L’arte e il crimine: il furto di un bene comune

Nel chiedersi quale significato abbiano le opere d’arte nel nostro presente forse dovremmo chiederci anche perché la criminalità organizzata ha riposto tanta attenzione negli ultimi venti anni al furto di dipinti e sculture esposti nei più noti musei del mondo.

L’arte come addobbo per qualche miliardario di nuova estrazione, magari un dozzinale russo arricchito dal gas o cinese ingrassato dalla speculazione borsistica, tanto avido quanto compromesso da sapere a chi rivolgersi per sottrarre un’opera che è bene comune. Per renderla un bene privato da esibire in qualche stanza pacchiana per ospiti a cena o da appendere vicino al letto a baldacchino mentre si consuma un’amplesso a pagamento con una escort.

Le opere d’arte che sono un bene comune, espressione della memoria culturale e artistica del mondo, non è che siano trattate poi con tanta attenzione dagli istituti museali del mondo.

A giudicare dalle decine di furti recenti siamo di fronte ad un’emorragia di dipinti, sottratti con furti su commissione. Se ne deduce una platea di miliardari che trama nell’oscurità contro il bene comune o quantomeno, quando manca la commissione esplicita, un manipolo di bande specializzate che sanno di poter contare su un mercato nero delle opere d’arte in cui è facile piazzare e smerciare il maltolto in tempi relativamente brevi.

E ovviamente uno scarsissimo livello di vigilanza delle opere esposte.
Solo di recente dal museo di Castelvecchio a Verona sono scomparsi in un solo colpo opere di Rubens, Mantegna e Tintoretto.

Ma la lista è lunga: nel 2012 furono lasciate solo le cornici delle opere di Picasso e Manet sottratte al Musee d’Art Moderne di Parigi, nel 2008 furono rubati al museo Buehrle di Zurigo opere impressioniste di Monet, Van Gogh, Cezanne e Degas, nel 2003 fu rubata un’opera di Leonardo (la “Madonna dei Fusi”) esposta in Scozia e poi ritrovata nello studio di un avvocato di Glasgow, due mandate di furti ai danni del Museo Van Gogh nel 1991 e 2002 di opere del pittore, nel 2000 il furto di opere di Renoir dal Museo Nazionale di Svezia, il più famoso furto recente, quello dell’Urlo di Munch avvenuto nel 2002 a Oslo.

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L’elenco potrebbe continuare. E per così tanti furti confortano solo in parte notizie come quella del recupero della Guardia di Finanza di due opere di Van Gogh (“La Spiaggia di Scheveningen” e “L’uscita dalla chiesa protestante di Nuenen“) sparite da dicembre 2002 e ritrovate in mano – guarda caso – al camorrista napoletano Raffaele Imperiale, narcotrafficante internazionale, solo pochi giorni fa.

E se durante e dopo la seconda guerra mondiale la task force dei paesi alleati dei “Monuments Men”, raccontati al cinema da George Clooney, si spese tanto per difendere e recuperare le opere d’arte rubate o esposte al conflitto e ridonarle al mondo intero risorto dopo l’orrore nazista, oggi in tempo di relativa pace, sembra che gli stati sovrani abbiano deciso di derogare, appaltare se non privatizzare, la gestione del patrimonio culturale nazionale e anzi, che dire: mondiale. L’arte è un costo per lo stato se non genera profitti giustificabili, quindi va razionalizzata nella gestione.

Perché? Perché viviamo in un tempo in cui tutto, anche l’arte, ha funzione di essere e esistere nella misura in cui produce guadagno.
Da qui le proposte scellerate di Renzi di vendere il patrimonio mobiliare storico italiano per risanare i conti dello stato (vendere gli Uffizi fu ed è oggi un cavallo di battaglia della politica alla Schettino che governa l’affondare della nave statale al tempo della crisi economica)

Da qui un’attenzione decrescente alla conservazione dei beni (si pensi ai continui crolli di Pompei), sia nella qualità e manutenzione, sia nella vigilanza che dovrebbe prevenire i furti.

Lo Stato, gli Stati anzi, non credono più nell’interesse a conservare e promuovere le opere d’arte. Il liberismo ha annacquato anche quel senso nazionalistico che dovrebbe rendere una meraviglia artistica motivo di vanto e orgoglio patriottico. Il dio denaro, depositato in percentuali bulgare nelle mani di pochi rozzi idioti ineducati nel mondo, risulta l’unico credo ecumenico consacrato nel culto del liberismo.

E nel credo del denaro in cui la trinità è la massimizzazione del profitto, l’ostentazione e il sadismo verso i più poveri quello che ha carattere pubblico, disinteressato e a beneficio di tutti diventa una merce che può essere sottratta al godimento gratuito di tutti noi (un po’ come se si privatizzasse un banale servizio ospedaliero o ferroviario).

Ecco allora che quella minoranza di imbecilli coi parecchi soldi sottrae alla maggioranza anche la bellezza, prostrandola ad ornamento di beni accumulati in privato e per farlo approfitta di quella disattenzione o non curanza di uno Stato che è concentrato su ben altro che conservare una crosta colorata vecchia di duecento anni almeno.

Secondo l’Interpol il furto di opere d’arte è la quarta forma di traffico illegale più redditizia al mondo, con un giro d’affari pari almeno a 5 miliardi di euro l’anno. Ovvero maggiore del Pil di molti paesi.

Se poco si fa nella vigilanza sulle opere e prevenzione dei furti, tanto invece viene investito nel loro recupero. A sostegno dell’Arte e del suo valore universale vale la pena visitare la mostra “L’Arma per l’Arte e la Legalità” alla Galleria Nazionale Barberini fino al 30 ottobre, la più grande esposizione mondiale di opere recuperate alla criminalità coordinata dall’Università di Roma 3. Qui i dettagli.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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