La paura di cambiare

simpson aye or die

Ogni tanto mi fermo e rifletto: chi ha detto che dovremmo vivere esattamente in questo modo?

La nostra libertà segue delle vie predeterminate, assolvendo agli obblighi di una vita sociale, in un contesto sociale.

Ma le regole sono state messe lì da noi, noi le abbiamo scritte ma non sempre ci ricordiamo che abbiamo la possibilità di modificarle a seconda delle nostre necessità.

Non sempre ci ricordiamo che le regole che riguardano tutti si scrivono insieme.

Nessuno nasce con una carta d’identità e un conto in banca. In definitiva siamo tutti figli della natura. Ci vestiamo e ci incamminiamo per il sentiero del mondo secondo i costumi dei nostri padri e secondo ciò che è meglio per la cultura a cui apparteniamo.

E’ tutto così relativo. Tanto da essere difficilmente spiegabile, non tra i popoli, ma tra due gruppi umani a pochi chilometri di distanza. Ciò che è giusto per me, potrà essere un affronto inammissibile ai principi, ai valori, al buon senso di un altro sistema di valori, usanze, economie di scambi sociali prima ancora che di beni.

Nasciamo liberi e niente dovrebbe impedire ad un uomo di poter dirigere il suo passo in una direzione senza incontrare divieti, privazioni e restrizioni alla sua libertà.

Se un uomo si incamminasse con uno zaino dal nostro paese verso l’estremo Est asiatico troverebbe, al di là delle barriere naturali, confini, dogane, zone di guerra da evitare, aree interdette ai civili, devastazioni ambientali, l’intolleranza e la non accettazione degli autoctoni lungo il cammino.

Ma prima ancora di questo troverebbe degli ostacoli fisici al suo cammino. Provate ad uscire dalla vostra città a piedi. Autostrade che tagliano al pianura, terreni interdetti. La famiglia umana ha fatto a pezzetti il mondo: partendo dal concetto di casa e di appartenenza, di terra e di patria, di proprietà. Ha proibito prima agli estranei e poi perfino a se stessa di godere a pieno dell’ambiente in cui vive.

In questo insieme di sovrastrutture il mondo contemporaneo si dibatte sul concetto di appartenenza.

Religiosa, etnica, culturale, linguistica, meramente geografica.

I confini, la sovranità e i limiti della sua applicazione sono decisi dagli uomini. E quindi fluidi, negoziabili. Non immutabili.

Mentre ogni città da due decenni a questa parte assomiglia ad un’altra qualsiasi del pianeta e l’integrazione del mondo si completa, una controreazione localista, latente e non attiva, rimane in immutata tensione.

La globalizzazione è un termine improprio, perchè un’economia globalizzata esiste almeno dai tempi degli imperi coloniali, quindi almeno dal XVII secolo. E assieme al commercio globale esisteva già un’influenza delle culture dominanti sulle popolazioni umane su scala globale.

Quella che viviamo non è globalizzazione ma il completamento dell’espanzione globale del capitalismo liberista.

E il dato principale è che il nostro tempo è dominato dal primato dell’organizzazione economica sulla politica, sul governo delle nazioni.

A prendere le decisioni è il mercato, decisioni per il bene, per il mantenimento dell’ordine economico, non certo nell’interesse dei governati, delle persone.

Gli involucri degli stati, delle monarchie, delle repubbliche e dei parlamenti sono istituzioni superate, entro le quali siedono dei garanti, se non degli uomini stessi che appartengono al mondo dell’economia. Dei passacarte che tengono in vita un rito apparente, che è la politica.

L’uomo lavora, consuma e contribuisce con il suo stile di vita all’organizzazione economica del mercato su scala globale.

Ovunque è un principio accettato e riconosciuto che la libertà di impresa, la deregolamentazione dell’economia, che l’investimento privato e la privatizzazione di ciò che prima era di tutti è un valore da tutelare e perseguire.

Russi, cinesi, brasiliani, americani, europei, africani. Lo è per tutti.

E i governi proteggono questa visione, legittimano le loro azioni richiamando a se tutti gli attori che concorrono al mantenimento del sistema: le banche centrali, i mezzi d’informazione, gli accademici, il sistema giudiziario.

L’istruzione è cambiata in tal senso: si insegna ciò che è funzionale alla produzione, si lascia morire il sapere che non produce ricchezza ma al massimo autonomia di giudizio.

Si producono così le classi dirigenziali del domani, secondo una formazione ideologizzata in senso liberista: persone consapevoli che la chiave è difendere l’ordine economico.

E’ chiaro che perfino queste regole sono scritte da uomini e alla prova della Storia niente è immutabile e definitivo.

Anche il tempo del mercato sfrenato può passare.

Nessun sistema possiede gli anticorpi per silenziare sul nascere le spinte umane a determinare il proprio benessere e a soddisfare le proprie necessità.

Non sono spinte alla frammentazione, a tracciare nuovi confini, a mettere ulteriori barriere. Sono spinte disperate volte a definire come meglio difendersi da ciò che ha devastato le originalità e imposto un modello a tutte le comunità umane.

Può essere un popolo che vuole essere indipendente o che non lo è mai stato o un nuovo governo che non faccia gli interessi stranieri o delle banche piuttosto di coloro che lo hanno votato.

Questi anni di capitalismo sfrenato hanno generato una crisi che ha toccato le vite di molte persone anche in quell’emisfero del mondo in cui i benefici di un sistema così ineguale erano tutti per noi.

Il torpore di una società ricca e cullante si è squarciato e la fiducia verso questo modello economico si è incrinato tra chi dovrebbe sostenerlo per primo: gli occidentali.

Certo, non è un sentimento di massa. Ma le persone comuni guardano alle banche, agli investimenti spericolati, alle promesse di guadagni facili e di facili consumi finalmente con sospetto.

Nuovi poveri laddove non vi erano, quando la povertà era una condizione da relegare solo al Sud del mondo, a chi doveva mantere i nostri standard di vita. Sacrificarsi per noi.

In questi anni ci siamo sacrificati anche noi, con milioni di posti di lavoro perduti, sfratti e debiti.

E laddove una comunità, una nazione, un gruppo umano tenti di cambiare le regole del gioco subito una levata di scudi esprime condanne, poi minacce, avanza scenari foschi.

Usando ciò che ci è familiare: perderete gli investimenti, i conti in banca, i capitali fuggiranno all’estero, la vostra economia crollerà.

Pensate all’Islanda, all’Irlanda, alla Grecia, all’Argentina, al Venezuela e in ultimo alla richesta degli scozzesi di rendersi indipendenti per destinare le loro ricchezze in maniera diversa da quella voluta da Londra e dalle priorità del mercato che difende.

Ovunque si sia difesa una scelta democratica o avanzata una richiesta di maggiore equità, un’aggressione degli investitori, delle banche, dei capi di stato dei paesi che trainano questo modello capitalista, dei giornali e delle pagine economiche si è levata contro le decisioni di quelle comunità.

Una volta si sarebbe ricorsi al terrorismo interno, a colpi di stato. Ora il sottile ricatto dell’intero tessuto che partecipa al capitalismo si attiva per istillare la paura.

Paura nei confronti di quei cittadini che devono votare un governo piuttosto che un altro. Che devono affidarsi ad una scelta verso l’ignoto, ma un ignoto che possono determianre piuttosto che la vecchia via lastricata dal liberismo.

“Non votate questo, non fatelo, rovinerà la vostra economia!”.

No, non rovinerà un bel nulla! Sarete voi che ci strangolerete se lo facciamo. Che non ci lascerete liberi di autodeterminarci, di scegliere per il nostro bene e per le nostra felicità.

Sarete voi a togliere gli investimenti, a portar via con voi le nostre ricchezze.

La paura di cambiare è l’ultimo argine rimasto a chi governa il mondo con il piglio di chi se l’è comprato.

Perchè la fiducia si è incrinata e il dubbio serpeggia tra le persone.

E se fossimo nati nudi e liberi di incamminarci dovunque ci piaccia, perchè non decidere dove dirigere il nostro passo e vestire ciò che vogliamo?

Le regole le fa l’uomo e l’uomo le cambia.

Basta smettere di avere paura di cambiare.

 

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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