La morte delle Rockstar

Ci sentiamo soli, noi appassionati di musica. Non è tanto perché Bowie non c’è più, Lou Reed non c’è più. E’ il tempo che passa, baby e gli unici che sembrano prendersi gioco del tempo sono Keith Richards e Mick Jagger. E il chirurgo di Steven Tyler.

Sapete cos’è che ci manca realmente, quella cosa che ci fa sentire veramente soli? E’ che il tempo ci sta portando via un modo di vivere. O piuttosto un modo di vivere pericolosamente, un modo di giocare con la morte.

E di dire e fare qualcosa che sia veramente un passo avanti.

Avanti a noi, a quello che avevamo pensato e previsto noi che siamo iperstimolati dagli eccessi e dai look e che ci lasciamo stupire sempre meno. Non perché assuefatti ma perché esigenti.

E in questo mercato della musica digitale tutto è prevedibile, come una confezione di stracchino sempre uguale sullo stesso scaffale del banco frigo.

Le grandi rockstar talvolta non ci hanno lasciato pezzi memorabili o lo stesso grado di intensità in tutti i loro album. Ma ci hanno lasciato un grande senso della sfida.

Sfida ai discografici che tentavano o di imbrigliarli o di spingere forzatamente sul loro lato eccessivo. Sfida alla nostra intelligenza, al nostro saper cogliere il loro linguaggio musicale, corporeo, visivo, suggestivo.

Stiamo parlando di mostri sacri non di idol da talent, non di un genere in particolare ma di quel genere in grado di entrare nella leggenda.

Le rockstar sono esistite finché il pubblico è stato sufficientemente intelligente ed esigente da cogliere la sfida di una rockstar. Finché sono esistiti cultori, appassionati, innamorati. E non clienti. La rockstar ha ricongiunto la strada, la vita, la depressione, la follia, l’amplesso, la nausea con la sua musica e il suo comportamento.

Erroneamente pensiamo che sia principalmente l’eccesso a dare la cifra di una rockstar.

Ma la rockstar ha portato una bandiera e ha preso sulle spalle la responsabilità di una sintesi emozionale dei suoi anni.

Ha catalizzato su di sé un racconto e con una magia lo ha fatto suonare autentico. Ci ha sorpresi, chiamati a se, radunati. E così andavamo ai concerti senza conoscerci l’un l’altro, senza esserci mai visti. E ci ritrovavamo lì, insieme, uniti tutti dalla stessa immedesimazione per quel gruppo. Che neanche ci conoscevamo tra di noi eppure ci conoscevamo da una vita.

Questa musica ci ha fatti incontrare, da sempre. Con l’artista e tra di noi, nei negozi di dischi e ovunque si parlasse e facesse musica

Fino ad arrivare a noi, al 2017, e renderci conto che i sessantenni o più hanno smesso di essere giovani ma non hanno smesso di essere giovani le loro opere di un tempo. Mentre vecchi o nati morti sembrano tanti artisti di oggi che hanno la fortuna di arrivare ovunque.

Non scorrete la Billboard se vi volete bene.

Oggi di dischi non se ne vendono, i download digitali non portano la stessa conseguenza che ha l’ascolto sacrale di un disco. Se ne parlava già in questo post qui.

Non basta un record store day per consolarci, purtroppo. Grazie Jack White, Dave Grohl, St.Vincent. Ma forse quella carica oggi si è spenta perché non c’è questa aggregazione. E’ qualcosa di diverso, di intimo ma frammentato, disperso, non trasversale nella società.

Vaffanculo Coldplay. E anche un po’ Black Keys.

La società di adesso non ha bisogno di eroi maledetti, provocatori, di imprevedibilità, di iniziativa. Semmai, quando lo concede, orchestra a tavolino un finto ribelle, un pupazzo.

Nessuno chiede i Clash ma quanto meno un po’ di onestà e non prostituzione intellettuale.

E di finte, di operazioni a tavolino ce ne sono state tante nella storia del rock (Elvis). Di mosse calcolate per sfruttare grandi artisti altrettanto (Beatles) e un po’ meno grandi artisti (Sex Pistols).

Di questa aurea potentissima delle rockstar, anche quando le rockstar deviavano su altri stili, ci ha campato il cinema quando ha deciso di raccontare vite, modi e tendenze. E in pellicola ci hanno provato direttamente le rockstar (gli Who da un lato, Bowie per altri versi), le biopic più o meno fortunate (Jim Morrison di Olvier Stone, più fortunato, quelle merde recenti meno), i film che hanno colto lo spirito senza riferirsi a nessuna star in particolare (i Commitments ad es., tra le serie Vynil).

Perfino nei fumetti questa tensione tra ricerca della purezza e i compromessi del mercato musicale ha avuto una resa coinvolgente, come nel caso della Nana Osaki della mangaka Ai Yazawa, molto famosa nel decennio 2000-2010 (e che trovate come immagine di questo pezzo).

C’è da chiedersi al tramonto di tutto questo, quando sta venendo meno la gioventù, la forza, l’incoscienza dei mostri sacri – perché sì la Rockstar è un mestiere, una missione e una grande responsabilità – cosa ci attende.

Chi riempirà un locale prima ancora che se ne accorga la tv o una radio (e non viceversa chi riempirà le tv per poi riempiere artificialmente uno stadio)?

Chi ci dirà cosa proviamo prima ancora di averlo capito noi stessi?

Chi saprà rompere il circuito dei talent, di San Remo per uscire fuori col suo seguito e la sua musica?

Quante domande. Forse un ultima vale la pena porre: dopo che tutto il mondo ne ha avuta una… ci sarà mai una rockstar degna di questo nome in Italia?

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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