La città delle ragazze (II): Erika

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Ci sono vari modi per bucare la pelle dei polpastrelli. E vari motivi per iniziare a farlo.
La prima volta, durante l’ora di educazione tecnica in terza media, fu con un compasso. Erika fece penetrare la punta sottopelle, per poi farla sbucare neanche un centimetro più in là. Due buchi ravvicinati, una tecnica indolore.
In un’ora poteva fare decine di buchi sulla punta delle dita. Dopo qualche giorno rimuoveva la pelle secca mordendola via, nell’ora di matematica.

Niente a che vedere con quella volta da piccola, nell’ambulatorio medico per uno striscio di sangue.
Con un aghetto l’infermiera le fece sanguinare l’indice, prima di appoggiarlo su di un vetrino.
Non fecero in tempo a tamponarlo con la garza che lei se l’era già messo in bocca.
Le piaceva il sapore del sangue.
Da bambina, quando le sanguinava il naso, lasciava che le colasse sulle labbra per poi leccarlo.

La scoperta del dolore avvenne invece un giorno di tarda primavera, in prima superiore, quando le fu chiaro che non avrebbe passato l’anno. Tra le mani aveva un pagellino del bimestre da far riavere firmato dai genitori entro due giorni.
Erika non aveva nessuna intenzione di mostrarlo ai suoi, lo aveva intercettato nella cassetta della posta. Stette un’ora seduta sul bordo del letto in preda ad angosce e sensi di colpa.  Ci aveva provato a mettersi sotto, ci aveva provato ma sapeva non abbastanza. Mesi prima aveva pensato che presto o tardi avrebbe recuperato coi voti, che  i professori avrebbero abbassato le pretese, che in un paio di materie meno di sei non si potesse dare alla fine dell’anno.
Ad ogni modo era in questa situazione, schiacciata dalle recriminazioni verso se stessa e in maniera maggiore dal timore dei suoi genitori: non per averli delusi ma dal fastidio che le provocavano i rimproveri e le smisurate punizioni. Se li figurava davanti. Non aveva intenzione di sorbirseli già a maggio, voleva ancora un mese di tranquillità. Avrebbe aspettato i cartelloni di giugno.

Perciò uscì infilando il pagellino nella borsetta. Arrivò fino al campo di calcio nel cortile della scuola. Si calò oltre la rete di recinzione dietro la porta ed entrò nel cortile abbandonato di una vecchia catapecchia. Oltre la porta di legno marcita d’umido c’era un piccolo spazio fresco per via dei muri in pietra, vuoto. L’unica cosa dentro la baracca era un secchio che le arrivava a mezzo busto, colmo d’acqua.Prese la busta da dentro la borsa e con un accendino le diede fuoco fino a che la fiamma non raggiunse il pollice e l’indice con la quale la reggeva. Poi fece cadere le ceneri rimaste dentro il secchio nel quale galleggiavano un paio di coleotteri annegati.

Nel farlo, si bruciò le dita.
Pensò a quando l’indomani sarebbero state dolenti per via delle galle d’acqua che vi si sarebbero formate. Pensò, accendendosi una sigaretta dentro quella casetta, a quando una comapagna le spense addosso una Winston dentro lo spogliatoio di pallavolo. Alla frustrazione di dover avere a che fare con il peggiore dei cazziatoni, quello del te l’avevo detto, dell’adesso cambiamo registro, del d’ora in poi ti scordi di fare come vuoi.

Erika avrebbe voluto tirare in faccia a sua madre un volume di latino pesantissimo, rompere una bottiglia di vetro a tavola, mandare suo padre affanculo. Ma tutto quello che fece fu affondare nella parte interna dell’avambraccio sinistro la sigaretta ancora accesa. Nel farlo si impose di non emettere alcun gemito, fino a che la fiamma non si fosse spenta del tutto. Squarciata dal dolore vivo nella carne lasciò cadere a terra il filtro, emettendo un’unica sillaba amorfa con la bocca spalancata e le lacrime agli occhi. Rimase paralizzata così per un tempo indefinito, ma subito dopo l’adrenalina e non appena il dolore smorzò la sua presa, un senso di svuotamento interiore, di sollievo, di leggerezza la pervase, allontanando il rimorso e l’angoscia della giornata. Non era una punizione autoinflitta, affatto. Era un’emozione così lancinante e pervadente in grado di soffocare qualsiasi tumulto e irrequietezza di fondo. Il principio di farsi male altrove e più intensamente per non sentire un dolore minore. Anche se per pochi istanti.

Cominciò così, per caso. E divenne una cattiva abitudine. In giro aveva preso a farsi chiamare “Ultima”. Ultima era diversa perchè indossava sempre dei manicotti viola fatti alla buona. Tagliati in cima per fare uscire il pollice e dall’altra fessure, le altre quattro dita. Sotto ai manicotti c’era una fila ordinata, orizzontale e infinita di microtagli figli di una lametta da barba. Le brutte bruciature vecchie d’un paio d’anni rimanevano a segnarle le braccia.

Ultima aveva un completino, una divisa con la quale si presentava in pubblico. “Sono fatta di ceramica”, diceva ai ragazzi che la volevano baciare. Non parlava quasi mai e trovava assurdo che la domanda più frequente degli adulti fosse: “Erika, ma perchè non dici mai una parola?”. Che cosa avrebbe dovuto rispondere?
Detestava andare a scuola la mattina, detestava la folla, mischiarsi, sopportare. Ma di buon grado tornava di pomeriggio quando tutti erano andati via, per scrivere in santa pace, seduta ai tavolini di legno davanti alla biblioteca chiusa.

“Con questo sorriso dai denti serrati io trattengo le mie parole al sicuro in bocca. Lo so che la felicità è ad un passo da qui, appena dietro l’angolo. Ma quando apro nuovamente una vecchia ferita il dolore schizza alle stelle. E il dolore, il dolore non mi ha mai delusa. E’ sempre tornato a confortarmi e cullarmi nel dolce strazio di quando mi abbandona lacerata. Il dolore è dietro l’angolo, anche lui. Ma al contrario della felicità, posso afferrarlo quando voglio.
E voi potreste dire che sono auto indulgente, che sono auto distruttiva ma è sempre meglio che fingere di stare bene.
Penne e taglierini, aghi e lamette. E’ loro la colpa se volete trovarla. Solcano le mie braccia, le mie cosce. Le mie unghie graffiano il mio collo e il mio petto. E questi orribili segni che eredito e che devo nascondere valgono il dolore del momento. Quando conficco un oggetto appuntito a fondo, un coro d’angeli intona un inno d’odio che non potrò mai dimenticare. E i segni saranno lì a ricordarmelo.
E voi potrete darmi della pazza, ma è sempre meglio che fingere di essere felice.
Ma a volte questo gioco s’inceppa, è guasto anche lui. Due note sbiadite di una coppia che si è data appuntamento, una stupida canzone mi fanno venire voglia improvvisamente di dare agli esseri umani un’altra opportunità.
Però butterei via centomila occasioni prima di abbandonare questa cattiva abitudine.
E quando la pelle viene via accarezzo occasionalmente il pensiero rivoltante che potrei anche fermarmi questa volta, ma non ce la farò mai a smettere di farlo in assoluto. Chiunque può vederne i segni più chiari sulla pelle scoperta d’estate. E sì, grazie, per la vostra pietà. Siete troppo gentili.
Voi continuate a dire che sono io ad infliggermelo. E io vi rispondo che è una contraddizione. Perchè chiunque al mondo pratica l’autodistruzione?
Ma quando penso di essere satura e che i tagli siano l’unico rifugio sicuro, la voglia di piangere davanti ad un telefilm idiota, l’euforia di un momento di divertimento mi fanno improvvisamente venir voglia di dare all’umanità un’altra posssibilità.
Ho provato con le garze, i guanti e il disinfettante. Ho provato a tenerle aperte, a grattare le croste. A farle guarire.
Ho provato persino a rifletterci, ho provato la vasellina, ho provato di tutto.
Ma a nessuno interessa se continui a sanguinare, sono tutti preoccupati dai capelli che imbiancano o cascano troppo presto.
E se mi guardo indietro vedo solo quanto ci maltrattiamo l’uno con l’altro, ogni pensiero che ho fatto mi ha portato fuori strada, sempre più lontano.
E io non ho davvero la forza da sola di posare questa piccola lametta.
Ma proprio quando sono arrivata a pensare tutto questo, nonostante tutto questo, davanti alla disattenzione del farlo “per caso” apposta, provo ad immaginarmi in mezzo a tutti gli altri senza provare nausea e rancore, provo ad immaginarmi come si stia senza pretendere niente o essere pretesa. E anche se so che davvero non ci riesco, non ne ho le forze, vorrei davvero dare a me stessa un’altra occasione.”

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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