La Carne

Pressappoco si sarà trattato di un etto, un etto e mezzo di carne, nuda, in un angolo della vetrina.
Quanto? Una spanna, ecco.
Considerazione imprecisa: diciamo una spanna di una mano delle sue, allungate, invecchiate in quel modo speciale, opache e tese attorno alle falangi come la pagina di un libro dopo che qualche decennio di vita ci è passato sopra. Una spanna di carne sottile, purpurea. Dicevano, devi mangiare, dicevano. Allora con un filo di limone, una goccia d’olio, sale e pepe, al sangue «la prendo, sì, la prendo sono sicura, proprio quella nell’angolo è un’ottima scelta magra senza muscoli né nervi molle tenera»


La prima volta che lo vidi, a un angolo, seduto al tavolo di un bar a leggere la cronaca sportiva, fu per me un segnale di biologica (cardiologica) vitalità in un paesaggio cartonato, benché finemente dipinto e ritagliato a rassomigliare alla vita vera. Sarà stata, non so, l’ora di pranzo?
Il sole tagliava la piazza di netto, affilato dal marmo bianco e dall’aria di febbraio. Distintamente ricordo: avevo fame. Avevo fame certo comprensibilmente, dato l’orario, ma non si trattava soltanto di questo. In quei giorni avevo costantemente fame, una fame strana, irrequieta.

Mi sorprendevo a vagabondare per le strade secondo linee rette: itinerari precisi, ripetitivi. Mi chiudevo tra i passanti o li aprivo con passo sicuro, direzione sud-nord, e poi nord-sud, ovest-est e poi est-ovest, meticolosa e testarda, come si fa con una cerniera renitente. Dall’esterno presumibilmente lasciavo intuire una certa sicurezza d’intenzioni, una direzione, insomma: la testa alta tra fronti curve, le labbra strette tra denti in mostra.
Ma la mia sicurezza era una frenesia silenziosa, un dimenarsi composto e lo sguardo verso l’alto l’incertezza con cui si cerca, nel supermarket nuovo di zecca, il cartello sospeso sopra la corsia, quella giusta, a indicarci quello di cui abbiamo bisogno, o meglio, quello che non sapevamo ci fosse indispensabile. Un manicaretto, un sapore nuovo, un familiare assaggio di un piatto di quelli a cui eri abituato da bambino: qualcosa di sostanziale, qualcosa di delizioso e superfluo, una voglia.
Fatto sta che ogni assaggio, di qualunque cosa o chiunque cosa si trattasse, mi lasciava, come dire? Sospesa? Insoddisfatta? Tanto che ormai il più piccolo dei bocconi sarebbe bastato a saziarmi per settimane e, al contempo, ad affamarmi per mesi.

Ma la prima volta che vidi lui, le ciglia scure fisse sull’inserto del lunedì, qualcosa tra lo stomaco e il petto ebbe uno strano sussulto: non me ne accorsi, non subito, ma tra lingua e palato, l’acquolina si fece d’un tratto prepotente. Così mi sedetti a un tavolo di distanza e iniziai a ticchettare impaziente le dita sul menù, in attesa di ordinare (un’insalata, una scaloppina, oppure un carpaccio, una tartare..?) o di essere ordinata. Senza sollevare gli occhi dalla pagina, come a commentare il posticipo della domenica sera, lui considerò che è assai difficile mangiare del buon cibo crudo, perché è solo una questione di qualità: il sapore non si può nascondere, non si può mascherare. Fu allora che mi voltai e lo osservai davvero per la prima volta. Mi sembrò che tutto in lui, il profilo aguzzo, il corpo contratto nell’attesa di uno scatto, suggerisse un che di predatorio: cercava qualcosa di cui cibarsi, ma senza il mio affanno, con la calma selvatica di chi sa che il ciclo delle cose provvederà, in un modo o nell’altro, ai suoi bisogni.

Ed io quel giorno mi trovai lì, a suffragare la sua silenziosa teoria primitiva, a un tavolo di distanza, tenera e affamata. Lo guardai e anche io decisi allora cosa consumare, cosa assumere.

Dicono che la carne di un carnivoro abbia un sapore differente. La mescolanza tra sangue e sangue la carica di sapori in modo familiare e parossistico, quasi estenuante. Forse è per questo che il gusto delle nostre ferite non risulta poi tanto sgradevole, forse è per questo, anche, che nell’assaggiarci ci riconoscemmo simili. Comunque sia, da quel giorno in avanti, divorammo le circostanze in ogni modo possibile: le bocche, la gola, i fianchi, le spalle, i silenzi. Di quei mesi conservo sotto spirito un ricordo annebbiato, punteggiato qua e là di dettagli vividi, anatomicamente esemplari. In una febbre costante continuavamo a mangiare e più mangiavamo più ci facevamo sottili e voraci, insaziabili, in un susseguirsi senza soluzione di continuità di shock e assuefazione, nausea e vuoti da colmare: consumandomi, si consumava; consumandolo, mi consumavo. Se capitava di incrociare il suo sguardo mentre sgattaiolava via di fretta al mattino dalla porta sul giardino, o se mi sorprendeva nel cuore della notte piegata sulla scrivania tra pile di fogli, non c’era nulla di cui sorprendersi, niente da spiegare.
Lo sapevamo: tutto attorno a noi aveva ripreso fascino, colore, forma, e ogni cosa, anche la più insignificante, fremeva per essere raccontata, vivisezionata fin nei particolari.
Con le bocche spalancate sull’esterno, raccoglievamo all’interno (il nostro) tutto quanto: tutto quello che il fuori ci offriva disordinatamente lo assimilavamo, assimilandoci.
Sì, ci usavamo, in certo modo, ma non come un pasto monoporzione servito su un volo di linea.
Ci usavamo come la penna lo scrittore, la corda il musicista, il pennello il pittore.
Ecco, lo chiamerei piuttosto un sacrificio: usarsi nel sacro bisogno di significare.

Ma c’è sempre uno stomaco più forte, sapete, una fame più vorace e in quel momento era la mia, credo, o forse era soltanto una novità per me. Dicono che quando un cane domestico assaggia per la prima volta la carne viva debba poi necessariamente essere abbattuto, perché da quel momento in avanti non si accontenterà e continuerà ossessivamente a cercarne altra. Se così fosse, qualcuno al momento giusto avrebbe dovuto essere meno compassionevole nei miei confronti.


Devi mangiare, dicono, e me lo ripetono alla nausea. Di solito li ignoro, loro e il mio ensemble gastrico, ma certi giorni anch’io cedo e passeggio svogliata fino alla bottega del macellaio, laggiù, in fondo alla strada. Allora finisco quasi sempre per comprare un pezzo di carne.
Chissà se anche lui di tanto in tanto non sceglie una lingua o un petto che gli ricordino i miei.

 

*In copertina: Cannibalismo d’autunno – Salvador Dalì, dettaglio.

Elisa Orsi

Elisa Orsi

Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.
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Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.

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