangibili che ne delineano una testimonianza viva e decifrabile a distanza di secoli. Se le vesti, i materiali fittili, le decorazioni si sono persi per l’usura e il naturale deperimento inflitto dal tempo, se la carta è stata rosa dai tarli e dai topi e il legno bruciato da doli indotti dalla storia intenzionale o dal caso fortuito, il complesso mastodontico della grandezza umana che fu, è tutt’oggi inalterato.

Esposto alla processione del turismo e le sue code da supermarket, all’esibizione nuda e momentanea, sovraffollata e bulimica della sua digitalizzazione fotografica. Questi sono oggi i santuari in cui vive, circondata dalla modernità, la testimonianza dell’antico e poi del medioevale e del primo moderno.

Incastonata, vive nella riurbanizzazione stratificata dei secoli, che ha costruito e decostruito la città sul cardine romano del foro e delle vie ortogonali che da esse si dipanano, delimitata e circoscritta da mura medievali, ridefinita lungo le vie del commercio dilatando i confini dei centri cittadini lungo uno sviluppo oblungo ben oltre i confini sicuri delle porte della città, guardando alle rotte dei prossimi, adicenti mercati. Nuovamente sventrata dai ripensamenti urbanistici ottocenteschi, dalle Grandeur di sovrani che distribuivano boulvard e piazze e monumenti a caduti o alla gloria sanguinosa della patria in mezzi a contesti altri. E poi nuovamente abbrutita dall’industrializzazione e dell’avvento della periferia sterminata dell’ultimo secolo.

L’antichità è chiusa nei musei e le opere saccheggiate, negoziate, quando non rubate all’interesse pubblico dei musei nazionali che le patrocinano, per il compiacimento di qualche miliardario russo che li espone come trofei per le sue mignotte, è sparsa ovunque nel mondo, in luoghi diversi da dove è originata.

Sono le antichità egizie a Londra o a Torino, sono i quadri cinquecenteschi a New York, a Dublino, ancora a Londra, a Parigi. Riflesso di un saccheggio degli imperi, bottini di guerra di epoche che furono. La concezione che ha avuto il potere politico nella storia in rapporto all’arte, un adornamento su cui poggiare gli stivali fangosi di ritorno da una battaglia. Se il Cenacolo è a Milano e tutti lo sanno per Dan Brown, nessuno ignora che la Gioconda è a Parigi.

L’antichità è un prezioso bottino che nessuno ha ignorato, perché se non si possono spostare il Colosseo, il Partenone o le Piramidi, tutti si sono misurati con gli archetipi del potere e si sono appropriati dei reperti da esibire come prova di una continuità temporale con il tempo mitico. Impero, celebrazione del potere, connubio tra divinità e imperatore sono concetti che si forgiano nell’ellenismo e nell’età romana imperiale poi. E sono alla base della continua ricerca, da Carlo Magno ai Re che divengono Imperatori, ai Re che governano per investitura divina, della sovraimpressione, ricalco della gloria antica. L’imperatore e suoi archi di trionfo, alle sue prede esotiche frutto di conquiste lontane ricondotte in patria perché siano ammirate. Il potere per secoli ha scimmiottato greci e romani.

Le prede d’arte condotte in diaspora risiedono da secoli in nuovi contesti, mentre le opere inamovibili sono rimaste lì, circondate dal confuso sviluppo dell’uomo. Monastiraki circonda come un assedio della modernità l’ascesa al Partenone, Atene è una bolgia dantesca d’automobili disseminata da singole gemme. Roma avvolge con i suoi centurioni di plastica per i turisti, il Colosseo, venata di tangenziali distratte e processioni di turisti scarrozzati dalla metro e del tutto ignari dell’esatta disposizione di tutto ciò che vedono. Entrano ed escono dal sottosuolo e si ritrovano davanti la Fontana di Trevi come che il Pantheon senza una chiara percezione della stratificazione di Roma, che alterna opere d’un millennio fa al rinascimento, al Novecento.

Nonostante la dura prova della storia dell’uomo la modernità ha sigillato per noi una memoria indelebile e il frutto del suo ingegno sopravvive intatto e attualissimo per noi. Perfino i suoi manufatti sotterrati o sul fondo del mare sembrano soprendentemente resistere meglio al deperimento dei secoli di quanto protrebbero farlo i nostri iper tecnologici artefatti.

Già, noi. Quale potra essere una reliquia della nostra civilità? Quale traccia duratura è destinata a persistere fino agli uomini del domani. E con quale significato? Quali reperti si litigheranno i potenti del futuro per aumentare il loro prestigio?

Con l’avvento della digitalizzazione la maggior parte delle opere d’ingegno dell’uomo di oggi è destinata a vivere sul piano dell’intangibilità. Film, musica, opere scritte. Ma anche i canovacci, sceneggiature e partiture sono digitalizzate.
Se qualcuno volesse, non dico risentirle o rivederle, ma rimetterle in scena, risuonarle, tra cinquemila anni, non avrebbe altra chiave che accedere ai nostri supporti digitali attuali per trovare copioni e tablature.

Non solo la carta scompare, ma anche la civiltà scritta. L’oralità ha il suo secondo ritorno, con i danni ai processi cognitivi, di profondità di elaborazione che comporta nell’intelletto umano.

Non si scrive, si fa un video. Lo si guarda, non si legge.

E’ chiaro si tratti di un passaggio ancora agli albori.
La lingua ha di nuovo il suo secondo latino, l’inglese universale. Più efficiente ed efficace, per minor complessità grammaticale e vocabolario più stretto, permea le altre lingue conducendole alla sua immagine più elementare, l’inglese 2.0 nato nelle chat, sul web.

La decifrazione del nostro linguaggio non riguarderà solo la lingua adottata ma anche il modo in cui registriamo digitalmente i nostri contenuti. In altre parole andranno decrittati i dati su cui li abbiamo salvati.

L’umanità è entrata in una fase in cui produce avanzamenti scientifici molto più che capolavori in campo dell’arte, il cui ruolo è marginalizzato ancora più a ruolo di ornamento superlfuo. Il potere ha bisogno del monopolio del know how, di brevetti, di diritti di sfruttamento di idee e di diritti di commercializzazione. Non di cantori o grandi affreschi o opere architettoniche che celebrino persone, idee o nazioni. Anche perché non c’è alcuna narrazione da tramandare, nessun sentire comune, nessuna appartenenza condivisa, nessun totem da difendere nel nostro tempo.

Dio è stato sostituito dal commercio, il potere è elemento vacuo non incarnato dalla politica, ma da sistemi che garantiscano il progredire dei profitti.

Certo, cose memorabili sono state prodotte in questi ultimi decenni, il cui valore artistico rimane irrinunciabile. Ma sono per lo più tutte registrate su supporti. Se non sono digitali, sono cd, pellicole, dvd. Sono ancora i libri stampati.

Sono in altre parole l’equivalente delle decorazioni dei fregi dei templi greci, che il vento e la pioggia hanno spazzato via. Qualcosa che è destinato a non sopravvivere alla semplice usura del tempo.

I prodotti culturali del nostro tempo sono vulnerabili e delebili, non solo perché difficilmente assumono un significato universale, ma perché esitono su supporti destinati a svanire.

Cosa rimarrà del cinema? Della musica?

Se gli uomini del futuro troveranno agilmente la chiave di decifrare l’attuale inglese, dovranno sperare che i supporti su cui esiste la coscienza del nostro tempo non si siano del tutto smagnetizzati. Dovranno avere un modo per riaccedere a internet, sperare che i server conservino una traccia dei file salvati, milioni di miliardi prodotti in pochi decenni.

Se le opere di ingegno sono volatili per la natura del loro mezzo di diffusione digitale e per la scarsità di archivi tramandabili, esistono dei manufatti che dureranno almeno come le meraviglie antiche.

I nostri ecomostri architettonici, i rottami delle piattaforme petrolifere, gli stadi, i grattacieli. Le centrali nucleari che per centinaia di anni dovranno essere monitorate regolarmente, anche dopo lo smantellamento. Le conoscenze tecniche per disattivare una testata nucleare saranno adeguatamente tramandate nei secoli, sapendo spiegare un’antica tecnologia anche a chi verrà dopo di noi, o la digitalizzazione sarà il progresso e la fine stessa dell’uomo?

I nostri reperti archeologici saranno le miliardi di automobili lasciate a morire e far carbonio sepolte sotto ad un nuovo strato di terreno?

Che penseranno del nostro stile architettonico, guardando i profili delle megalopoli, i nostri pronipoti? Che non abbiamo più alcun gusto estetico e vivevamo ammassati come barbari in nome della funzionalità?

Cosa troveranno gli uomini del futuro, quando vorrano costruire un centro commerciale e scavando per le fondamenta saranno bloccati da un reperto dei nostri giorni?

La prova degli antichi greci e romani finirà per essere più attuale della nostra. Se non troveremo il modo di confezionare per noi nuovamente qualcosa dal significato universalmente riconosciuto e riconoscibile, noi non saremo dei degni antichi per nessuno.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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