La città delle Ragazze (I): Regina.

La città delle ragazze

– il prologo de La città delle Ragazze puoi leggerlo qui –

Al caffè degli artisti, qualcuno ha lasciato l’impronta delle labbra impressa in una tazza di tè all’arancia. Il rossetto stampato sulla ceramica, un borsellino degli spiccioli e un foglietto scarabocchiato, accanto al quotidiano locale.
Il profilo abbozzato di un ragazzo dai capelli lunghi, sembra.
Sono le sei del pomeriggio, la luce ultima del sole di febbraio, il via vai oltre la vetrina degli studenti di lettere e lingue.
Tutti i mercoledì entra alla stessa ora, da sola, talvolta accompagnata da un’amica con cui conversa riservatamente, fitto, a bassa voce, sghignazzando.
Occasionalmente di qualcuno presente, solitamente degli stessi assenti.
Un capello lungo, rosso-arancio di una tinta recente, è rimasto sul tavolo a firmare la sua merenda delle sei.
Prima di andarsene si alza sempre e se ne va in bagno a fare la pipì. E a ricomporsi i capelli.
Subito dopo l’amica le dà il cambio, una ragazza minuta, castana. Evidentemente la sua comprimaria, meno vistosa, più riservata. Un’amicizia a ridosso dei venti, fondata sulla compensazione tra due persone caratterialmente opposte.
Se ne vanno prendendosi sottobraccio, pagando sempre con spiccioli contati, trovati dal fondo della borsetta di cuoio.
Al terzo mercoledì l’amica l’ha chiamata pubblicamente per nome: Regina. Regale, eccessivo. Appropriato per una ragazza che si ama alla follia.

Per una buona ora e mezzo, quella stessa sera, Regina si è agitata su e giù per il salottino di casa sua. Dapprima ha smosso le lampade di tutta la casa, le ha radunate e orientandole per ottenere la luce migliore. Poi si è barricata nel bagno, stendendo un velo di cera bianca da mimo sul volto. Ha rifinito gli occhi con la matita, provando un paio di smorfie, gonfiando gli occhi in sguardi che vorrebbero essere densi ma che sapeva da sola essere palesemente artificiosi.
Poi è tornata in salotto, vestita con un abito nero, aderente, sbracciato, che le arriva appena sopra le ginocchia. Sul cuore ha una lettere bianca ricamata, una erre. Ha indossato le parigine a strisce orizzontali bianche e nere, stese all’altezza della coscia, lasciando scoperto un lembo di pelle cerulea, naturale.
Per ultimo un paio di ballerine, con un fiocco ciuscuna. Non le indossa mai per uscire, quella di destra le graffia il tallone, procurandogli una ferita sanguinante.
Dopo alcune prove di fuoco, con la camera rivolta verso la poltrona, fissa il timer per l’autoscatto.
La posa le sembra perfetta: lo sguardo sufficiente, vacuo, altrove. Come se stesse facendo questa cosa a se stessa, ma con profondo disinteresse. Sembra assorta, distaccata nell’immagine che esce da quel primo autoscatto. Ma in realtà è solo una mimica imparata a puntino per queste occasioni. Sa esattamente come farsi fotografare e come deve farlo. Cosa concedere, cosa occultare e sopratutto come farlo senza sembrare una ragazzina pretenziosa.

Mentre attende il bagliore del flash, immobile come una statua vivente, seduta in punta e con lo sguardo a tre quarti rispetto all’obiettivo, la sua mente ripensa, inaspettatamente al caffè del pomeriggio.
La sua vista smette di focalizzare quell’angolo della stanza e materializza alcune immagini della mente, inaspettate. Neanche il flash, dopo alcuni istanti, riesce a distoglierla da questo improvviso incanto agrodolce.
Una carrellata confusa di istantanee, come fotografie inconsce scattate senza preavviso e consenso, autoscatti senza artifici: il sapore dello zucchero di canna rimasto sul cucchiaio, il sorriso dell’amica al pronunciare il nome di un ragazzo, la sua ciocca di capelli riposta dietro l’orecchio appena prima di vomitare nel bagno, il piccolo sussulto quando cercando nella borsa non era sicura di avere i soldi per pagare la consumazione, il cioccolatino abbinato al tè che ha fatto cadere nella tasca di una signora, uscendo.
Regina ha un’illuminazione d’improvviso, più abbagliante del flash, mentre queste immagini si dissolvono e i suoi occhi focalizzano nuovamente il salotto.
Nella sua vita ha sempre avuto una sensazione. Come se qualcuno dall’alto la stesse osservando. Non Dio, piuttosto un regista. Un incrocio tra Bernando Bertolucci, Michel Gondry e Blake Edwards.
Ogni cosa attorno a lei è coreografata, scenografata, in armonia. Il mondo si compone di volta in volta, ad ogni angolo svoltato, per creare l’equilibrio perfetto di un’istantanea di Eisenstaedt. Prima e dopo di lei non esistono luoghi, la sua vista illumina di volta in volta una porzione di mondo. Che lo faccia con gli occhi, che lo faccia con la macchina fotografica. E lei porta una responsabilità enorme, quella di non sfigurare in questa complessa e delicata messa in scena. Perchè esiste una narrazione superiore, di cui lei è protagonista e responsabile. Una sospensione ma in movimento.
Perchè se così non fosse, se non ci fosse quel filtro, quella selezione che il suo occhio impone a se stessa, che l’obiettivo fissa, esisterebbe – prenderebbe il sopravvento – anche tutto il resto. Il tremore delle mani, la sensazione dello stomaco che si stringe, il sapore acre della bile in bocca, il salmastro delle lacrime che raggiungono le labbra, la tristezza dei lineamenti del suo viso sgraziato dal pianto e dal magone, le occhiaie e i segni nascosti dal cerone da mimo, la sensazione di tutte le mattine, stringendosi i fianchi, di averli leggermente più larghi. I piccoli cocci di specchio preso a pugni, conficcati sotto il bordo esterno delle mani. Il rumore della bilancia sotto i piedi.
Ecco che cos’è per Regina, posare per uno scatto. Che sia lei stessa a ritrarsi o qualcun’altro. E’ selezionare ciò che della sua vita vale la pena narrare. E’ la parte degna che di se si consegna agli altri.
Non importano le pause di vita inutile e straziata che ci sono tra un momento rilevante e l’altro. Fotografare qualcosa è partecipare momentaneamente a questa regia più alta, essere per una volta lei la creatrice di scenografie. Non sostituirsi, non ha questa pretesa. E’ distillare perfezione, armonia, estetica. Con il beneficio di congelare per se, proteggere, eternare i momenti. Ciò che ama, la tiene viva.
E tornare a visitarlo, con la vista, ogni volta che desidera.
Con l’atroce dubbio di stare solo abbellendo la vita, un maquillage fatto su una splendida ragazza esanime, stesa sul tavolo di un obitorio. Una ghirlanda in un giardino bruciato dal sole.
Il tocco della mano di sua madre sulla spalla interrompe l’incanto di questi pensieri. Regina è ancora sulla poltrona, folgorata dall’imbarazzo, colta sul fatto. Si sente sempre così quando viene sorpresa a fotografarsi. Come una ragazzina troppo cresciuta per giocare con le bambole. Si sente una stupida, per il trucco e i vestiti scelti appositamente per celebrarsi.

La vergogna che segue il brusco ritorno della sua mente al salotto, alla casa, a sua madre le provoca un rush. Una sensazione sperimentata già numerose volte, come se la circolazione sanguigna improvvisamente impazzisca seguendo direttrici contrastanti all’interno del suo corpo. Le sue gote e le sue orecchie arrossate e un impulso che le cresce dentro il petto. Regina si sfila rapidamente il vestito davanti alla madre che già si aspetta una scenata.

Scappa in camera sua, stringendo l’abito  al petto con le braccia serrate, seminando le ballerine nel corridoio. La porta chiusa a doppia mandata dietro di se, alla quale si appoggia con le spalle con tutto il suo scarso peso, mentre sua madre urla qualcosa sull’ordine e il rispetto in casa. Lascia scivolare giù dalle sue braccia il vestito, scoprendo la sua figura sottile, pallida e scavata che mette in risalto le sue mani grandi e le ossa delle clavicole sporgenti.
Alzando lo sguardo, verso l’altro lato della stanza si scorge riflessa nello specchio sull’anta dell’armadio.

Chi è quel mostro, solcato da occhiaie, col mento a punta e le labbra screpolate? I cui capelli secchi e radi, scoloriti, cascano disordinatamente sulle spalle simulando una remota messa in piega. Con la pelle secca e il petto sproporzionato, le gambe troppo corte rispetto al busto e storte?
Regina lancia il vestito contro a quell’immagine, poi un basco, una sciarpa, un carillon che manca il vetro e urta, rompendosi, il legno del mobile, prima di frantumarsi a terra.

Come può amarla lui? Perchè rimane con lei? Perchè non ha scelto l’amica del mercoledì pomeriggio, quella vuota inutile stronzetta assecondatrice  senza personalità. Che è invaghita di lui, palesemente. L’amica, un impegno da poco, qualcuno che dice sempre sì, che non ha pretese di libertà e autonomia, una persona senza inquietudini e pulsioni, una parabola convergente, non eternamente divergente verso la necessità di ossigeno che attanaglia Regina.

“Io non sono fatta per stare con nessuno”. Pensa.

E sa benissimo cosa intende: non si basta affatto da sola, terrorizzata dalla solitudine. Semplicemente, alla lunga si stufa di se fino alla necessità di trasformarsi del tutto. Figuriamoci se la stabilità di un rapporto non la appassisce. Non può rimanere in eterno in posto solo, essere per sempre la stessa cosa, per semrpe offrire lo stesso affetto immutato. Aspettarsi sempre la stessa cosa.

Con il respiro breve e frequente cessa di serrare i denti e tenta un respiro profondo. Poi, d’impeto si dirige verso la porta finestra, affondando il braccio attraverso i veli delle tende trasparenti, gira la maniglia.

Si affaccia, in mutande, reggiseno e parigine, al balconcino di camera, una figura femminile di appena vent’anni, a respirare l’aria della notte, mentre la sua pelle bianca riflette il bagliore della luna che domina il silenzio della via, rotto dal rumore del suo respiro affannato, bisognoso d’aria.

Ed io la osservo, dal basso, in mezzo alla via, appena prima che la madre la copra con una coperta e la nasconda nuovamente dietro quella finestra fino all’indomani.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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