LA MISSIONE FINALE

CAPITOLO I

*LA MISSIONE FINALE*

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La metodicità del massacro è più inquietante della violenza.

Sul corpo del ragazzo pugni e calci si abbattono come grandine, senza un attimo di respiro.

Il corpo si inarca, spasmodico, per il dolore, e subito ricade, come elettrizzato, un corpo candido per un attimo privo di peso, come in acqua. Il sangue stilla copioso dalla bocca, dal naso, e da altri punti nella pelle in cui sono affondate le unghie dell’aggressore.

Non grida. Ha smesso. Tutto il fiato gli serve per respirare, adesso. E respirare è un’impresa non da poco. Ma non ha perso conoscenza, non del tutto almeno. Il suo corpo reagisce al dolore, seppure i suoi occhi siano trasognati e incapaci di focalizzarsi. Lo spettacolo della camicia bianca che si macchia di rosso sembra la trasposizione moderna di un’iconografia antica – un Christus patiens o un santo martire con la ventiquattrore. L’aggressore afferra i capelli del ragazzo come il crine di un cavallo e gli sbatte la testa sul selciato una, due, tre volte. Il ragazzo non geme neppure. Si sente solo il tonfo umido e sordo, pastoso, del cranio che sbatte al suolo, e il rumore viscido del sangue che zampilla dal cuoio capelluto.

Poi un calcio in pieno viso. Poco prima che la vittima perda i sensi, l’uomo cambia zona di tortura. Le gambe adesso. Calci negli stinchi, contro ai piedi, sulle caviglie, sulle ginocchia. Con un calcio più potente sulla parte alta della coscia, rivolta il ragazzo prono. Questa volta dalla gola del ragazzo esce un rumore – non un grido, più una specie di incrocio tra un rantolo e un gorgoglio, seguito da dei singulti. L’aggressore afferra di nuovo il ragazzo per i capelli, tirandogli su la testa, questa volta per evitare che muoia affogato nel suo stesso sangue. Nel vederlo di nuovo in viso, però, cambia idea. Preso da un moto di rabbia, gli sputa in faccia e lo lascia cadere. Il ragazzo rantola, soffocando. L’uomo gli tira un calcio decisivo nella schiena. Il clack inequivocabile di un osso che si spezza e il ragazzo sputa. Pezzi di denti e roba rossa. Riprende a respirare. L’uomo gli strizza i testicoli con una mano, in una morsa ferrea. Gli occhi del ragazzo lacrimano. Respira affannosamente. L’uomo gli lacera la camicia, aprendola sullo sterno. Con le unghie traccia sentieri di carne aperta sul torace. Poi, tenendogli appena le spalle con le mani, attacca un morso, forte, vicino al cuore.

Non strappa la carne. Incide e infetta, poi si stacca. Il ragazzo a terra è distrutto adesso, impossibilitato a fare qualunque movimento. Ha gli occhi ancora aperti. La subcoscienza ha lasciato il posto a un allarmante dolore e poi a una zona mentale insensibile di quiete e luce. Sta morendo. L’uomo si alza. Raccoglie la ventiquattrore, la apre. Dentro c’è un unico foglio, con scritta sopra una data, un orario, e un timbro.

L’uomo stringe i denti. Sente lo sparo, ma non fa in tempo a girarsi. La pallottola gli esplode nel cranio.

 

 

Oltre alla ragazza che ha sparato, c’è solo un’altra persona di fronte ai due corpi insanguinati in mezzo alla strada. Data l’ora impropria, è un netturbino. La scopa così stretta nelle mani da lasciarci quasi i segni delle unghie, la bocca spalancata, fissa il sangue con l’espressione sorpresa e perplessa di un bambino che trova il cadavere di un animale per la prima volta. Ha raccolto solo poca immondizia nella sua cassetta. Cartacce, polvere. È immobile, paralizzato dalla visione del corpo, come se il tempo si fosse fermato tra l’istante in cui una persona ancora respira e l’istante in cui muore. La ragazza ha la borsa in mano, i capelli vaporosi, un trench grigio. Si avvicina all’uomo a cui ha sparato e gli prende il foglio dalle mani, lo mette in tasca. L’uomo ha uno spasmo, lei gli spara di nuovo. La borsa le cade, sparpagliando femminilità di ogni genere accanto alla tragedia. Poi si inginocchia accanto al primo corpo, quello del ragazzo, contornato da rossetti, chiavi, assorbenti, agende, e lancia un urlo felino.

Il netturbino rilassa senza accorgersene le dita e la scopa cade, dritta come un fuso.

Dopo quell’unico urlo la ragazza si ritrova senza voce. Boccheggia davanti al corpo, e il netturbino la guarda, sentendo che dovrebbe fare qualcosa, ma cosa? Fa un passo in avanti. La donna si volta e ruggisce. Allunga le braccia e raccoglie il corpo, come farebbe con quello di un bambino addormentato. Riesce ad alzarsi tenendolo in braccio. Si guarda attorno e realizza che adesso non esiste più alcuna direzione. Torna a sedersi per terra, col corpo in braccio, e piange.

 

Il senso si è perduto. Adesso gli occhi di lei sono enormi, incredibilmente chiari. I capelli le cadono ai lati del viso come morti. E la pioggia cade – fitta, infradicia il cadavere e la donna, che lo stringe in braccio. I numeri le brillano davanti agli occhi nel caos. Il netturbino si allontana stralunato, con la sua polvere e le sue cartacce e con la vita fattasi polvere che gli danza dinanzi agli occhi. Lei stringe il ragazzo morto sotto il nubifragio, un’ondata di tempesta che li investe come la mano argentata di un Dio che non conosce morale. Il mondo si fa grigio di nebbia e acqua. Il mondo si annulla nella pioggia. Lei tiene gli occhi fissi negli occhi di lui, aperti, immobili. Il mondo è finito.

Carnefici vittime spettatori si erano confusi adesso. La profezia era questa: IL MONDO STA PER FINIRE. Una profezia antichissima, emersa dal profondo della terra. La morte, certa soltanto come sé stessa – non dell’individuo, ma dell’intero genere umano. Nessuno aveva bisogno di prove. Prima era arrivato uno strano sentore, come un’epidemia. Un sentore di morte, di crisi emotiva, di dubbio collettivo. Permeava come una nebbia grigia ciascuna voce umana. Non quanto veniva detto, non le diversissime lingue in cui le parole erano pronunciate… la varietà di lingue e discorsi era la stessa: ma si era fatta scura. Il tono era cambiato: chi taceva, chi parlava e parlava, ma il modo in cui le cose venivano raccontate era smorto, indifferente, impotente, disperato. La razza umana narrava a sé stessa le sue storie con l’urgenza e la rassegnazione proprie del condannato, la comunicazione era immacolata come la lettera di un suicida: la morte incombeva, su tutti, spietata e senza colpa.

La colpa si era perduta. La mela addentata da Eva era rotolata via, chi sa dove, si era disintegrata, era esplosa, svanita. Adesso che il genere umano aveva la certezza della fine – non solo della fine di sé, ma anche dei figli, e dei figli dei propri figli – nessuna speranza valeva più a consolare o a spronare l’uomo a vivere dignitosamente. Perché vivere secondo morale? Il Caos – il Caos torbido, stagnante, maleodorante – si era imposto su ogni purezza, e negli occhi delle persone scintillava un’unica ipotesi, un unico sentore: l’Orrore.

Negli occhi di tutti c’era il baratro. D’improvviso, gli esseri umani si erano guardati, e avevano riconosciuto negli occhi altrui e propri l’abisso. Nient’altro c’era; la Vita, al suo ultimo fremere, si rivelava per quello che realmente era: l’attesa della morte.

Inizialmente nessuno aveva pensato ad un’epidemia, tranne i folli. Soltanto i folli avevano capito, ma non avevano linguaggi per spiegare. Per avvertire. E in ogni caso, anche se avessero spiegato? Anche se avessero avvertito? Non c’era soluzione.

Poi, i primi segnali, rimasti non colti. Ex alcolisti che tornavano a bere. Ex fumatori che accendevano la prima sigaretta dopo decenni. Ex tossici che dopo anni di alimentazione vegana ed esercizi new age scioglievano nel cucchiaio la prima pera. Depressi che si suicidavano, nevrotici che spaccavano piatti, violenti che uccidevano il primo malcapitato a forza di botte. Tutto prevedibile, tutto –abbastanza- nella norma. Se queste persone, mentre sorseggiavano il primo sorso di vino dopo secoli o si godevano il primo tiro di sigaretta, se i suicidi, mentre preparavano il cappio o si rovesciavano addosso la benzina, avessero saputo che milioni di altri avevano scelto il medesimo istante, forse avrebbero aspettato. Forse qualcuno si sarebbe accorto. Ma ognuno era preso da sé stesso. Persone che si odiavano da anni in silenzio e in segreto adesso si lanciavano i piatti addosso. Persone che si amavano da anni in segreto facevano tremare le cabine telefoniche di languidi sussurri d’amore.

Ti odio, diceva il figlio al padre, la figlia alla madre, la moglie al marito, il marito alla moglie. Ti amo, diceva la casalinga all’impiegato dell’azienda del gas, il ricco businessman, per telefono, alla signorina del call center con la voce così dolce. Gli ospedali si svuotarono d’un tratto: chi doveva morire moriva, gli altri si rimettevano in piedi e se ne andavano a vivere. I medici tornarono in massa alle loro case, si accesero la sigaretta, sorseggiarono il whiskey e spogliarono le mogli con la foga di diciottenni.

Gruppi di suore ed eremiti assaltavano malcapitati viandanti nelle montagne e li violentavano. Gli asceti si affogavano nel gelato. Gruppi di vegani armati inseguivano mandrie di bufali, li uccidevano, li scuoiavano e li mangiavano. Le mamme prendevano i loro bambini e li tenevano al seno. Le donne gravide abortivano o partorivano in anticipo. Gli artisti smisero di scrivere, dipingere, suonare, scolpire, recitare, gli studiosi smisero di studiare. Soltanto per un’oretta, pensarono tutti nello stesso istante. Stacco un po’. E andavano a vivere la loro vita.

Gli animali facevano cose strane. Gruppi di lupi e puma invasero le città, e se qualcuno avesse alzato lo sguardo avrebbe visto stormi di uccelli volare impazziti a pochi centimetri dalla propria testa. Insetti e ratti si riversavano per le strade in rivoli di vita impazzita. Onesti lavoratori in completo grigio, presi dal languorino del pomeriggio, afferravano topi vivi e ne divoravano la carne a morsi.

Il mondo all’incontrario è il mondo all’addiritto, aveva pensato la ragazza della vittima, guardando l’apocalisse. L’essere umano manca di filosofia in modo spasmodico, aveva riflettuto osservando il panicare delle folle nel sentore imminente della fine. Saremmo morti comunque. Tutti noi, saremmo morti comunque.

Eppure l’uomo non accettava la propria morte annunciata. Millenni di dipartite non erano bastati a dare all’essere umano la certezza che la sua vita sarebbe finita. Tutti quanti volevano salvarsi disperatamente da qualcosa di ineluttabile.

Lei pensava, sappiamo che dobbiamo morire, e dunque? Se abbiamo vissuto un’esistenza retta, se abbiamo lottato per ciò che dovevamo avere e l’abbiamo conquistato, se crediamo che quello che facciamo abbia senso, dobbiamo continuare a farlo come se niente fosse. Che cosa cambia morire domani o tra cent’anni, se la vita ha senso?

Dobbiamo vivere secondo la legge morale, fino alla fine, godendo del cielo stellato. Ecco tutto.

Le piaceva la filosofia, e la sentiva come innata, non come un’imposizione. La ragazza aveva impressionanti capacità intellettive. Era stata selezionata tra migliaia di richieste per diventare agente operativo del KBA. Ed era stata selezionata tra migliaia di agenti del KBA per la Missione Finale.

La Missione Finale, organizzata dal KBA in collaborazione con la NATO, con l’ausilio delle migliori menti del pianeta – tra cui molti premi Nobel – aveva proposto come miglior soluzione all’imminente massacro della specie umana il silenzio. Nessuno deve sapere, avevano deliberato, nessuno deve sapere il giorno e l’ora precisa della fine del mondo.

Il panico scatenato dalla notizia della fine del mondo era in sé sufficiente. Come avrebbe reagito la razza umana se avesse conosciuto l’ora e il giorno del proprio decesso? Era inimmaginabile, avevano decretato gli esperti.

Ma la verità era un’altra, e come tutte le verità era paradossale, e la ragazza lo sapeva. La verità era che nessuno era esperto della morte, e che tutti quegli scienziati, appena un istante dopo la deliberazione, avevano preteso di conoscere quella data e quell’orario. Nonostante avessero appena sostenuto che tale nozione sarebbe stata per l’uomo devastante, il loro io più profondo aveva teso le mani per conoscerla.

Ma quell’informazione era nelle mani del KBA, e il KBA aveva i suoi sistemi per far sì che nessuna di queste persone mettesse le mani su quell’orario.

Le migliori menti del pianeta erano state le prime a morire.

 

Un attimo prima della fine la Terra sembrava popolata di morti viventi che facevano l’amore. Lei stessa era tornata a casa di corsa, si era spogliata e aveva stracciato la camicia del suo ragazzo.

E le persone si toccavano, si toccavano… facevano l’amore, i corpi bollenti, le mani sudate, le labbra bagnate.

Ma gli occhi erano freddi e spenti, senza speranza. Ognuno ascoltava la musica nella propria testa. E mentre facevano l’amore per dimenticare, immagini correvano nella mente delle persone… immagini di morte, di dolore, di malattia… immagini di disperazione, di concreta, invisibile, intoccabile agonia. Orgasmi tradotti in grida, come grida di neonato, come grida di moribondo.

Ma si può davvero morire? O forse non esiste come azione, pensava la ragazza facendo l’amore. Chi è vivo non può essere morto, e chi è morto non può morire. Dunque, che cosa succede quando si muore? Solo un battito di ciglia tra questa e un’altra dimensione.

Lui chiuse gli occhi e la toccò e anche lei li chiuse. E tutto il dolore dallo sguardo sembrò trapelare nelle loro dita – ogni carezza era una ferita.

La sua missione dunque era custodire quell’informazione. Lei non aveva perso la testa finché lui non era morto. Aveva assistito impassibile alla follia collettiva, all’epidemia di omicidi e suicidi. Ma il ragazzo in questione era il suo. Era morto per colpa sua. Lei gli aveva affidato la ventiquattrore con la data, perché si poteva fidare soltanto di lui. E adesso lui era morto, la missione perduta, e a lei non importava più niente. Bella soluzione. Far finta di niente finché non fossero morti tutti.

Si accovacciò di nuovo a fianco del corpo. Qualcuno sarebbe venuta a prenderla. Qualcuno l’avrebbe riconosciuta. Qualcuno l’avrebbe arrestata. E qualcuno l’avrebbe uccisa.

Occupatevi voi di tutto, pensò. A me non interessa più. Addio.

 

“A-15!” La raggiunse un sussurro. “Qui!”

Scattò in piedi quasi automaticamente.

Di fronte a lei stava un ragazzo con i capelli troppo biondi, sparati ovunque, tutto vestito di nero come un catafalco funebre, un darkettone o un attore di teatro sperimentale. Se ne stava raggomitolato dietro un cassonetto, fradicio.

Le fece cenno di avvicinarsi.

Si staccò a malincuore dal corpo del suo ragazzo e si avvicinò di un passo.

“Chi sei? Cosa vuoi?”

“Z-20,” si presentò il ragazzo. “Ho qualcosa da dirti sulla Missione Finale.”

“Non mi interessa.”

Ti interessa.” Insistette Z-20.

La ragazza guardò ancora il cadavere e tacque. Z-20 intervenne: “Ho poco tempo. Non posso stare qui. Lo amavi, vero? La vita ora ti sembra senza senso, vero?”

Il tono era così casuale che la ragazza si indispettì. “Esatto. Completamente senza senso. Non mi sembra. Lo è. E per tutti quanti. Torna da loro e di’ che mi vengano pure a prendere. Non resta molto tempo a nessuno, in ogni caso. Accetta un consiglio: abbandona il KBA e muori abbracciato a chi ami.”

Il viso del ragazzo si scurì. “Non lavoro più per loro. Ho scoperto qualcosa che potrebbe sconvolgerti. Ti hanno mentito. Ma tu sei in una buona posizione. Devi ascoltarmi. Ho bisogno di te. C’è ancora qualcosa che puoi fare per lui. Io posso offrirti la vendetta. Ma devi scegliere. Combatti, o abbandoni?”

La parola vendetta suonava meglio alle sue orecchie che la parola missione. Le si riaccesero gli occhi.

“Combatto.”

Una mano si protese verso di lei. “Devi venire con me. Non possiamo parlare qui. Sei pronta? Muoviti.”

Lei guardò un’ultima volta il corpo del suo ragazzo, gli baciò le labbra. Sentì una forte sensazione di surreale pervaderla.

Infine si staccò. “Sono pronta.”

Z-20 scostò il bidone. Sotto c’era un tombino buio. Lo scoperchiò.

“Salta.” Disse.

E lei saltò.

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Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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