INSIDE WAR/sporco affare di sangue/58. capitolo 20. NESSUNA NECESSITA’ DI COMBATTERE.

58

 

-comincia con 1 IL PULLMAN-

-continua da 19 ROSSO DOMENICA POMERIGGIO-

Nina Di Giorgio è un groviglio di capelli biondi e pantaloncini di cotone. Si sveglia su di un materasso senza lenzuola. Si smuove, senza capire ancora. Ancora incastrata in un bicchiere di vino, un bacio, una puntura. La testa pesante le duole, di colpo come uno spillo acuminato il dolore le trapassa il cranio dalla nuca alla fronte, accecandola. Cieca nel bianco. Quando la fitta si attenua si fa strada, oltre quella luce accecante che perde poco a poco di intensità, una porta davanti a lei, i muri vecchi, grigi, macchiati di umidità, il pavimento polveroso sotto i palmi delle sue mani, le mattonelle opache. Mentre la scena che comincia a vivere acquista credibilità si rende conto lentamente che quella in cui si trova non è la sua camera. Non la stanza dove si è addormentata. E ricorda tutto quel che sta succedendo. Tutto quel che è successo. Rendendosi conto, non troppo lentamente, questa volta, che è finita. La luce che le ha ferito gli occhi da bianca si è fatta di un giallo amaro febbrile. Nell’arancio del corridoio che vede dal materasso, a terra, molle, si staglia la figura nera di Anita Spencer, in piedi, a gambe divaricate, può vederne solo la sagoma. Prova a parlare ma la bocca è un tappeto.

-bentornata tra noi Nina- la saluta -scuserai l‘indelicatezza della sostanza, sono effetti collaterali discutibili. Me ne rendo conto, ma passerà. Tutto passa, giusto? Tutto, anche questa vita-

una piccola pausa.

-ironia Nina- riprende Anita mentre lei a terra boccheggia, le labbra arse –ricordi? Un tempo ne avevi la bocca piena..-

-mentre tu- risponde Nina, il labbro inferiore che si spacca ai suoi movimenti –nemmeno sapevi cosa fosse.. ricordi?- alza gli occhi dal pavimento –ricordi, Anita?-

-alzati. Bambina. Dobbiamo festeggiare-

-ah sì?, e che cosa?-

-il regno nuovo Nina. Il regno nuovo.-

Benedetta Agradi ha incollati al collo ciuffi di capelli. Il gatto le odora incuriosito gli occhi cisposi, e uno spasmo nuovo la costringe a torcersi su si sé, piegarsi giù dal letto, e vomitare ancora, altra bile, altro sangue. Come se da dentro qualcosa la stesse divorando, scavando. Febbre del bengala. La voce meccanica, neutra, cadenzata della speaker del tg, le rimbomba a tratti nelle orecchie. Febbre del bengala. Qualcosa. Una malattia che l’ha presa così intensamente da non lasciarle il tempo di pensare. Due giorni. Di vomito, di febbre. La gola raschia e le brucia disperatamente, e lo stomaco è talmente contratto che non riesce a respirare. E tutto in lei è un’irritazione. La nausea intensa le impedisce di tenere aperti entrambi gli occhi contemporaneamente, e un muco che le sgorga da quelli come lacrime glieli tiene chiusi, quando si secca. E non può dormire. Sveglia. Tutto quel dolore, quel disgusto. Quel bruciore. E non può dormire. Due giorni senza dormire, gli occhi che chiude a forza, e la coscienza tutta un fremere, agitarsi, vorticare follemente, e anche il vomito, è un ristoro, finisce per diventare un momento di pace. l’istante in cui per un secondo scorda quanto è consapevole. La febbre che frigge, la pelle e il cervello, e l’intestino. E il tatto che è come intensificato, il senso del tatto che vibra, sembra sentire quel che lei vede. E odori fortissimi che la colpiscono provocandole nuovo vomito. E nessuna medicina che faccia effetto.

Ha resistito. Quanto ha potuto. Agradi, un cognome che si è guadagnata resistendo. A tutto. Alla disperazione, muta dell’infanzia, che vivono tutti, ma qualcuno peggio, qualcuno più a fondo. È stata in piedi finchè ha potuto. Ma le gambe non la reggono. Ed è disidratata. Ed esausta. Esausta. I colori troppo forti. Quello che vede che sembra sciacquato, confuso, vagamente irreale. E un lucido delirio. E l’angoscia. L’angoscia perché sa di avere già perso.

quando si è condannati combattere è inutile. Cavalcare le situazioni. Questo l’ha imparato. Questo da suo marito le è stato insegnato. Dominare il boa sinuoso della fortuna, che curva veloce tanto da disarcionare. Fai mordere il freno a questo cavallo, ti pieghi e irrigidisci, lasci andare le redini. E poi, c’è il momento in cui giunge la consapevolezza di essere sconfitti. Finiti.

E lei è finita.

Quando si alza in piedi, Nina Di Giorgio barcolla per un secondo e poi di colpo il dolore e la confusione svaniscono. S’infila nella spazio lasciato vuoto da Anita, e segue la scia di suoni lungo il corridoio. E finisce in una stanza dove seduti, Anita dietro un tavolo basso con su una lampada accesa, su sedie pieghevoli, sotto i bassi soffitti, Sasha, Armando, Monica, Desoto, Greta, Luigi, Amad e Sandra bevono birra calda da lattine. Sasha, quando Nina fa la sua comparsa, si alza in piedi e le va incontro. Nel suo abbraccio rimane sospesa. E quando lui la lascia andare lei lo guarda negli occhi, per un secondo appena, perché non può credere che lui sia stato così crudele, così violento, da tenersi nascosto a lei. E senza volerlo comincia a piangere, nel silenzio imbarazzato di tutti.

-mi dispiace Nina- sussurra Sasha. Anita che con lo sguardo perso nel vuoto ascolta un suo singhiozzo soffocato dopo l’altro, come si regge alle pugnalate, sapendo che troppo sangue sta sgorgando via dal corpo, che è finita. Che ora solo una catarsi, in un modo o nell’altro, è possibile. Solo una catarsi.

Nessuno riesce ad avvicinarsi a quel dolore. Nina si stringe a sé, e persino Sasha, si allontana, per proteggersi. Perché c’è sempre un fine che giustifica i mezzi. Perché Nina è inconsolabile. Perché ricorda. Ricorda, Alexander Golubev, di aver passato pomeriggi tra lenzuola fresche, con Anita Spencer, il suo corpo magro, atletico, giovane ed elastico, stretto a lui, desiderando di poter morire. Morire, lasciare questo mondo con una bolla di sapone che si gonfia a dismisura al posto del cuore. Felice. Lasciare questo mondo sentendosi solo felice. Senza rimpianti, senza rimorsi. Senza ricordi. Solo con quella sensazione opalescente, dinamica. Con il sangue che pompa nelle vene ossigeno un respiro alla volta al cuore. Morire così. Morire felice. Non vecchio, non sereno, non in battaglia, non per un ideale. Non dando la vita per la donna che ama. Senza odiare il mondo, senza sentire dentro quella fame di vita. Quella fame di vita. Quella che solo nel Signore trova soddisfazione. Quella pace, in quella vita. Sentire che più in alto di così non è possibile tendersi verso il sole. Sentirsi completi. E c’è chi muore nel freddo. Nella delusione. Nel buio. Nella disperazione, e malinconia. Nella solitudine. Nella paura. Morire adesso, con questo senso di pena. Morire lontano. In un luogo che non è questa terra. Che è la terra brulla, spoglia, buia, che dentro di noi divora la vita che è fuori. Morire senza saperlo. Morire senza amare. Senza credere. Morire piangendo. Morire infelice. Morire senza essere stato felice mai. No, se avesse potuto, se avesse avuto tra le labbra il freddo bordo di un bicchiere colmo di veleno, Sasha, quando era abbracciato ad Anita, quando baciava Anita, sulla bianca pancia piatta, quando le sfilava nel buio e nel tiepido, di dosso gli occhiali da sole, vedendo del suo volto solo il luccichio delle sue pupille, avrebbe aperto la bocca per ingoiare fiele mortifero e abbandonare il mondo al suo destino, perché quello era il suo momento. Perché deve poter credere, anche adesso, adesso che Nina, davanti a lui in piedi piange tremando come fosse nuda, che non sia possibile morire soffrendo. Che quell’ultimo momento di vita serva ad ognuno per trovare il proprio senso. Per diventare, in un momento che può durare in eterno, la vita, piena, vera, la felicità. Felice. Felice un secondo soltanto prima di andare. Felice per potersi permettere di lasciare e non semplicemente sparire. Deve poter credere che fino all’ultimo secondo abbia senso combattere, per trovare quella luce che accompagna dall’altra parte.

Deve credere.

Benedetta Agradi aveva resistito perché era una combattente. Una che si era abituata al lusso, e all’agio. Al comando. E una che aveva avuto paura di scordare la forza che aveva dentro. E aveva ucciso prima di venire schiacciata da una vita senza un senso. Prima di perdersi in tutti quei tortini di tartufo, e mari di banconote, e cumuli di cocaina su tavoli di vetro anni cinquanta, luccichio di brillanti, scintillio d’oro. Uccidere prima di dimenticare di essere nata serpe, di stare succhiando quel latte solo per poter essere libera di mordere quella carne. La carne del seno che la nutriva e soffocava. Aveva resistito, le poche ore che era riuscita a farlo, alla malattia. Al tradimento. Alla solitudine. Alla menzogna. Al sentirsi seno gonfio di latte che nutre una serpe. Resistere. Restare aggrappata. A quel poco che se apriva gli occhi, tra le ciglia incrostate di muco vedeva prima di vomitare. Resistere nel buio tenue delle palpebre socchiuse, incrostate. Perché non avrebbe mai lasciato andare l’osso. Una combattente, che aveva dentro tutto quello che l’aveva condotta a quel punto, e nessun pentimento. Ogni cosa, ogni momento. Ogni sentimento di sconfitta. Dentro il suo petto bruciava il rifiuto di una famiglia, una società, una vita intera. Tutti i suoi rifiuti, tutti i suoi patti. E ancora sente  quel ruggito che non la poteva abbandonare. Tutti i suoi patti, i suoi compromessi, non l’avrebbero vista morire di febbre e vomito, nel suo letto fradicio. Con solo il gatto muovere il suo muso contro quello di lei, cercando di chiamarla indietro. Aveva resistito fino a che aveva potuto. E poi aveva mollato. La febbre del bengala, che la divora, tira via dalle fauci di quella bestia, quella di riuscire. Di farsi ammirare. Come se il suo corpo volesse restare appiccicato alle lenzuola sentiva la pelle bruciare a contatto con quelle, ma già aveva lasciato perdere. Già sa che non è più necessario combattere. Che non c’è più nulla per cui combattere. Una combattente, un soldato, un eroe. Senza una guerra, una missione, una leggenda di cui il suo nome si possa appropriare, farla sua. a modo suo era stata un animale da palcoscenico, quella stella che brilla quando tutte le altre sono spente. Vomita di nuovo, succhia bile, acido, sapore di metallo, le labbra bianche si tingono di rosso nero, mentre sbava sangue scuro. Nulla per cui lottare. Nessuna organizzazione. Nessun trofeo, nessuna nipote che prenda la sua anima e la proietti lontano, contro, dentro l’infinito, verso l’immortalità della stirpe. Nulla. Solo, finalmente, alla fine, il sonno. Un sonno buio, che la chiama con le sue braccia acuminate, roventi. Verso la fine. Sulla sua pelle il sudore è una pellicola lucida, sulle sue mani, punge l’aria. Nella sua testa piovono gli occhi, come se il suo volto stesse implodendo, chiamando a sé, pezzo per pezzo la sua faccia, per portarla via. Lontano. Dove vanno a morire gli eroi.

-mi hanno alcuni raccontato cosa si prova- inizia Anita senza guardarla negli occhi –a svegliarsi-

Nina scivola a terra, schiena contro il muro.

-svegliarsi?-

-sì. svegliarsi. Dopo il narcotico. Quello che provo io è indifferente, Nina, come sai. Ma quello che provano gli altri è molto interessante. Sembra che somigli all’effetto che la luce ha sui miei occhi. Quel dolore alla testa. Quel bruciore.. ti risulta?-

-questo è il tuo sermone d’addio?- Nina, guardando il soffitto, l’intonaco scrostato e una lampada che pende scura di polvere senza lampadina, appesa ad un filo.

-ognuno ha un suo modo di uccidere, no?-

-e questo è il tuo..-

Le orecchie di Anita nascoste dal suo caschetto si muovono impercettibilmente verso la finestra, mentre dietro i suoi occhiali gli occhi fasciati di pelle truccata, vestiti di ciglia nero notte, si assottigliano, giusto un istante prima che tutti possano sentire le ruote sulla ghiaia, fuori.

Anita si volta verso Sasha, Desoto e Monica si alzano in piedi all’unisono di scatto. Ad un cenno di Anita sono tutti fuori. Rimaste sole. Nina ancora a terra, respira piano tenendo alto il mento, si muore sempre poco prima di morire. Quando le forze, e la voglia, ti abbandonano. L’umidità le bagna la schiena, e la polvere le graffia le spalle. La canotta leggera è lurida e le è appiccicata alla pelle.

-dicevamo?-  chiede Anita dopo una manciata di secondi.

-il tuo modo di uccidermi-

-sì, questo è il mio, il mio modo di uccidere. Speravo di poter conoscere il tuo. Ma è troppo tardi Nina. È arrivato il momento di arrendersi, Nina. Non ha senso combattere. Non ora, non qui-

-dove siamo?-

Anita aveva tratto a sé una sedia e vi si era seduta a gambe larghe, i gomiti sullo schienale che la separa dalla sua ragazza.

-c’eri tu, Nina. Tu, che avevi tutto. Ma non eri un leader. Non combatterai, perché non hai niente nulla che ti obblighi a farlo. Sei nata diversa. Da me, da Sasha..-

-Sasha non è affatto come te. Tu sei un mostro-

-precisamente. Un mostro. Una cosa innaturale. Hai affrettato i tempi, ma in questo modo arriviamo direttamente al punto. Sapevo che Benedetta voleva te. Te, anche se ti sei dimostrata completamente inadatta, al ruolo che avresti dovuto ricoprire. Perché?

No! Non rispondere. Ci ho pensato. Ho riflettuto a lungo. Come ho riflettuto a lungo su quanto valesse la pena di chiederti di unirti a noi, perché, vedi, nessuno può combattere contro la necessità. Quello che già è accaduto. Quello che deve solo manifestarsi. Man mano che la fiducia in te di Sasha, e Armando e Desoto cresceva la mia andava scemando. Cominciavo a capire, che non basta diventare Benedetta, per essere Benedetta. Capisci quello che intendo?-

-no- ansima, sorride, le labbra stirate sono tagli sul viso

-no, non capisco di cosa diavolo stai parlando, sono solo i vaneggiamenti di una pazza.-

-ad ogni modo, la risposta è che non sei un guerriero. Non sei un leader. Non sei un mostro. Non sei nulla. Forse saresti stata un bravo medico. Forse. Ma non sei come noi. Per rispondere alla tua domanda, Nina, siamo ala nuova base dell’organizzazione. Probabilmente il palazzo di cristallo di Benedetta è già stato messo in quarantena. E probabilmente Benedetta è già morta. Presto sorgerà il panico. E noi assieme a quello. In città l’influenza imperversa. La nuova influenza, già la chiamano.. epidemia.. non è favoloso? Hai idea di che banchetto favoloso siano state le migrazioni di culture primitive, ma già atte alla pratica dell’agricoltura, hai tempi, per i microbi?

Ma se l’organismo ospitante cede..ebbene nessun microbo vorrebbe restare solo, senza una casa.

Se avessero potuto i microbi avrebbero inventato l’aereo.

E invece..l’abbiamo inventato noi.

Significa che se infetti qualcuno che parte per l’America, prenderà l’aereo che ha prenotato due mesi e mezzo prima per NewYork credendo di avere la nausea. Toccherà con i suoi piedi la terra del nuovo mondo in fin di vita. Morirà quando tutti gli altri già si stanno ammalando.

Epidemia.

Nella mia prossima vita vorrei chiamarmi così.

La mia anima è un morbo, Nina.

Un morbo..

Come la chiamano..? dunque.. febbre del bengala.

Come una tigre.

Questo mondo è andato a scatafascio, da quando le tigri hanno smesso di minacciarci, trovi?

E tu non somigli affatto a una tigre, sei uno straccio.

Sei uno schifo.

Bisogna sapere lasciare andare. Abbandonarsi. Non ha nessun senso combattere, ora, per questo sei viva. Volevo salutarti, e sapevo che non saresti scappata. Sapevo che saresti morta, un secondo alla volta, sotto i miei occhi. e.. mi dispiace.

Mi dispiace.-

-ti dispiace?- chiede Nina sorridendo ironicamente tra le lacrime.

-mi dispiace di non avere avuto al mio fianco la persona che avrei desiderato tu diventassi. Ma solo una pallida imitazione dell’immagine che avevi di me. Mi spiace che tu mi abbia delusa. Profondamente. Il morbo non ha attecchito, su di te. Sei.. impermeabile, a me.

Ho gettato via talmente tanto tempo con te. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco. Questo è il tipo di verità contro le quali, combattere è inutile. Non ne abbiamo nessuna necessità.

Mi trovi crudele?-

-non più del solito-

Anita le sorride lievemente. Non ci sono sconti. Non ci sono sentimenti.

-mi mancherai- le dice serenamente.

-sì, anche tu.-

Anita si sbriglia dall’abbraccio che la legava alla sedia. La scosta, e si allontana sfilando dalla cintura dei pantaloni la pistola. Gliene punta contro la canna. E spara.

E mentre Nina di Giorgio, continuando a piangere, a ringraziare, per quella liberazione, perdendo se stessa, nelle braccia di una notte dolcissima, muore, Benedetta Agradi impegna le ultime briciole della sua felina inarrestabile forza, per trarre a sé il gatto che ingenuamente continua piantarle rosati, soffici cuscinetti delle zampe nelle mani, alla ricerca di una stretta. E chiude gli occhi, entrambi, lascia che quella crema giallognola glieli chiuda per sempre, nel buio, stretto a sé nel sudore il manto morbido, tra le sue braccia, del gatto. La guancia sul cuscino, la bocca secca, acida e bruciata aperta, e i sogni che si spengono.

Dopo aver sparato a Nina Di Giorgio, Anita Spencer le si è seduta accanto.

E ha smesso di combattere contro il suo dolore, perché non ce n’è stato più bisogno. Perché quel dolore non poteva più esserle nocivo. Aveva persino smesso di essere una debolezza. Solo qualcosa che sentiva. Ora, libera di provare pena, e compassione. Libera di lasciar morire una parte di lei con Nina, scomparsa, svanita, finita. Le sfila dal collo, sollevando la testa che pende sul petto, scostando la stoffa bagnata dei capelli che l’ornano come una corona di piume flosce, il crocefisso d’oro e lo indossa. Non c’è più bisogno di combattere quando la fine viene.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Chiara Silvani

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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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