Kakkoi

BattiBit al PisaCon

L’idea per questo racconto ci è stata offerta al PisaCon da Raffaele.

Abbiamo chiesto ad alcuni passanti di indicarci un personaggio, un’ambientazione, un genere e due parole specifiche, per creare con essi un racconto. In questo caso i seguenti;

1 personaggio presente: Uomo misterioso scozzese di cinquant’anni con coccardine ai calzini e kilt
Ambientazione: Los Angeles anni ’50
Genere: Spionaggio
2 parole da inserire nel testo:
– 1. kakkoi (かっこい) – parola giapponese che sta ad indicare un uomo molto figo
– 2. frigobar

 

Passava l’indice sul vetro leggermente stondato del suo orologio da polso, ricoperto di gocce sottili della piogga oceanica che da un paio d’ore tempestava la costa, giù fino a San Diego. Ogni tanto alzava lo sguardo, l’occhio attirato dal veloce susseguirsi di passanti oltre la vetrata della Hall del Kaldewei, hotel senza gloria né infamia sulla camminata della spiaggia.
Ma il suo contatto tardava ad arrivare. Ormai da un quarto d’ora.

«Malcolm Brown?» Chiese una impiegata della reception, una donna sulla trentina dalla carnagione olivastra, un mezzo sorriso di servizio, lo sguardo obliquo ma servizievole.
«Sì?»
La donna gli porse un biglietto grande come mezzo palmo delle sue grosse mani scozzesi, poi rimase a fissarlo perplessa in quegli abiti tradizionali da highland, non certo da Malibu.
L’uomo si alzò, rivelando un  ricercato kilt venato da un tartan rosso-verde scuro-nero ripreso dalle coccardine fissate sulle calze a mezza gamba.

«E’ qui per un film di Hollywood, signore?» Chiese vinta dalla curiosità la donna.
L’uomo fece di no col capo, indossando sulle spalle la giacca senza infilare le maniche.
Poi uscì in strada, in mezzo a quella fila ordinata di passanti e si recò alla cabina telefonica all’angolo.

Un ragazzino, uno strillone, vendeva il giornale. Il Los Angeles Times del 24 febbraio 1951 titolava sui bombardamenti delle forze americane sulla Corea comunista. Dalla città  ogni tanto si alzavano in volo dei B-52 diretti alle Isole Marshall, o alle Hawaii o alle Samoa Americane. E dal porto dei reggimenti si imbarcavano verso il Giappone.

Dentro la cabina compose il numero appuntato sul biglietto. Dopo due squilli qualcuno dall’altra parte rispose senza dire nulla.
Allora Malcolm Brown disse: «Kakkoi»
Dopo una breve pausa una voce roca scandì con precisione un indirizzo in risposta alla parola d’ordine. Lentamente, sebbene l’articolazione risentisse ancora vagamente dell’accento orientale.
Attaccò subito.

In meno di trenta minuti Brown si trovò davanti al civico indicato; batté due colpetti al legno spesso e consumato del portone. Si perse per un attimo nei toni verdastri dello stipite sorprendendosi a sperare di non dover realizzare di essere veramente giunto presso l’abitazione effettiva del suo cliente.

Un istante dopo la porta si aprì, lasciando illuminare dal buio il volto di un uomo asiatico di mezza età. In confronto a chi gli si trovava di fronte, non si poteva certo dire ch’egli fosse molto alto; indossava abiti pesanti e scuri sopra una camicia di lino, il cui ultimo bottone costringeva visibilmente un collo grinzoso che dava l’idea di non poter essere in grado di stare in piedi da sé. Scompattezza che si riproponeva anche sull’incarnato del viso, sulle guance spellate, intorno agli occhi grandi, fino alle labbra crespose.
Le sue sopracciglia fini si aggrottarono per la sottile irritazione che gli provocò il sentirsi squadrato, e tagliò corto subito:
«Entri»

La stanza che scoprì il portone era piccola, spenta e poco lumnosa. Lo scarso chiarore dipendeva da due fasci di luce obliqui provenienti dall’alto in cui si distingueva la danza di migliaia di granelli di polvere e il colore indefinito della luce del cielo appena dopo la pioggia.
L’arredamento era estremamente minimale, costituito in tutto da una poltrona verde sedano, un piccolo tavolino da caffè, una piantana, un grosso orologio appeso sopra la porta d’ingresso, una vecchia stufa. Si intravedeva una cucina pressoché stretta oltre il passavivande dietro la poltrona. Sulla sinistra c’era una sorta di mensola polverosa, che aveva probabilmente dato in passato su un caminetto adesso murato e coperto da un mobile in legno malandato. Non c’era niente di personale in tutta la stanza, fosse un attaccapanni carico o un libro, eccetto una grossa teiera in ghisa che poggiava su una vecchia pezzola decorata, che sembrava più una grossa parte di tovaglia strappata via e ripiegata. Il disegno ricordava un’edera dorata.

«Non mi aspettavo che aprisse senza alcuna strampalata precauzione, dopo tutte quelle arie e codici di cui si circonda per permettere di entrare in contatto con lei. Come lei fosse ancora tanto importante quanto lo era in passato.»

«Mi sono accertato della sua identità vari metri prima che lei raggiungesse il mio portone, signor Brown.»

«Chiuda il becco, Koibe. Spero abbia un’idea del fatto che il mio tempo è molto prezioso. Il suo giochino dell’ultimo momento mi è costato, mi sincero che lo abbia messo in conto.»

«C’è stato un cambio di programma, e non ho potuto raggiungerla all’hotel. Si tranquillizzi, la sua paga è già ampiamente maggiorata.»

L’asiatico si voltò incamminandosi verso l’altra stanza. Malcolm Brown mise a fuoco la mobilia.
Spiccava sul resto un piccolo frigobar. Elettrodomestici di quel genere se ne vedevano pochi in giro in un momento in cui c’era ancora chi per conservare gli alimenti adoperava le ghiacciaie.
Seguì con gli occhi l’uomo chinarsi su di esso, aprirlo, estrarre una busta. E trasalì; pensò a cosa potesse essergli successo per cadere addirittura ad utilizzare qualcosa di tanto appariscente come posto sicuro. Ma il pensiero del contenuto della busta prese rapidamente il posto di quella consitderazione nella sua mente. Il cliente la pose. Brown l’afferrò, trattenendo il respiro fino a che non fu certo che quell’idiota si fosse quantomeno ricordato di arrestare il motore di raffreddamento del piccolo frigorifero per non danneggiare ciò che vi custodiva.

Il padrone di casa si avvicinò al portone d’ingresso, aprì di poco l’anta.
«Addio», fece senza troppe cerimonie.
«Arrivederci, Koibe.»

Chiuse la porta, serrò il chiavistello e ruotò tre giri di chiave. Poi agguantò un panno dal cassetto vuoto del mobile in legno e lo strofinò contrò ogni superficie che riteneva Brown avesse anche solo sfiorato. Insoddisfatto, lo ripose comunque poco dopo e andò a sedersi. L’angolo  superiore del viso era ritagliato dall’esposizione al raggio di luce che incideva la sua pelle in modo preciso e geometrico, schiarendo e fluidificando l’iride, distendendo i segni del tempo sulla carnagione. Guardava le pareti vuote di quella stanza mentre realizzò di aver perso l’abitudine del tabacco da tempo, senza essersene mai veramente accorto.
Era da non molti degli ultimi cambi di domicilio che ogni colore, carattere e vissuto erano via via spariti definitivamente dal suo spazio. Più o meno in coincidenza con la nascita e accentuazione esponenziale di una morbosità nell’ordine e la pulizia ossessiva; la frenesia di rimuovere tutto ciò che non è al suo posto.
Pensò allo sbarco in California; alla sua scelta e la fame di potere che lo avevano accompagnato al suo successo e al suo tradimento.
Il signor Matsuo Koibe si era ritirato non troppo tempo prima da servizi prestati all’Intelligence statunitense. Aveva collaborato con loro per molti anni, ma aveva iniziato solo come informatore. Lo precedeva la sua stima di ragionatore, di efficienza assoluta e impassibile; come ragionasse in numeri.
Era naturalmente partito da tutt’altra parte. Oltreoceano era stato solo un semplice militare. Aveva fatto parte della marina giapponese, e combattuto contro gli americani. Ma l’insuccesso dopo le Midway lo convinse a tentare il suo salto di qualità, sull’altra parte del Pacifico.
Fece un patto e divenne una spia in loco per conto degli yankees durante la guerra. Non molto tempo dopo ci era dentro fino al collo, fieramente, concentrato su nuove questioni. Appena sposato con quella prospettiva, portò la base alla sua nuova casa.

Lo scozzese continuava a girare in taxi prendendo tempo, tutto era pronto e non gli restava che giungere all’ultima destinazione, l’unica che non si sarebbe consumata senza un intervento diretto. Ma richiedeva precisione. Tutto avrebbe dovuto trovarsi impeccabilmente nel punto esatto della composizione. E lui sapeva esattamente quale fosse il suo ruolo perché essa potesse fiorire.
Doveva solo aspettare.

Toccato da una luce fievole Matsuo Koibe seguiva avidamente le lancette divorare l’orologio che dava sopra il portone.
Tornò a pensare ai guastatori al porto di Yonghung-do, al napalm, a otto sagome che brindano in sede, a operazione conclusa.
Durante l’occupazione giapponese della Corea alcuni trai suoi conoscenti si erano trasferiti.
Aveva molti ricordi della sua vita e le sue relazioni prima di trovarsi solo. La sua casa a Fukuoka era zeppa di oggetti, propri, o tramandati. Specie le pareti: erano piene di ornamenti, arazzi, ventagli, acquerelli, iscrizioni, fotografie. Aveva molto di ciò con sé, quando sbarcò. Ma in poco iniziò con i volti, nelle stampe fotografiche o i più vecchi dagherrotipi degli antenati: temeva i loro occhi in sogno, poi in insonnia; cominciò a coprirli, con pezzi di carta, avanzi di stoffa. Ben presto fece lo stesso con gli scritti, le frasi in ideogrammi a margine delle illustrazioni, anche le più neutre o poliedriche. Si trovò nel tempo a temere la sua stessa identità, e qualsiasi cosa la costituisse. Dovette liberarsi di tutto, per nascondersi da se stesso. Non ci fece più caso. Le scarne mura che lo circondavano erano completamentetamente consumate, quindi, neutralizzate.
L’operazione segreta T.J. era avvenuta solo cinque mesi prima. Era il successo con cui si era definitivamente congedato. La riuscita era dovuta alla minuziosa strategia elaborata da sette cervelli della CIA, e naturalmente all’impavido Comandante E. Callahan.
Riconoscere in seguito alcune vittime, dai nomi e non dagli occhi, martoriate nell’innocenza dalle sue mani era stato il seme di quanto di più bello in lui stava per sbocciare.

Mancavano solo due minuti alle tre del pomeriggio.
Il killer era fermo sul suo riflesso in una pozzanghera: era chiaro; il sole aveva dissolto il grigio denso della tempesta mattutina e emanato un timido accenno di calore. Come una finestra sulla primavera incipiente.
Iniziò a intravedere all’orizzonte un’ombra avanzare. Inerme, precisamente come sapeva essere.
Aspettava, e senza rendersene conto si confrontava col suo riflesso a terra. Notò un lembo di stoffa tartan rossa e nera far capolino dalla chiusura del cappotto. E la risistemò ordinatamente al suo interno.

Il signor Matsuo Koibe giocherellava con la pezzola decorata di suo nonno, arrotolandola su se stessa. Si alzò. Si tolse pantofole e calzini e alzò il piede scalzo fino al bracciolo della poltrona. Poi si tirò su. Non avrebbe potuto mai lasciare casa sua proprio quel giorno. Aveva un appuntamento molto importante; non poteva rischiare di perderlo.

In pochi secondi Brown e il suo obiettivo si sarebbero trovati alla giusta prossimità; era inconfutabilmente un sicario professionista, ma contro bersagli di quel genere non avrebbe potuto niente senza le strette indicazioni di un ex agente di un servizio segreto.
«Buongiorno, signor Callahan.»

Un’edera dorata in fibra tessile si arrampicava intorno alla trave di legno che sorreggeva il solaio, proprio davanti all’orologio. La lancetta più veloce si congiunse alla sorella più grande.
E due mani rugose mollarono la presa.

Uno sparo perforò la fronte di un uomo. Ma non si fece troppo caso a quel suono, perché quasi simultaneamente la città fu stordita da un frastuono più potente.
Sei piccole esplosioni preinnescate fecero brillare ognuna una differente porzione urbana, come fuochi artificiali.

C’era un eroe di guerra sull’asfalto, un uomo valoroso con un buco in testa e il colletto scomposto.
C’erano sei padri di famiglia sull’asfalto, sei uomini rispettabili divisi in pezzi atterrati a metri di distanza tra loro.

Smisurate colate di sangue coloravano quelle strade a rivendicarne l’attenzione, mentre in un luogo molto più appartato e non troppo più distante, un uomo appeso sorrideva immobile ad un orologio.

Sotto di lui, i cocci di ghisa di una vecchia teiera calciata inavvertitamente venivano illuminati da un raggio di sole verticale e potente, divisi in pezzi atterrati a centimetri di distanza tra loro, disordinati e beffardi, infrangendo per la prima volta quel meraviglioso equilibrio sintetico.



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(Incipit di Gabriele Neri)

Silvia Christelle Zinno

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Dal 2013 collaboro con Battibit curando la sezione Arti visive, dove contribuisco con alcune selezioni fotografiche elaborate in digitale e analogico. Impiego il mio tempo libero frequentando laboratori teatrali, praticando pittura e disegno, suonando strumenti che non conosco.
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