La malattia della conchiglia.

Montecchio, 1397. Residenza dei nobili signori Gambacorti.

“Lotti, cos’avete?” mi giunge una voce dolce. Io taccio e guardo il bosco dalla finestra, il corso dell’Arno che fluisce e rifluisce, così gelido e limpido, a senso unico come la vita.

“Ho freddo, madre. Dio mi è venuto a prendere.”

Lei stringe le labbra. Quanta fatica per avermi, povera madre, e che delusione per voi e per il signor padre, ormai troppo vecchio per procreare ancora. Eppure non posso farci niente: ho freddo, tremo. Sto per morire.

L’acqua scorre sotto alla mia finestra. In certi giorni è impetuosa, come il dolore che mi tormenta, ma oggi è calma, perfetta, stupenda.

Con le labbra succhio la conchiglia che porto appesa al collo. Era di lei e ne porta il sapore. Il resto è tutto un profondo e sporco segreto, un’ingiustizia che solo Dio può vendicare. E lo sta facendo tramite me.

Di bambini e bambine senza padre né madre ce ne sono molti che girano da queste parti, dacché ho memoria. Eppure, anche se sono più belli, più sani e più forti il sangue che portano è sbagliato, non è sangue dei Gambacorti.

Così era Viola quando un inverno la cuoca la raccolse dalla strada perché facesse la serva da noi. Era scalza e quasi nuda, senza nome, la presero e la rivestirono e la portarono a battesimo. Dodici anni e niente seno, niente forme, ancora bambina, e tremava, tremava, stava per morire congelata. Poi cominciò a vivere con noi. Io avevo un anno più di lei. Lei lavava i pavimenti, a me invece mi vestivano di tutto punto, mi preparavano a fare il cavaliere. Mio padre, Coscio Gambacorti, mi diceva: “Respira da queste mura, qui ha vissuto Guido da Montelfetro! Tu sei figlio della nobile casata Gambacorti, sei destinato a divenire un grande condottiero, padre di lunga dinastia!” Era contento il mio signor padre che fossi maschio. Sia maledetto, sian maledetti tutti! La spada, l’armatura, la cotta, la maglia, il ferro… e io cadevo, cadevo, cadevo. Non ero portato a fare il cavaliere, la mia salute già vacillava. Mio padre s’infuriava e mia madre, sottomessa, taceva. All’ennesimo fallimento mi lasciarono solo nel mio letto e piansi, avevo quindici anni. Venne Viola. Mi portò vino caldo con la cannella in piena notte, e mi baciò le labbra. Lottai contro la febbre e la malattia, dovevo guarire per lei. Iniziai a farle regali di nascosto, un monile rubato a mia madre, un antico pettine, un bracciale d’oro. Lei prese una conchiglia dal bordo del fiume, non aveva altro da darmi. Me l’appesi al collo. Passarono i mesi e non mi alzavo. Venne il cerusico dalla certosa di Calci e disse a mia madre di farmi riposare e di pregare per me. Scoprii anche Viola a pregare, m’infuriai, io non sarei morto, glielo dissi. Ma prego per questo, mi disse e si toccò la pancia. Tacqui e pregai anche io, perché non c’era soluzione, che nessuno lo sapesse, ci aiutasse Dio. Nel frattempo mio padre seguitava a infuriarsi per la mia malattia, erano le mollezze di mia madre che m’avrebbero fatto morire come un verme, per guarire non si sta a letto, si deve lottare. Mi portò nel bosco e mi ci lasciò tre notti solo in pieno inverno, armato di spada e pugnale, per temprarmi. Avevo così freddo che a un certo punto svenni, cercai di tornare al castello ma non mi fecero entrare. Caddi nella neve, sulla riva del fiume, e nel delirio della febbre vidi due figure venire avanti. “Lotti,” sentii gridare, era un grido disperato, lacerante. Era la voce di Viola ma faticavo a rialzarmi. Incespicai. Un uomo mi venne vicino, era mio padre. Teneva in braccio un neonato, che tremava per il freddo. “Ecco il frutto del vostro peccato,” mi disse, “gettatelo nel fiume.”

“Cosa dite, padre?”

“Dovete rimediare a questa vergogna. Forza, o devo farlo io? Voi siete promesso in sposo, due famiglie si devono unire.”

Viola scoppiò a piangere. “È battezzato,” gridò, “l’ho battezzato alla Certosa, Lotti, non potete farlo, vostro figlio è creatura di Dio!”

La lama di mio padre le trafisse il petto. Cadde nel fiume, il peso del suo corpo spezzò il ghiaccio. Un poco di vapore, poi il niente e una chiazza rossa sulla neve. Dalla mia bocca aperta uscì una nuvoletta. Il bambino urlava come Cristo.

“Datemi mio figlio.” Sguainai la spada.

“Questo è il figlio d’una serva e non crescerà nella mia casa. Avete dimenticato il vostro lignaggio?”

Mi mossi verso mio padre e menai il fendente. Ma egli fu più veloce, naturalmente. Gettò il bambino in acqua e sentenziò glaciale: “Che raggiunga sua madre.”

Mi gettai in acqua. Riuscii a prenderlo, ma quando riemergemmo era già morto. “Io vi maledico,” gridai a mio padre, o meglio tentai di gridare, ma era un filo di voce. Tenevo con una mano la conchiglia che Viola mi aveva regalato e con l’altra il bambino morto. “Invoco Dio, padre, mi uccida la malattia, e il vostro patrimonio se lo mangino tutto i preti! A loro lascerò ogni cosa, a quei monaci devoti che l’hanno battezzato. Che Dio mi aiuti, sono l’unico erede, e non ce ne saranno altri. Che questo bambino che avete ucciso sia l’ultimo della nostra stirpe.”

 

Il podere di Montecchio passò da Coscio al figlio Lotto che, ammalatosi all’età di 20 anni senza eredi, fece testamento e lasciò tutti i suoi beni alla Certosa di Calci, che ne prese possesso dopo la sua morte, avvenuta nel 1397.

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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