In nome di Dio, o l’abitudine al massacro.

“Il Messia arriverà presto.”
Asa Heshel lo guardò sbalordito.
“Che cosa vuoi dire?”
“La morte è il Messia. Questa è la verità.”
(I. Singer)

Quando la notizia di Parigi è arrivata, ero seduta a un tavolino con degli amici a bere e scherzare, e quando l’ho ricevuta, dopo essermi accertata delle condizioni di amici e parenti laggiù, mi sono seduta di nuovo a quel tavolo e ho continuato a bere e a scherzare.
Ho continuato a non provare niente anche una volta arrivata a casa, e per tutta la notte e la mattina successiva. Sono diventata così indifferente? Mi sono chiesta. Mi sembrano cose normali? Un massacro qui, uno lì, un attentato di qua, uno di là, guerre di religione, gente morta dappertutto. Colpito l’Occidente, non nei suoi punti strategici, questa volta neanche il pretesto dell’offesa che può recare la satira di un disegnatore ottantenne, nessun pretesto, nessuna ragione, niente di personale contro dei ragazzini che ascoltavano un concerto, ballando allegri nel fiore della loro vita. Si fa l’abitudine al massacro? Pensavo con un brivido. Mi sembrano cose normali? Mi chiedevo ancora. È vero che l’uomo non fa altro che uccidersi a vicenda, dacché la prima scimmia ha preso in mano il primo osso, come il film di Kubrick nota con tanta precisione. Guerre, eccidi, bombardamenti, ne ha fatti l’Occidente, ne hanno fatti gli altri, se abbiamo avuto il nazismo nel cuore dell’Europa più progredita della sua epoca, perché non dei fanatici con idee medioevali che si fanno esplodere nel 2015, riempiendosi la bocca con il nome di Dio?
Se la sono riempita tutti la bocca col nome di Dio, tutti quelli che hanno preso in mano un’arma da che mondo è mondo hanno avuto la loro brava benedizione e hanno fatto la loro brava preghierina e sono andati a compiere la Volontà del Signore, dai tempi delle Crociate e ancor prima, fino a oggi, non è cambiato niente, a quanto pare Dio benedice e protegge ogni sorta di massacro, anche se io non credo in un Dio di questo tipo, vedo in chi uccide per motivi religiosi e in chi uccide in generale, con lo spadone o con l’AK-47, solo delle scimmie poco evolute che si agitano brandendo il solito osso. Ieri per Cristo, oggi per Allah, fra duemila anni per il dio del disco fisso o che so io. Se uccidi in nome di Dio sei solamente un assassino, e Dio mi pare da sempre la più evanescente delle motivazioni, tanto vale uccidere in nome della frittata alla cipolla.
Se ci fosse un Dio non ci sarebbe chi uccide nel suo nome, ecco ciò che penso, e dunque non c’è un Dio, la morte porta solo alla morte, si continuano a spezzare vite senza motivo, dacché esiste l’uomo.
Ed ecco che all’improvviso mi sale alla gola quel pensiero, non alla mente, proprio alla gola: con che coraggio potrò mai avere figli?
Con che coraggio avremo figli, amore, in questo mondo?

Le lacrime sono insieme panico e sollievo, sono una risposta, ecco qua, non ho fatto l’abitudine al massacro, non si fa l’abitudine al massacro. Non si può fare l’abitudine al massacro. Perché nel momento in cui realizziamo che non temiamo poi un granché per la nostra vita, forse perché l’abbiamo vissuta con gioia, con soddisfazione, assaporandone ogni istante, senza mai far del male a nessuno, o forse perché abbiamo perso la speranza, se il mondo è davvero a questo punto di schifo, se si può morire così senza motivo, se la minaccia è ovunque – ecco perché Parigi colpisce di più delle molte altre stragi lontane, solamente perché è così vicina, perché è qui, e allora ti fa pensare che forse anche qui non si può vivere senza paura, che anche noi dovremmo vivere nel terrore perché un innocente può morire solo per odio, per fanatismo, in qualunque posto nel mondo, allora non vorrò più viverci in questo mondo, in questo schifo, datemi pure il colpo di grazia…. Nel momento in cui realizziamo questo realizziamo che non varrà per i nostri figli. Se si vogliono avere figli si deve avere speranza e volontà di lotta, speranza che il mondo cambi, volontà di lottare per cambiarlo, perché vivano felici e al sicuro in tempi migliori di questi, per non dover trovarci a ripetere loro, come hanno ripetuto a noi i nostri nonni e i nostri genitori: “Figli, figli adorati, che schifo di mondo vi lasciamo.”
E come si lotta per un mondo migliore, ve lo dico io. Lasciando fuori Dio. Fuori Dio dal nostro odio e dalle nostre recriminazioni e dalle nostre colpe. Guardandoci l’un l’altro come persone soltanto, ciascuno giudicando l’altro per le sue azioni soltanto. L’odio verso tutti gli islamici ha senso quanto l’odio verso tutti gli ebrei o verso tutti i cristiani o tutti gli indù o tutti coloro che credono nella frittata con la cipolla. Brave persone di religione islamica sono morte e stanno morendo a centinaia uccise da chi si professa giustiziere in nome di Allah. Le menti che si oppongono, le persone illuminate che non accettano l’odio sono le prime a morire in ogni luogo dove chi comanda è chi imbraccia il fucile, di qualunque religione esse siano. Rispondere all’odio generalizzato con l’odio generalizzato significa fare enormi passi indietro nella Storia e cadere nel tranello della legge del taglione per cui se tu imbracci il fucile, io imbraccio il fucile: occhio per occhio, e il mondo diventa cieco. Odio per odio e ciò che lasceremo ai nostri figli sarà una vita di terrore, di sangue, di crudeltà. E allora non ci si sporchi la bocca né per dare a Dio la responsabilità dei propri massacri né per odiare chi venera il tale Dio o quell’altro Dio.
Dio è solo una parola che se sta a significare qualcosa che esiste deve significare allora amore e bellezza. Si manifesta, Dio, nella mano che si tende, nell’opera d’arte, nella condivisione. Non si dica chi odia chiamato da Dio a odiare. Chi compie un massacro o esprime un pensiero d’odio lo faccia soltanto in nome di sé stesso, della sua crudeltà, della sua ignoranza, del suo inquieto testosterone. Perché il suo odio non fa altro che allontanarlo dal Dio che tanto invoca a benedire il suo macello di carne umana, a benedire quel suo pensiero che si pretende Verità ed è solo non senso, solo opinione.

 

 

 

*Illustrazione di Ilya Shebunov

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
Annick Emdin

Latest posts by Annick Emdin (see all)

Lascia un commento!

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!