La Città delle Ragazze (V): Elettra

insetto stecco

Elettra abitava da quattro anni nella Città delle Ragazze. Ma era al secondo anno di triennale, biologia. Il primo appartamento era in un complesso di edifici a forma di veliero, in periferia. La finestra di camera sua aveva la forma di un grande oblò.

Si affacciava la mattina e rimaneva a fissare la strada a due corsie al di là del cortile del condominio. Oltre si stagliava la figura di una cisterna d’acqua, alta una trentina di metri. Sulla cisterna era impresso il simbolo della città, una croce con dei pallini bianchi, su sfondo rosso. E lei la guardava senza capire bene che significato dare alla prima immagine di tutte le sue mattine.

Le mancava Ravenna a volte. Le mancava sua madre, ma non vedere i progessi della malattia sul suo volto. Le mancava il lungomare anche se a pensarci bene detestava il mare. Pensava che si potesse aver nostalgia di qualsiasi cosa infondo, da nostalgici di natura. In effetti cullarsi in quella malinconia le era congeniale.

Talvolta, quando il rumore delle coinquiline entava in collisione con la sua necessità di isolamento, usciva nel campo attorno alla cisterna. Un campo incolto, con erbacce alte e spinose, pieno di rifiuti.

Cercava del Rubus, un comune rovo da more. Aveva con sè delle forbici da giardino e un sacchetto. Da circa un mese, nel disgusto delle altre ragazze di casa, allevava in una gabbia di plastica un insetto stecco. E il rovo era il suo pasto, fortunatamente reperibile nel campo vicino casa.

Poi si trasferì vicino al centro, in un bilocale al primo piano di un vecchio palazzo. Da sola, indisturbata nel suo silenzio. Al contrario delle scale, la sua casa profumava di acqua di rose. Il pomeriggio si sedeva verso le tre al tavolo di cucina con un libro di biologia delle superiori aperto, per ripassare alcune reazioni di sostituzione nucleofila per l’esame di chimica organica.

L’insetto stecco stava immobile per tutto il tempo dello studio, nella sua gabbia di plastica sul comodino accanto alla porta d’ingresso.

Studiava fino alla chiamata di sua madre. Che la aggiornava sul risultato delle analisi, sulla fine o l’inizio del ciclo di radioterapia. E lei ascoltava diligentemente e rispondeva con tono rassicurante e calmo, pensando a tutt’altro.

Messa giù la cornetta del fisso si alzava e andava in camera sua. Una camera di ragazzina, una fotocopia che si replicava in ogni appartamento dopo Ravenna. Pupazzi, glitter, gadget, poster, collezioni di cd, riviste, tre scaffali di libri, magliette di gruppi. Dai sedici ai ventiquattro anni camera sua non era mai cambiata.

Mise un cd dei Dillinger Escape Plan. E cacciò fuori un urlo dal petto, scomposto, un flusso di aria combinata ad una modulazione casuale delle corde vocali. Poi aprì un libro quasi smembrato, con la costola praticamente disintegrata e rimase a fissare Saturno che divora i suoi figli, di Goya.

Un quarto d’ora.

“Io non ho bisogno di farmi del male per ricordarmi che sono viva”. Pensò.

L’ultima storia con un ragazzo era vecchia di due anni. Ogni tanto lui arrivava di notte e si attaccava al suo campanello. Tanto lei, prima delle quattro di mattina, non si addormentava mai. Prima o poi, tutte le volte, gli apriva la porta e lo faceva entrare. Ma non con la stessa facilità riusciva, ore dopo, a convincerlo a tornarsene da dove se n’era venuto, ovvero Ravenna.

Il ricordo delle botte, il sapore del sangue dalle labbra, gli occhiali per quella vista non più perfetta dopo quel pugno, erano ancora troppo vive. Mai una volta il tentativo di riprendersela di Luca era andato a segno. Elettra aveva ben chiaro cosa aveva passato e cosa avrebbe passato di nuovo. Ma era incapace di recidere del tutto il legame.

Luca passava ore a ripeterle che era cambiato, che era ora di riprovarci, che non si può essere condannati per uno sbaglio per sempre. Ma Elettra era sospesa in una terra di nessuno. Prima veniva lui, l’unica educazione di uomo, dopo sarebbe venuto qualcos’altro, che non osava neanche sbirciare.

Un ragazzo gentile la cercava da un po’. L’aveva conosciuto in fumetteria, mentre lasciava una fanzine su cui scriveva. Vestiva sempre un cappotto nero lungo, aveva dei capelli legati all’insù con dei ciuffi raccolti dietro le orecchie e gli occhi truccati. A Elettra piacevano i dark, ma non fu colpita da quello quanto piuttosto dai modi delicati e gentili.

Lo contattò per scrivere su quella fanzine e lo rivide ad un caffè. Portò un testo di mezza pagina, a mano, ispirato a Goya, a Saturno che divora i suoi figli. E si firmò Ragno.
Si presentò con un cappello con le orecchie da gatto e l’insetto stecco nella gabbia di plastica.
“Devo portarlo al negozio di animali per dare via le uova che ha fatto”

Il ragazzo non si scompose più di tanto delle stranezze. Neanche del biglietto da visita che gli lasciò: “Elettra”, uno sfondo di cani chihuahua, l’improbabile indirizzo di Via Rasponi e il numero di cellulare.

Rimase in giro fino a tardi col ragazzo e poi tornò a casa, un po’ emozionata e con la voglia, dopo tanto tempo, di uscire con qualcuno ancora.

Passò il giorno dopo sperando di essere chiamata, le arrivò un messaggio sul telefono. Un appuntamento la sera stessa, per vedere un concerto in un locale.

Forse stava iniziando il dopo, la pausa era finita.

Si preparò a lungo, tra bagno e lo specchio di camera. Tirò fuori nuovamente gli stivali alti fin sotto il ginocchio e la gonna di pelle. Un concerto dei Sister of Mercy meritava un look adeguato. E anche il ragazzo. Era di buon umore.

Suonò il campanello, verso le 7. Andò ad aprire pensando fosse passata la padrona di casa per l’affitto. Sul tavolo il libro di biologia aperto all’ultima pagina letta nel pomeriggio. La cornetta del fisso staccata, almeno per oggi. L’insetto stecco sul Rubus, dentro la sua gabbia vicino l’ingresso. Due ore e il ragazzo dagli occhi truccati sarebbe passato a prenderla, due ore e ci sarebbe stato lui dietro quella porta. Aprì con il borsellino in mano, che conteneva esattamente i 470 euro per l’affitto.

Ma si trovò davanti Luca.
“Posso entrare?”. Ed entrò lo stesso. Lei rimase impietrita, non era mai venuto prima di mezzanotte.

“Perchè non rispondi ai messaggi? Mi sono preccupato”.

La spinse all’indietro e poi perse l’equilibrio, urtando la gabbia che cadde a terra aprendosi. Era ubriaco, puzzava di vino.

Elettra era spaventata, molto più del solito

“Ma sei venuto da Ravenna in questo stato?”

“Non sono mai tornato a Ravenna. Vivo qui, ho trovato casa. Ho passato una settimana a dormire in macchina per te amore. Io non ce la facciò più”

Le tirò uno schiaffo con l’esterno della mano. Elettra si aggrappò al tavolo alle sue spalle.

“Hai staccato il telefono, anche. Puttana!” Urlò Luca vedendo la cornetta sollevata. “Non mi volevi proprio sentire eh!?”

Prese il telefono, lo staccò e con la cornetta prese a picchiare la ragazza sul volto.

Elettra cadde a terra, perse i sensi.

Un leggero solletico sulla guancia e il rumore del cellulare. Aprì gli occhi, qualcosa le camminava sul volto. L’insetto stecco. Si alzò sul busto e si toccò il viso, faceva malissimo solo ad essere sfiorato. Non riusciva a chiudere la bocca. Si sentiva lo zigomo esplodere.
Sua madre la stava chiamando al telefono. C’erano tante chiamate e qualche messaggio. Sembrava mattina dalla luce in cucina.

Rispose

“Buongiorno mamma. Sì, tutto apposto. Sto bene. Sì dai. Non preoccuparti se non ti ho risposto, ieri sono stata un po’ male, sono andata a letto presto.”

Riagganciò dopo poco. Si tirò in piedi. la sua immagine nello specchio le fece tanta pena. Era ancora vestita come il giorno prima. Luca dormiva nel suo letto vestito. Il suo volto era tumefatto, cercò del cotone e del disinfettante tra le cose sparse. Passò davanti al vecchio libro di storia dell’arte.

Saturno che divora i suoi figli.

Pensò che al negozio di animali le avevano detto che gli insetti stecco divorano le proprie uova prima della schiusa.

Pensò che avrebbe preferito non essere mai nata piuttosto che essere divorata dalla vita.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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