La città delle Ragazze (IV): Arianna / La ragazza “?”

torrefaro

Arianna se ne stava in piedi dietro di me con uno sguardo furbetto e le forbici in mano. La vedevo riflessa nello specchio lungo nel corridoio, prendere le misure come faceva sulle sue tavole.
Solo che questa volta era la mia testa ad essere affidata alle sue mani.
Chiederle di tagliarmi i capelli mi sembrava un modo intelligente di distrarla un paio d’ore da quel pensiero fisso. Arianna era incinta, di quasi due mesi. E il padre se n’era tornato a Civitavecchia in sella alla sua Harley, probabilmente a tirare sassi dal cavalcavia o cocaina dal naso.
In ogni caso era scomparso dopo averla portata a Capo Nord e poi ad Amsterdam. E aver fatto il danno, scegliete voi in quale dei due posti.
La donna delle pulizie ogni tanto passava dietro di noi lanciando sguardi perplessi.
“Sei sicura di quello che fai?”
Arianna sembrava sicura di qualsiasi cosa, anche se in realtà non lo era affatto.
Mentre mi rasava la nuca raccontandomi che aveva iniziato a fare incisioni, sfogliavo i bozzetti di un fumetto a cui stava lavorando. I volti noti dei personaggi, di individui incrociati o conosciuti per Pisa, trasfigurati in quella sequenza di vignette nervose, dal segno tremolante dell’acquarello.
Avevamo passato gli ultimi due giorni in giro per consultori senza riuscire a fissare un incontro.
Arianna aveva 19 anni, un cesto di capelli ricci, biondi cangianti rosso. Per scherzo la chiamavo Kidman, ed era mia amica.
Stava a casa di suo padre, una casa da docente universitario, piccola, funzionale come la mente di un uomo di scienza impone. L’eccessiva essenzialità era smussata dal tocco di Arianna, dal suo disordine, dai fogli disegnati ovunque, dalla cucina in perenne caos, dalle tazze di tè lasciate sulle mensole, sui davanzali, in terra. Dai calzini sul tappeto. Una casa in quella piazzetta adombrata perennemente da una serie circolare di pini mediterranei.
Lui, il padre, non c’era mai, se non la sera, quando rientrava con la compagna e occasionalmente lo incrociavo.
Lì a casa di suo padre, io e Arianna avevamo fatto gli ultimi due pranzi di Natale. Io e lei, un uovo al tegamino e avanzi del frigo svuotato. Non avevamo esattamente due famiglie ordinarie, per trovarci lì a farcela prendere bene a Natale, purchè lontani dalla famiglia.
Sua madre stava dall’altra parte della città, una distanza incolmabile le separava da un po’.
Quando tirai su lo sguardo dai bozzetti vidi cosa stava combinando Arianna.
I miei capelli scendevano lateralmente sul viso, lunghi, facendo a destra un ricciolo scomposto. Dietro invece erano sfumati altissimi, quasi un tagli da donna. Avevo due “c” che da sopra le orecchie accompagnavano il mio profilo fino alla lunghezza del mento.
Ci siamo guardati seri per qualche istante e poi siamo scoppiati a ridere.
“Sono splendidi, la tua firma”
“Aspetta che te li spunto.”
Avevo ventidue anni e pesavo 64 chili e mi sembrava di poter comunque rovesciare la sorte, mia e di chiunque altro attorno.
“Andrà tutto bene”.
Con lo sguardo mi chiese conferma.
“Sì. Lo bevi un tè?”
E bevemmo un tè sul divano, rimanemmo a parlare fino a buio, fino a che suo padre passò a cambiarsi le scarpe e riuscì. Fino a che il pensiero di quella vita nel grembo per un attimo scomparve e Arianna si addormentò. Sulla poltrona. La coprii con una coperta e uscì di casa senza far rumore.

Gambe conserte
così si siede chi ha capito le regole di gioco.
Mi chiamo Arianna
e oggi ho mangiato davvero molto poco
ho un cucchiaio assieme al cestino della merenda
penso che mangerò solo yogurt.
Divarico le gambe
così si adegua una bimba
alle regole asettiche della maestra
E il metallo dentro e la sonda e lo schermo
Ho una bella mano che disegna cose graziose
sulla carta
i miei sogni sono i più limpidi del mondo
e non è che mi impressioni più di tanto
rimanere sveglia più del mio bisogno
E non so dire ancora
se le pesa sul serio
ma è una boccata d’incoscenza
*****
Affronta con un sorriso
anche la maestra
E poi arriva il momento di riporre
nuovamente
le gambe conserte
e via tutti gli strumenti
e via l’errore
tornare a giocare
tornare
semplicemente.

il mare è una falce,
hai detto.
il sole è basso
e scava il volto
con poca luce,
è la tua ora migliore.
equilibrio precario
di una bottiglia,
voltata verso il vetro
mi rifiuti lo sguardo:
giochi d’imbarazzo
giochi nascosti
in una macchina
con il nome,
quasi perfetta
giornata
trascorsa
ad anticiparsi
le parole.

In una città lontana, sul mare,  viveva una ragazza con l’aria da eterna bambina. Indossava anfibi, gonne lunghe e corte, manicotti e cappelli da uomo. Aveva una decina di orecchini e un piercing al naso. Una frangetta e i capelli mori mossi che le scendevano dietro la schiena. Il suo viso non riesco a spiegarvelo. Una ragazza mediterranea, con un taglio degli occhi quasi orientale. Zigomi alti e una bocca grande e carnosa, carnosa come quella delle donne africane. Ma la sua pelle era bianca, pallida nelle stagioni fredde. Un ritratto dell’anemia. D’estate invece si accendeva con l’abbronzatura del sole di quelle latitudini.

La città era un saliscendi continuo. Di fronte un braccio di mare, alle spalle i monti.
Quando l’ho conosciuta se ne andava in giro con una macchina rossa piena di adesivi, in giro per quei saliscendi. Oppure a piedi con al guinzaglio un cagnone. Abitava in un palazzo di cui io vidi solo il portone esterno, al centro di quella città. Io sapevo dai suoi racconti cosa c’era dentro a quel portone. La ragazza cantava dalla finestra di camera sua ogni sera. Dalla finestra che dava su un cortile interno e da cui lei scappava o da cui faceva entrare di nascosto i ragazzi.

Si chiamava “?”, come il protagonista di un racconto che scrisse. Ma quello era un uomo, il protagonista, che aveva un cagnone e che se ne andava in giro con una macchina a cui aveva dato un nome. Come lei. “?” come il personaggio che aveva inventato per dire di se a me, che venivo da lontano, venivo dalla Città delle Ragazze, per la prima volta, un giorno d’ottobre. Un giorno caldo, quasi un’appendice d’estate.
“Come il vino giunge al cuore, l’amore giunge alle labbra”. Disse, tra le prime cose pronunciate mentre avevamo stappato una bottiglia che aveva in borsa.
Passai la notte in treno e poi la mattina su un aliscafo per giungere fin laggiù. Venne a prendermi al porto, in macchina con altre tre ragazze. Scesero subito dopo e rimanemmo in macchina soli. Impantanati sulla sabbia della spiaggia, sotto un temporale, per un intero pomeriggio fino all’ultima ora del giorno. Tornando si ruppe uno specchietto, incrociando una macchina su un tornante. Scese per controllare, parcheggiando davanti al portone di casa sua. Vicino alla sua finestra. La finesta dove da ogni sera si affacciava, dove ogni sera entrava chi le faceva visita. Il suo ragazzo, i suoi amici.
E dalla quale usciva la mattina presto, passeggiando come “?” si soffermava sotto una finestra dalla quale proveniva il suono di un violoncello. Alle volte si affacciava da una porta socchiusa del Teatro comunale, per osservare le prove del Balletto.

Mi svegliai tre giorni dopo chiedendomi se “?” sia effettivamente mai esistita, se il salmastro sui vestiti e in bocca e nei capelli fosse della mia passeggiata di ieri notte o appartenga realmente a quella sospensione del tempo che mi pareva fosse accaduta e che decisi di chiamare amore. Mi resi conto di non riuscire a ricordarmi il viso di “?”. Mi svegliai mentre il telefono squillava e squillava ancora. Tre chiamate senza risposta di Arianna. Mentre io ero altrove, in un tempo altro, lei si tolse quel peso da sola. E allora presi un aliscafo e un treno e viaggiai per un giorno intero ancora, indietro, per tornare alla Città delle Ragazze, per tornare quantomeno a leggerle un libro a voce alta.

Mentre infine ero lì, seduto accanto al letto, mi chiesi come facesse Arianna ad essere così tranquilla. E capii che non lo era affatto. Pensai che l’amore si possa dissolvere così come capita o a volte lo si possa gettare, con tutte le sue conseguenze, in un cassonetto della spazzatura. Ma non si potrà mai fare finta che non sia mai accaduto.

Gabriele Neri

 

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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