La città delle Ragazze (Prologo): Lala, infine.

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– il primo capitolo de La città delle Ragazze puoi leggerlo qui –

Si era preso una mattonata in faccia. Ma non erano tanto i denti rotti o lo zigomo raddoppiato, era piuttosto quel tedio che se lo stava divorando dentro da giorni. Più si sforzava di far andare le cose dove voleva lui, più tutto quanto attorno si guastava, un pezzo alla volta, fino a rendere ogni tentativo vano. Viveva tutto con un secondo pensiero che lo distoglieva dall’essere partecipe di qualsiasi cosa stesse facendo. Gli parlavano, lui pensava ad altro. Faceva una cosa ma aveva fretta di finirla per tornare dritto a quel pensiero fisso. Come se pensarci in continuazione contribuisse a sbrogliare la matassa e invece il cruccio se lo stava mangiando vivo.

Chi lo conosceva bene aveva sentito la puzza a due metri. Qualcosa bolliva in pentola ma lui aveva lo sguardo di pietra mentre sotto questi sentimenti sbriciolavano la roccia e squartavano le budella.
Maledetto il giorno che quel pensiero è nato, avergli permesso di chiarificarsi nella sua mente ha voluto dire perdere il controllo.
E’ nato come un sospetto, o per meglio dire una curiosità, ed è finito per dettar legge alle sue giornate.
Si svegliava la mattina azionandosi con un pilota automatico mentre il suo cervello svolgeva complessi calcoli attorno al problema, in completa e perfetta autonomia. Come le due mani di un musicista, perfettamente indipendenti.
Trattava il prossimo come un problema da gestire nella circostanza in cui si manifestava, appena risolto preferiva rimanere da solo attendendo che un illuminazione ponesse fine a questa ansia che non sale e non scende.
Ancora più intollerante si era messo a pranzare da solo, nell’unico momento della giornata in cui trascorreva un ora disteso con qualcuno che apprezzava.

Più che le ore passavano più le sue corde si tiravano avvicinandosi al punto di rottura.
Che fare quando non si ha il polso della situazione? Quando dire basta non ha alcun effetto?
Per quanto si sforzasse nulla che potesse dirsi o fare contribuiva a gestire la cosa. Solo moltiplicava le domande e gettava ombre su certezze acquisite.
In una mano aveva un bicchiere di carta bianco con il coperchietto di plastica, quelli da fastfood. Dall’altra le chiavi della macchina.
Me lo ricordo abbastanza bene, nella luce azzura e arancio del tramonto. Si è alzato dai tavolini del bar ed è andato all’auto.
Due giorni prima si era fatto i capelli molto corti. Li aveva praticamente rasati, solo una striscia di un centimetro gli attraversava il centro della testa.
Aveva meno occhiaie, allora avrei detto che aveva dormito la notte prima, ora non saprei.
Si allontanava di spalle con quei jeans lisi dentro cui stavano il suo culo secco e gambe scheletriche.
Mi aveva detto in un raro momento di coincidenza tra in e out del suo monologo monofase: “Avresti dovuto vederla come si muoveva. Sembrava che volasse sopra il pavimento. E’ come se quella sua aria di stare per morire fosse l’unica cosa autentica che avessi visto da quando sono qui. Un giorno quando viene vento lei vola via. E io starò qui a guardarla andare senza dire niente”.
Ci ripensavo e lui chiudeva dietro di se la portiera. Non sapevo se sarebbe tornato, se sarebbe tornato intero, se avesse voluto farsi vedere di nuovo in giro.
“The gangs all here” dei Dropkick Murphy’s”, ma io avrei messo “Kiss me I’m shitfaced”.
Lui però non aveva autoironia, vedeva tutto come una tragedia del cazzo.
Solo così era in grado di manifestare qualcosa. Con il sentore di stare per prendere un calcio nel culo, non sapeva vivere altrimenti.
E il calcio se l’era perfino andato a prendere.
Entrò in quella bettola infestata dalle blatte. Un tizio senegalese si stava facendo fare delle minuziose treccine ultra corte sulla sedia di Mama.
Chiese di lei, gliela indicarono ben volentieri due metri più in la, nella galleria interna di quel palazzaccio.
Uscì spavaldo dal coiffeur sicuro di andare incontro al plotone.
“Ho sempre vissuto per i cazzi miei, chi sei tu per farmi mandare a puttane la mia indipendenza?”
Credo si sia chiesto questo mentre cercava di analizzare la sua testardaggine.
Due metà di lui che si mandavano ben volentieri a fanculo, a vincere era sempre e comunque quella più distruttiva e autolesionista.
Vide il tizio coi cani e la chitarra classica con tre corde. Cantava una roba tipo l’inno del partito comunista americano.
Si chiamava tipo Kevin o Herbert o Alexi. Si era fatto il grounge a Seattle e una marea di spade.
Poi finito il bordello se n’è andato qui in Europa.
Lui sapeva di Herbert o Alan o Ernest o come cazzo si chiamava. L’americano più o meno sapeva chi era lui.
Si guardarono e lo straniero smise di strimpellare le corde, si alzo e portò i cani a fare una girata.
“C’è Lala?” Immagino abbia chiesto.
“E’ là all’internet cafè che controlla la posta” Gli fa uno della banda.
Fa due passi incerti poi la vede dalla vetrina di spalle appollaiata su uno sgabello alto. Riconosce quel caschetto disordinato color cenere. I piedi non le toccano terra, li muove come una bambina che sgambetta sul seggiolone mentre scrive sulla tastiera.
“Ti cercavo, pezzo di merda”. Credo che abbia iniziato così la “conversazione” il nemico per cui era andato a perdere la faccia. Lo sorprese alle spalle poco prima di raccogliere il coraggio ed entrare da lei.
Avrebbe voluto almeno l’occasione di balbettarle qualcosa. Di fare la figura del cazzone, di manifestare quella sua afasia totale per l’esternazione, farle intravedere un briciolo della sua imbranataggine. Vedere l’imbarazzo o la sorpresa nei suoi occhi quando finalmente si fosse dichiarato in un internet point mentre lei con un occhio avrebbe continuato a guardare il pc.
Mentre un manrovescio dopo l’altro lo scaraventava all’indietro pensava a lei che oscillava da una parte all’altra della stanza, roteando sui suoi piccoli piedi, ridendo senza controllo appena qualche sera prima.
Cascò su un cumulo di sacchi neri della spazzatura.
Da terra vide il volto del suo nemico, poi scarponi sulla faccia, faceva difficolta a pararsi, distratto com’era da quel bel pensiero.
Le immagini saltavano disturbate come un disco rotto.
Dalla finestra di un appartamento vicino qualcuno ascoltava Starman di David Bowie.
Un flash di lei che gira la bottiglia di birra con due dita, gli parlava si girava a salutare qualcuno. Rideva per lui o con lui, non l’ha mai capito.
Una tristezza incredibile lo prese mentre i colpi continuavano ora a travolgerlo sul petto.
“non ti è bastata la mattonata in faccia, eh stronzo? non ci vuoi proprio sentire?”
Un tizio passa accanto ai due ma presto se la da a gambe.
E’ contento così, vuole andare infondo a questa cosa: per me non avrebbe voluto essere tratto in salvo da nessuno, neanche da lei.
L’altro gli sputa addosso: “Che cazzo hai da ridere? Vuoi che t’ammazzo?” E gli fa vedere il coltello.
Lui intanto chiude gli occhi e immagina di essere entrato in quell’internet point.
Entrando la da lei avrebbe fatto una faccia tragicomica, di quelle che gli ho visto fare tutte le volte che ha rischiato qualcosa. In realtà se la sarebbe cavata meglio di quanto lui si aspettasse da se stesso, ma anche nella sua ultima fantasia rimane a mani vuote. A vincere è ancora la sua visione da cane bastonato.
“Lo sai come stanno le cose, lo sai da quando ci siamo conosciuti. E’ una cosa impossibile”
Fidatevi, avrà immaginato lei dire cosi.

Quando ha riaperto gli occhi stava sul mio sedile posteriore.
Aveva un taglio che gli attraversava da parte a parte la pancia.
Lui mi ha chiesto qualcosa su com’era andata.
“Quando sono arrivato lo stronzo se l’era già data a gambe” Gli ho detto.
“Figlio di puttana… e lei? lei s’è accorta, c’era sempre?”
“Si, ha detto che ti verrà a trovare appena starai meglio”.
“Davvero!?”
“Si, sul serio, t’ho mai detto cazzate io?”
Flavio chiuse gli occhi mentre guidavo sulla corsia degli autobus verso il pronto soccorso.
Alla radio davano i Jesus and Mary Chain, il sole era quasi sceso del tutto. C’era un bel vento di fine primavera, non potevo vedere il suo volto la dietro, ma so che neanche in quel momento la sua smorfia lo aveva abbandonato. E spero sia morto con una bella bugia.
Addio figlio di puttana.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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